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L' "affaire" Scilipoti

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Questo giornale, che nel suo piccolo (la modestia è sempre d’obbligo) è destinato a fare da memoria storica dei fatti più disparati, non può sottrarsi ad un minimo accenno alle circostanze dell’evento principale della giornata di ieri, collegate al  “trionfo” della coalizione di centrodestra, già annunciata nel precedente articolo di Pino Gangemi.

Le polemiche che hanno infiammato la vigilia del voto e ancor più il voto stesso e il dopo, meritano senz’altro una breve riflessione.

Si parla correntemente di comportamenti incoerenti in politica, di ribaltoni e simili e l’argomento è stato più o meno affrontato anche qui.

 Il fatidico 14 dicembre ha rappresentato una giornata di estremizzazioni; da una parte gruppi di contestatori che hanno manifestato violentemente provocando ingenti danni a cose e persone, nelle adiacenze di Montecitorio, dall’altra dimostrazioni di assoluta spregevolezza morale, messi in atto all’interno del Parlamento in sede di voto di fiducia.

Lo scettro di protagonista della vittoria berlusconiana è stato, giustamente, attribuito al deputato ex IDV Domenico Scilipoti, divenuto a forza simbolo di assoluta fallacia.  Le due locuzioni “ex” e “a forza” racchiudono il significato della sciaguratezza del suo operato, la prima perché, a dispetto dell’idea di memoria che solitamente vuole esprimere, indica un passaggio talmente repentino dell’uomo che non consente di attribuire alcuna credibilità alle motivazioni che lo stesso ha tentato di rifilare al pubblico, rendendole, quindi, “a forza” menzognere.

Vale però la pena di menzionare almeno altri due casi di moralità pubblica molto traballante: il primo riguarda il deputato Antonio Razzi, il quale, secondo quanto riferiscono le cronache, due mesi fa, a chi gli aveva offerto il pagamento del mutuo per il salto della quaglia, aveva risposto: “resto fedele a Di Pietro, non potrei più guardarmi allo specchio!”; il secondo, che va ripreso anche  per ragioni di luminosa pari opportunità, riguarda la deputata Catia Polidori, che la sera prima del voto, da sfiduciante, aveva scritto sul suo sito “non tradirò mai”, attirandosi, con il voto del giorno dopo, i più fondati sospetti di avere scambiato il suo appoggio al governo con i benefici della riforma Gelmini per il CEPU, azienda di famiglia.

Conclusione. Non esiste un misuratore della buona fede di ognuno di noi. Come facciamo a dimostrare la bontà delle nostre intenzioni e delle nostre scelte? Impossibile. Casi come questi, almeno, ci sollevano dall’eterno rovello del dubbio.

 

Ultimo aggiornamento Venerdì 17 Dicembre 2010 19:57  

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