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Il Rock e il Viaggio

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Gli USA sono terra di viaggio. Ai tempi della frontiera - young boy go west - carovane di Conestoga rollavano lente tra l’alta erba della prateria stringendosi in circolo come serpenti a sonagli contro bloody indian galoppanti su pony pezzati, decimati dal tuono dei Winchester ‘73 e dall'urlo delle  Gatling di blue jacket dai lunghi capelli biondi occhi azzurri e pizzetto, ingabbiati dalle rotaie del serpente di ferro attraverso il sentiero del bisonte e dal filo spinato dei rancher, sterminati dal vaiolo di coperte infette da falsi venditori di acqua-che-brucia e travolti dall’avidità di forty-niners in gara verso l’oro delle Black Mountains e della California.  Negli anni 30 del 900 Ford modello T stracariche di masserizie abbandonavano praterie ridotte a turbini di polvere dalla monocultura e dallo sfruttamento agricolo tentando ancora la California e farmer ridotti alla fame saltavano su vagoni di lenti convogli merci per fraternizzare al ritmo delle rotaie e al suono lamentoso della locomotiva con bluesman di colore, fertilizzando ballate irlandesi con sound dalla remota origine africana nel crogiuolo del comune dolore, levatrici del rock, profeti della cultura hobo celebrata dalla beat generation di  Kerouac, precursori per necessità del vagabondare hippy in furgoni Wolkswagen e in autostop alla ricerca del prossimo concerto,  della scuola dello stregone nei deserti messicani e delle porte della percezione in fondo alla via dell’India. Viaggi reali e viaggi della mente dunque, inestricabilmente connessi.

Questo articolo spesso mescolerà musica e droga, e ancora cinema, al punto da rendere incerta la sua catalogazione nelle aristoteliche categorie imposte dal sito. A dimostrazione dell’olismo del reale e della fallacia della analitica ragione (su questo e ancora sul viaggio cfr. Lo Zen e l’Arte della Manutenzione della Motocicletta, di Pirsig). In attesa però come sempre di contributi da parte di tutti, per arrivare ad un qualcosa che superiore alla somma delle sue parti, completi armoniosamente il quadro.

Woody Guthrie è un paradigma della musica e del viaggio: “Scrivo le cose che vedo, le cose che ho visto, le cose che spero di vedere, da qualche parte, in un posto lontano”. Inevitabile presentare qui, in suo onore  “Hard Traveling”. Woody, malato di Corea Di Huntington, giace morente in un ospedale di New York, quando viene visitato da un giovanissimo Bob Dylan diretto ai locali del Village dove troverà i suoi primi successi. Egli dedica a colui che considera suo padre spirituale una bellissima “Song to Woody”.

Ma l’icona del viaggio è un film: “Easy rider”, considerato da molti il road movie per eccellenza. Citando Wikipedia “Il film esprime chiaramente la cultura del mondo hippie di fine anni '60: i protagonisti sono malvisti dalla gente comune per il loro aspetto, il loro modo di vestire, di vivere e di comportarsi, pur essendo persone non violente che vanno per la loro strada senza creare fastidi; sarà proprio per l'ignoranza, la paura del diverso e di chi è realmente libero, come preconizzato anche dagli stessi protagonisti durante il film, che verranno uccisi.” Capitain America (Peter Fonda) , al suono di  “The pusher” degli Steppenwolf nasconde nel serbatoio della sua moto i soldi frutto di una vendita di cocaina effettuata sotto il rumore assordante di jet che atterrano, si toglie l’orologio da polso, lo butta, mette in moto e con Bill (Denis Hopper) inizia il viaggio verso New Orleans. A seguire “born to be wild”, sempre degli Steppewolf, la bibbia dei motociclisti da oltre 40 anni. E  ancora da Easy Rider un pezzo che io uso come suoneria del telefonino: “if you want to be a bird”, degli Holy Modal Rounders, di cui qualche sconsiderato dice “E’ come ascoltare Bob Dylan dal dentista”.

Ancora un film: "Midnight Cowboy" (Un uomo da marciapiede), con la scena in cui John Voight inizia il viaggio che dal paese del mid-west lo porterà in città, con la favolosa "Everybody is talking at me" di Harry Nillson come colonna sonora. E' un po' lunga, ma ne vale veramente la pena.

Ma abbandoniamo i film e veniamo ad alcuni esempi classici: a partire da Duke Ellington con il suo molto signorile “A Train”, imperdibile anche se più swing che rock,  “Travellin’ band” dei Creedeance Clearwater Revival, il mitico “On the road again” dei Canned Heat, “Country Road” del grande John Mayall,  “Gasoline alley” di Rod Stewart, “It takes a lot to laugh it takes a train to cry” del sempiterno Bob Dylan, e “Drive on” di Johnny Cash: il viaggio di ritorno dal Viet-Nam nell'incubo del disadattamento del veterano. E infiniti ancora sarebbero gli esempi, ma come si fa? Proviamo allora a concludere con un focus specifico: l’autostrada, in inglese highway, che nel dopoguerra ha forse preso il posto del treno nel cuore dei menestrelli del viaggio. A cominciare da “Highway 61” di Bob Dylan, però nella grandissima interpretazione di Johnny Winter, a seguire con qualcosa di hard rock veramente sulfureo  “Highway to hell”, del gruppo australiano  AC/DC . E, dulcis in fundo,  “The long highway” del grandissimo Mark Knopfler.

Ultimo aggiornamento Martedì 04 Ottobre 2011 07:52  

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