Lo Sbavaglio

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La net neutrality.

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Ho ricevuto espliciti inviti a parlare del tema, allora ci provo.

E’ di qualche settimana fa la notizia che una corte d’Appello di Washington ha dato ragione a Verizon ed ha dichiarato non più applicabili le regole che la Federal Communication Commission aveva emanato nel 2010 (auspice un forte interessamento di Obama) e che erano note come ‘Open Internet’.

Nella buona sostanza mentre fino a ieri i provider di connettività (telefonici o CableTV in USA) non potevano discriminare il livello della Qualità di Servizio (il mitico QoS) in funzione dei contenuti trasmessi garantendo una politica di ‘best effort’ (cioè "quello che si può") a tutti i loro clienti, da ieri sembra aperta la possibilità per gli internet provider di pacchettizzare la loro offerta commerciale verso i loro clienti finali in funzione dei contenuti, in modo del tutto analogo a quello che avviene nel mondo del broadcasting digitale televisivo anche qui in Italia (pacchetti Sky o Mediaset Premium). Il tema è di grande portata e da un lato c’era da aspettarselo come diretta conseguenza della convergenza tecnologica in cui gli open o walled garden (cioè le reti aperte o quelle chiuse in cui si entra solo a pagamento) vanno a sovrapporsi. Alcune considerazioni si impongono.

 

  • la potenza delle lobby è forte anche negli USA: le tradizionali Cable TV vedono erodere il loro business dalle internet TV , Netflix in primis, che riescono a trasmettere gli stessi contenuti a costi di abbonamento molto ridotti. Sicuramente la corte di Washington sarà stata oggetto di pressioni.
  • il paragone con il mondo del broadcasting è comunque forzato perché quello è prevalentemente monodirezionale mentre internet permette di avere un telecomando planetario e non può essere solo asservita alla distribuzione di streaming audio/visivi e favorisce anzi promuove la partecipazione attiva con l'alimentazione di commenti e contenuti (il mitico web 2.0)
  • per contro sulla stessa internet gli OTT (i fornitori di servizi sopra la rete) stanno ottenendo guadagni cosmici (approfittando anche di elusioni fiscali come la recente cronaca politica italiana ha portato in primo piano), investendo molto poco nei costi per la distribuzione dei loro servizi, non per la produzione ma per la distribuzione.
  • i costi che gli operatori devono affrontare per garantire larghezza di banda e interoperabilità a livello mondiale sono ragguardevoli comprendendo il backbone nazionale, la copertura capillare fino ai singoli utenti (vale sia per il fisso che per il mobile) e i costi di interconnessione nazionali ed internazionali con relative fette enormi di banda per garantire il facile e mutuo accesso alle reti dei vari concorrenti nazionali e alle tratte internazionali. Quindi i carrier sono nell’affannosa ricerca di nuovi proventi di ricavi.
  • sulla sentenza in questione si sta già sviluppando un contenzioso molto leguleio riguardo alla definizione che la stessa F.C.C. aveva fatto ai tempi della open internet dei provider, non equiparandoli a ‘operatori comuni’ e quindi avendo emesso delle regole al di fuori del proprio ambito.

Insomma la situazione è molto complessa e la soluzione non sembra immediata.

A me pare di poter dire che un’infrastruttura complessa come e’ quella di internet e che,ripeto, richiede investimenti significativi se la si vuole, come dovrebbe essere sacrosantamente vero, lasciare disponibile ad un uso libero e garantito per tutti, non può sottostare alle leggi del mercato libero ma deve necessariamente essere finanziata e gestita dall’intervento pubblico. Internet va vista come un enorme dedalo di binari ferroviari che richiede una continua manutenzione e aggiornamento tecnologico per poter garantire che treni sempre più veloci vi si possano sfrecciare sopra. Senza un disaccoppiamento drastico di modello di business fra la gestione dei binari e dei convogli (contenuti/servizi) credo non si possa risolvere il problema.

Molto facile a dirsi ma difficilissimo a farsi perché richiederebbe la collaborazione internazionale, quanto meno l’accordo internazionale sulla distribuzione dei costi di interconnetività fra continenti e poi la delega ai singoli governi della situazione nazionale.

Chissà cosa ci riserva il futuro su questo tema : una cosa è certa, indietro non si può andare e la salvaguardia delle pari opportunità anche sulla distribuzione delle idee e dei contenuti è un diritto inalienabile.

 

A riprova di quanto ho detto mi sembra di poter portare l'esempio della copertura in Italia della voce sul mobile: è da più di dieci/quindici anni che nel paese operano almeno tre ( più recentemente quattro) grandi compagnie che vendono i loro servizi sia al dettaglio che ad altri operatori virtuali. Hanno realizzato utili enormi nei primi anni (EBTDA superiori al 55% , credo che solo lo sfruttamento della prostituzione abbia margini maggiori) eppure a tutt'oggi la copertura delle loro reti non è garantita su tutto il territorio nazionale (basta fare qualche passeggiata in montagna o lungo le nostre coste per verificarlo): e' una banale questione di R.O.I. : il ritorno sugli investimenti e' lungo e funzione della domanda , non adatto per garantire un servizio universale. Il capitale privato non ha giustamente pazienza, vuole veder il realizzo a breve. Solo il capitale pubblico si può permettere di avere pazienza e di proporre pari opportunità a tutti. Ovviamente deve essere gestito in modo onesto e trasparente. In Italia oltre ai capitali pubblici mancano le due condizioni appena dette, quindi temo proprio che dovremo rassegnarci a pagare il QoS alle compagnie private.


Ultimo aggiornamento Venerdì 14 Febbraio 2014 09:30  

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