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Kapo

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Ripensando in questi giorni al rimbalzo mediatico della cronaca avente per oggetto le donne, mi sono soffermata sul doppio ruolo che, spesso, la figura femminile assume, cioè quello di vittima–carnefice al tempo stesso, in situazioni estreme, di grandi tragedie personali ed epocali che possono modificare il concetto stesso di dignità e morale.

E’ quanto è accaduto, ripetendosi, più volte nel percorso socio–politico della Storia e che ha trovato, forse, nel Nazismo la sua massima espressività; ma è quanto accade anche oggi e vediamo passare sotto i nostri occhi, certo, con maggiore volgarizzazione, ma non per questo con minore drammaticità e pathos, nelle molteplici figure femminili carnefici più o meno consapevoli e vittime di un potere oscuro di destrutturazione  e asservimento della loro personalità.

L’utilizzo del potere è sempre legato ad una ferrea logica utilitaristica che rende arduo il discernimento tra Giusto e Sbagliato e così l’Uomo diventa un essere chiuso in se stesso, perso nell’egoismo della sopravvivenza in un mondo votato allo sterminio dell’etica e della giustizia.

 

 

E’ quanto succede ad Edith-Kapò , giovane ebrea detenuta in un lager nazista che, dopo la crudele uccisione dei genitori, per sopravvivenza, diventa a sua volta artefice della vita e del destino di altre detenute, nel bellissimo film del ’60 di Pontecorvo, Kapò, appunto.

 

E’ così che ho voluto introdurre questa poesia, di Franca Maria Campesi, Kapo (senza accento in versione italiana), che ripropone il personaggio femminile – ruolo nella sua originaria drammaticità impersonale e perciò paradigmatica, ma come purificata da una sorta di processo di sublimazione e decantazione personale consapevole, indulgente.

 

Kapo

 

Ho visto

Auschwitz

Mauthausen

Dachau.

 

Frustini, svastiche,

tristezze Wagneriane,

tutto

i miei angeli

hanno portato via.

 

Mi hanno lasciato

ali di colomba

ed affilati

artigli di pantera.

 

A volte sbaglio:

graffio il cielo innocente

e sfioro con dolcezza le carogne.

 

In questo chiaroscuro mi consumo,

come un’ebrea nella logora divisa.

 

Avrò la luce di una stella oltraggiata,

un numero marchiato sulla pelle

e la testa rasata

e mani scarne

 

quando nuda,

senza artigli

senza ali

 

fuori dal limbo

ai confini del lager

 

rinascerò.

Per morire ad Hiroshima.

 

da "Il soldato e la regina" - L'Autore Libri / FIRENZE

Ultimo aggiornamento Lunedì 08 Novembre 2010 14:42  

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