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Il made in Italy della democrazia

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Ammetto che non mi piace niente della guerra, le ragioni, le premesse, il senso, le giustificazioni, le reticenze, le ambiguità. Neanche i nomi poetici che, da qualche tempo,vengono dati alle operazioni concertate, per edulcorarne, paradossalmente, il senso di morte che si sprigiona.

 

“Pacifismo di principio” il mio ?… forse. Perché non credo che una guerra, esportata, abbia mai generato né pace né democrazia né libertà . Perché una guerra non è mai giusta o umanitaria, ricade pesantemente sempre sui civili ed è una contraddizione sostenerla per la affermazione di diritti e libertà. Perché, l’esperienza maturata negli anni ci suggerisce che, dalla Resistenza antifascista in poi, non c’è stata una sola guerra che non sia stata toccata da interessi specifici che poco o nulla hanno da vedere con la democrazia e i diritti dei popoli. Perché la guerra non è mai stata inevitabile e necessaria, ma una scelta, organizzata e motivata. Perché i Grandi Saggi della Terra, Scienziati, Nobel per la pace, Organizzazioni Umanitarie, la escludono sempre come mezzo e veicolo di democrazia e di pace.

La politica internazionale ha avuto molti mezzi per scongiurarla questa guerra, economici, dall’embargo alle sanzioni, alla cessazione dei traffici più o meno leciti, delle compravendite, del businnes; diplomatici, cioè l’attivazione, di contro, di canali di pressione e negoziato, ponti di sostegno umanitario e culturali con gli insorti, agitatori di idee di democrazia. Inevitabile lo diventa, quando si chiudono gli occhi per anni e anni su situazioni lasciate andare a se stesse. Perché quello che ha sempre importato alle potenze Occidentali, non erano le torture e le aspre repressioni dei più elementari diritti, delle aspirazioni di libertà e democrazia dei popoli nord Africani, bensì i traffici e gli affari che, col greggio e le armi, si possono concludere su questo scenario martoriato del Mediterraneo. Già, perché ora, più che mai, dopo Fukushima, questi interessi di mercato e strategici per i problemi energetici, si sono moltiplicati in modo esponenziale, vista la pausa di riflessione e la posizione attendista del mondo sul nucleare, effetto Giappone.

Francia, Inghilterra, Italia sono state le principali potenze coloniali del Nord Africa, è quindi insensato e contraddittorio, ergersi in questo momento a paladini della democrazia e, oltretutto, contravviene a quel principio delle Nazioni Unite, forse dismesso, per il quale, non si potrebbero fare interventi armati in territori o aree, già oggetto in precedenza, di occupazioni militari o conflitti da parte delle stesse potenze ora operanti.

Dopo l’11 settembre, hanno fatto comodo alle suddette Potenze il controllo e la repressione esercitati dalle dittature dei vari Rais del Mediterraneo sul popolo Arabo, potenzialmente pericoloso per le deviazioni terroristiche dell’Islamismo, è quindi regnato sovrano, ad esempio, il silenzio sulle prigioni allestite da Gheddafi per contenere il flusso migratorio verso l’Europa.

L’Europa ha sempre guardato con sospetto e paura il popolo arabo, perché arabo vuol dire Islam e islamico vuol dire terrorista, per questo abbiamo appoggiato la vergognosa politica dei respingimenti nei confronti di chi cercava di sperare un futuro sulle coste di Lampedusa e, non abbiamo gridato all’orrore quando si vedevano, in fascia protetta, filmati ”tagliati” e sfocati trasmessi fugacemente da qualche trasmissione televisiva coraggiosa o lanciati sulla rete da Internet , di corpi di profughi, disseminati , ormai carcasse, sulla sabbia anonima e senza confini del deserto.

Complice l’assenza di una politica Europea sulla immigrazione, non si è previsto l’esodo di massa di una generazione giovane Africana, acculturata, che avrebbe, prima o poi, premuto da quei Paesi sull’Europa, in cerca di lavoro, diritti e libertà.

Si è, poi, tirato un sospiro di sollievo quando in Tunisia e in Egitto si sono viste folle di manifestanti e di rivoltosi giovani, senza armi, colte, laiche, senza bandiere, parlare alle tv in inglese e, soprattutto quando gli eserciti davano loro appoggio incondizionato contro i regimi, continuando a temere solo un’ invasione di profughi. Ma in Libia, non è stato così, l’esercito, anche prezzolato, è passato dalla parte di Gheddafi, c’è stato un ricorso inevitabile alle armi , una sproporzione di forze e di violenza; un equilibrio è saltato e, quelle che erano nate come istanze pacifiche di diritti e di libertà, si sono trasformate in guerra civile, fomentata dal Rais e dalla sua famiglia. Un Regime a conduzione familiare.

Che fare, adesso? Magari avremmo potuto smettere di fare affari con Gheddafi, attivare tutti i canali di trattativa diplomatica possibile, vista la grande amicizia ed accoglienza tributata al dittatore nel suo recente pellegrinaggio fra mille sfarzi, onori, ronzini e troie…e invece no. Abbiamo attivato affrettatamente le risoluzioni delle Nazioni Unite, abbiamo ragionato in termini di quanti aerei, quante bombe, quanti uomini e… ora, il passaggio sordo e cupo degli aerei ci disturba il sonno, nella notte. Il cielo del SUD, sopra il Mediterraneo, ne è diventato palcoscenico e silenzioso testimone. Ed ora dalle nostre basi Nato, Aviano, Gioia del Colle, Bari, Brindisi, Sigonella partono i Caccia, i Tornado e le nostre navi, queste ultime, addirittura egemoni nella conduzione delle operazioni di guerra che si svolgono per mare. E non importa se, violiamo il trattato internazionale di non ingerenza militare negli affari interni di uno Stato sovrano e il diritto di Autodeterminazione dei popoli, sancito da quelle stesse potenze che ora lo bypassano. Qui non c’è nessuna legittimazione per un intervento armato, non c’è invasione di Stato sovrano, come nel Kwait del ’90, non c’è lo spauracchio delle “armi di distruzione di massa”, non c’è Bin Laden. Allora che si fa… pretestuosamente, si decide una guerra “umanitaria”, in appoggio alle popolazioni insorte di Bengasi, esattamente come in Serbia, Stato sovrano nel cui interno insorsero gli indipendentisti Albanesi del Kosovo , appoggiati dagli Americani, contro il governo di Belgrado.

Iraq, Kosovo, Afganistan, restano ancora teatri a scena aperta di una guerra che non è mai finita e che conta, dati alla mano, un eccidio di popolazioni civili, sotto l’egida della Nato.

Tibet, Birmania, Cecenia, Arabia Saudita, Bahrein,Yemen, Canale di Sicilia, Lampedusa… quante emergenze umanitarie volutamente ignorate o dimenticate!

L’Italia…a distanza di cento anni esatti dallo sbarco a Tripoli, a comando del generale Caneva, non sa che “pesci pigliare” e, un pò per cautela o per vergogna della collaborazione d’amicizia e d’affari prodigata fino a ieri al Rais, accetta un ruolo di subalternità all’interno della Coalizione, quasi una nemesi storica che si abbatte impietosa sul fantasma, tardivamente rinnegato, dell’eroismo Italico in Libia colonia . Spera così, molto umilmente, di ottenere almeno dagli alleati la salvaguardia del primato Eni in territorio Libico e una presa in carico condivisa dei problemi derivanti dall’enorme esodo migratorio in atto sulle coste della Sicilia e del Sud Italia. Tranne, poi, accorgersi che,come sotto gli occhi di tutti in questi giorni, non sarà così, almeno per l’emergenza profughi, che sta mettendo a nudo tutte le falle della politica interna ed estera del Governo, anche su questi temi , inconsistente e di facciata. L’Italia governativa dunque, dopo un fair play di iniziale imbarazzo, l’amico di sempre non si può disturbare,“s’è desta”, da un incubo per la futura sorte di Eni, Finmeccanica, Impregilo, Unicredit e Telecom, Edison-energia , e ricompattata alla sbrigativa dalla faciloneria di Frattini e dall’efficientismo un po’ goliardico e nostalgico di La Russa in divisa, incassa intanto i colpi della latitanza di Berlusconi dagli scanni del Parlamento e dell’”ira funesta” di Bossi che mal sopporta l’orda invasiva dei barbari che approderanno sulle coste Italiane. Altro che difesa e appoggio delle istanze democratiche degli insorti, questa guerra non “s’ha da fare” e i profughi siano rimandati indietro, meglio se con la forza e la coercizione, e messi in condizione di non tornare più. Parola di Maroni. Mentre Frattini è disposto anche a mettere le mani al portafoglio, attingendo ai Fondi Europei per dotare di 1500,00 euro pro capite i Tunisini per farli rimpatriare e, vivere di agi sotto le bombe e i razzi della contraerei della Coalizione.

Così, mentre la maggioranza si dibatte tra le sue controversie interne, il centrosinistra appoggia in blocco l’intervento armato, o meglio, l’intervento bellico ma senza uso di armi, viene specificato. Di cosa si tratti, ancora un dubbio irrisolto per i più. Probabilmente una eredità autoreferenziale e solerte di quella cultura interventista dei precedenti governi di centrosinistra, Prodi e D’Alema in politica estera, che li ha condotti in modo pragmatico e utilitaristico, verso laceranti strappi con una base che non ha mai capito cosa ci facevamo e ci facciamo ancora in Afganistan.

La Sinistra, dopo mesi di mobilitazione contro Berlusconi, ritrova, nella guerra, l’unità nazionale, dimostrando ancora una volta il vuoto di iniziativa e di proposta alternativa di fronte a Berlusconi e al Paese; essere contro Gheddafi e contro la guerra senza tracheggiamenti e oscillazioni, senza se e senza ma, sarebbe l’unico segnale forte di ritrovata unità nazionale.

Ma tutto è lecito e legittimo dietro la bandiera della causa umanitaria, purchè accada lontano da qui.

 

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