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La pozza di catrame

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“And it's a hard, it's a hard, it's a hard, and it's a hard, It's a hard rain's a-gonna fall”. Una dura pioggia cadrà, cantava Bob Dylan negli anni 60 del secolo scorso, e aggiungeva “I heard the roar of a wave that could drown the whole world”, sento il ruggito dell’onda che può far affogare il mondo.

 

Qualche anno dopo (siamo negli anni 70), una bibbia (F.P Brooks, the mythical man-month, essays on software engineering, Addison-Wesley) di chi allora si occupava di computer si inventava la metafora della pozza di catrame: “nessuna scena della preistoria è così vivida come le lotte mortali dei grandi animali intrappolati nelle pozze di catrame: si vedono con gli occhi della mente dinosauri, mammuth e tigri dai denti a sciabola lottare contro il catrame che li afferra” (ho tradotto io alla meno peggio), riferendosi ai massicci progetti informatici di allora, che richiedevano concentrazioni di legioni di programmatori e analisti, destinati ad impantanarsi per le loro dimensioni nel corso degli sviluppi.

Ora che la nera onda è arrivata, che l’apocalisse ha colpito la terza potenza economica mondiale, e che la dura pioggia della radioattività cade sulle martoriate prefetture giapponesi, ora che la Tepco (Tokio Energy Power Company) si dibatte come un mammuth nelle pozze di catrame dei reattori di Fukushima, ora si vede che il problema del nucleare non è un problema tecnologico, e neppure principalmente economico, ma soprattutto un problema di controllo politico e organizzativo.

Sono ormai note le menzogne della Tepco sul tema della sicurezza (sono riportate nel link sopra menzionato), e in particolare sugli incidenti alla centrale di Kashiwazaki Kariwa costruita su una faglia tellurica. Evidentemente seguendo l’esempio delle 4 centrali con tecnologia simile a quella di Fukushima costruite in California sulla faglia di San Andreas (una di questa profeticamente piazzata nel Diablo Canyon).

Il problema è che una centrale nucleare è una struttura che richiede una barca di soldi per essere progettata, costruita, gestita e infine dismessa. Tanti di quei soldi che spesso non vengono nemmeno – non a caso - contati tutti, quando si fanno i conti del costo dell’energia che sarà prodotta (nessuno sa come eliminare le scorie, il che sicuramente comporta costi mostruosi non conteggiati). E quindi, per logica conseguenza, una centrale nucleare smuove infiniti interessi, tutti quelli di coloro che in qualche modo sperano di spartirsi la torta. E quando ci sono tanti soldi in ballo, tutte le altre considerazioni (convenienza economica, sicurezza etc. ) passano in secondo piano. Per assurdo, le centrali sono fabbriche di soldi anche se non si fanno; anzi, come per il ponte di Messina, esse generano forse il massimo con il minimo dei rischi con gli studi di fattibilità e gli atti di progettazione preliminare: e in questo in nostro paese è maestro; possiamo consolarci pensando che, come per il ponte, sarà piuttosto improbabile che il piano nucleare italiano vada in porto, oppure disperarci per lo spreco di risorse prontamente messo in atto preliminarmente ad infrastrutture che non diventeranno mai operative.

Essendo realtà caratterizzate da grande concentrazione di capitale e di notevole complessità tecnologiche (ed essendo di conseguenza notevolmente fragili), le centrali devono essere gestite da grosse organizzazioni, fortemente centralizzate: queste strutture elargiscono stipendi, consulenze, poltrone, potere a un gran numero di persone, e tendono quindi esse stesse a diventare centri di potere che si muovono autonomamente al di là di ogni reale controllo democratico, assumendo come loro obiettivo principale la propria sopravvivenza e sostenibilità nel tempo; di fronte a questi obiettivi, tutto il resto passa in secondo piano, e l’opacità e la menzogna diventano la regola, contrabbandate come riservatezza e efficienza.

Dai dati del 2007 emerge che la mafia, e più in generale la criminalità organizzata, è la prima azienda del paese, valendo circa il 7% del PIL. Sembra quindi chiaro dove in Italia si possano trovare i capitali, e quale sia la potenziale rete di relazioni tra chi cerca i soldi, i politici, le grandi società di gestione come ENEL, e chi di soldi ne ha raccolti a bizzeffe, al punto da non saper bene dove impiegarli. Insomma, voi vi fareste costruire una centrale nucleare nel vostro cortile dalla mafia facendola gestire poi da chi per mantenere i propri privilegi confeziona menzogne?

Io credo che questi siano i motivi principali che ci devono spingere a combattere la proposta nucleare (e in generale guardare con molto sospetto in Italia tutte le grandi opere: cercare sempre di immaginare da dove arrivano i soldi!): argomenti che dovrebbero essere citati prima di quelli, sia pur importantissimi, relativi ai costi, alla tecnologia e all’ecologia. Anche tecnologie ecologicamente corrette possano infatti essere caratterizzate da forti concentrazioni di capitali: probabilmente le grandi torri eoliche sono tra queste, come recentemente dimostrato dall’interesse dimostrato al tema dalla mafia siciliana. Insomma, credo che uno dei criteri principali di cui si debba tener conto nell’appoggiare o meno una tecnologia, sia quella della densità di capitale di cui essa necessita, e della sua provenienza. L’obiettivo di chi ci mette i soldi non è produrre energia, o far viaggiare la gente meglio o più comodamente, o farla stare al caldo, o in generale  migliorare le condizioni di salute e di benessere della società, ma, molto più semplicemente e direttamente, il ritorno economico di quanto investito. Questo rimane l’obiettivo principale, rimanendo tutte le altre motivazioni obiettivi secondari, “by product” come dicono gli anglosassoni, che quasi casualmente saltano fuori sulla strada del conseguimento del target principale, e che ad esso rimangono soggetti e sottomessi.[1]

Sembrerebbe che, di fronte a tutto ciò, il fotovoltaico sia di molto preferibile.

In questo caso infatti la produzione di energia non sarebbe basata su poche, gradi concentrazioni, costose, pozze di catrame gestionali e fragili nel momento delle catastrofi, ad alta intensità di capitale, ma piuttosto da una rete di piccoli produttori che in termini cooperativi forniscono energia alla comunità basandosi su una molteplicità di piccoli investimenti singoli: il concetto organizzativo della rete quindi, come contrapposto alle strutture gerarchiche e ad albero tipiche delle grandi concentrazioni di capitali. I sostenitori delle strutture centralizzate dicono che esse sono necessarie per l’efficacia del controllo e delle decisioni (vedi tutta la serie degli articoli su Lo Sbavaglio sulla forma partito): dimenticano però di aggiungere che, se mai esiste, si tratta di efficienza al servizio del reale obiettivo che le organizzazioni fortemente centralizzate si danno: la loro sopravvivenza darwiniana, che ben se frega delle motivazioni ideali fondamento della loro nascita. Trascurano infine la grande capacità che hanno le grandi reti fatte di singoli che trovano il loro interesse reciproco nella cooperazione a fare emergere insospettate e innovative forme di governo collettivo: ancora, vorrei citare l’esempio di Internet in contrapposizione alle società di telecomunicazione tradizionali che mai avrebbero potuto assicurare quel fiorire di contributi di contenuti personali, quella ricchezza di dibattito e quel formarsi di opinioni condivise, quella sorta di coscienza e consapevolezza collettiva che caratterizza i grandi scenari politici e sociali contemporanei, specialmente nei momenti di crisi (vedi Magreb, o lo stessa catastrofe naturale del Giappone). Infine il tema della robustezza: le reti sono per loro natura molto più robuste delle gerarchie nei confronti delle catastrofi naturali o artificiali: non caso durante il terremoto in Giappone Internet e Skype sono rimasti in piedi in posti dove le infrastrutture telefoniche fisse e mobili sono al contrario crollate.

Non credo infine sia il caso di sottolineare ulteriormente come questo modello sia in grado di fornire un reale substrato al concetto di democrazia: non a caso, credo, il governo italiano, oltre ad ostacolare il fotovoltaico al punto da minacciare l’esistenza di forse 20.000 posti di lavoro solo nel Veneto, ha ridotto gli stanziamenti per la banda larga da 1.300.000 € a soli 70.000 €, dirottando la maggior parte dei soldi, guarda un po’, alla televisione digitale terrestre. Che, carente di ogni forma di partecipazione, ben si adatta al modello berlusconiano di business e di controllo della società civile.

 


[1] Non sono in grado di farlo, ma mi piacerebbe moltissimo analizzare le varie forme in cui il capitale necessario alle grandi opere può essere raccolto, mettendo in particolare in contrapposizione il modello di accesso al credito nel quale si privilegia l’interesse di chi presta i soldi con quello della raccolta volontaria e cooperativa, che, mi sembra, dovrebbe corrispondere a quello di un’equa tassazione, e che dovrebbe far emergere come prioritario l’interesse collettivo, dando per scontato (?) l’onestà e il disinteresse dei gestori.

Ultimo aggiornamento Sabato 19 Marzo 2011 13:53  

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