Lo Sbavaglio

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DallAlcoa all'alcova

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E’ partita degna degna una nave dalla Sardegna, è partita? Quanti guai, s’è riempita d’operai, ci son pure la famiglie, madri, nonne, figli e figlie, con la voglia di gridare, con la voglia di lottare, se decidere il futuro sia il confronto oppure un muro. C’è gran vento questa notte, la burrasca c’è nel mare, un panino da mangiare, siamo tutti qui riuniti per non farci più fregare, ci hanno detto cosa fate?, vi pigliate le legnate, quelli picchiano davvero, son vestiti tutti in nero.

Qui non è na scampagnata, oppure un viaggio di piacere, le giornate sono nere, non si canta nè si mangia, qui facciamo come il Francia, siamo stanchi di subire, come paga solo  mancia, ed adesso che sfruttato tutto il popolo sovrano, con un gruzzolo di terra ci han lasciato nella mano. Ci han promesso mari e monti, ci hanno preso per dei tonti. Ma che razza di paese che non pensa ai propri figli, li abbandona senza pane, tra l’inferno e immense pene, il lavoro per noi è tutto, è la vita per i figli, è futuro della vita, se ci togli pure quello … è la sabbia tra le dita. A sto punto che ci costa, la facciam vedere tosta, se la nostra vita è tolta, tanto vale la rivolta, la campana della sorte questa volta suoni a morte.

S’ode un grido: Terra! Terra! Ma non siamo in Inghilterra, siamo a Roma in Parlamento, sì davanti a quel portone dove dorme il Bombardone, vuoi veder che lo svegliamo, mentre sta col coso in mano, quello sì come si dice, quello che ci aveva il duce, era duro lungo e bello, io lo so è il manganello.

Il P – Co sto vento e co sto tempo chi è che bussa in Parlamento?

Il servo – E’ lo popolo scontento, chiede pane e poi il lavoro, ci son pure le famiglie, ci son tutti li parenti, e non sono  mai contenti.

Il P – A quest’ora chi disturba il mio sonno assai regale? Sia punita la marmaglia, sia frustata fin che vive questa massa vile, indegna.

Il servo – Sono qui dalla Sardegna, s'è fermata qui la nave, s'è fermato il bastimento, proprio sotto il Parlamento, vuoi vede’ che so 'ncazzati?

Il P – Cosa vedono i miei occhi, quanta gente tutta sarda, date a tutti la mostarda, e poi fateli pregare, e chiudete quei portoni, chi è che rompe li cojoni, sono i soliti  operai, portan solo tanti guai, e non son contenti mai, ci han ha portato le famiglie ... fai che salgano le figlie!

Il servo – Ci ho provato, m'han picchiato, anche il naso m'han pestato e per darmi anche le spese m'han mandato a quel paese.

Il P – Presto chiama il Parlamento, discutiamo questo evento, chiama questa opposizione, che li fermi, siamo matti? E per farli andare via chiama dai la polizia, fagli dare tante botte che le scatole son rotte. Sveglia tutti, dai l’allarme, fai salvar le concubine, anche senza mutandine, falle uscire senza fallo, che nessun veda il misfatto che nel Parlamento ho fatto.

Il servo – Sì padrone, è tutto a posto, si cominci, detto fatto, questa infame discussione, diamo pure l’illusione a sto popolo cojone.

Il P – Siamo stati risvegliati, senza essere avvertiti, nè governo nè partiti, da sto popolo arrabbiato, che non ci ha l’educazione, non ha voglia di aspettare che io faccio colazione. Io mi scuso coi presenti, non sapevo, siamo giunti al medio evo, questa rabbia senza tema, non capisco, non mi spiego, dopo tutto quel che fatto, intervenga Teofilatto.

Teofilatto Tofanio –  Giunge voce che sta gente, viene da molto lontano, da una terra molto strana, porta un nome senza senso, non l’avevo mai sentita, ma la terra è già esistita? Che cos’è questa Sardegna, una cosa che si magna? Forse, forse un congiuntivo o soltanto un’espressione o la massima cooptazione del nonnulla mai finito?  Ma se proprio siamo buoni diamo pure udienza a loro, che volete che vi dica? Diamo il senso dell’umano tanto non ci costa niente, così infine noi sapremo che cosa hanno nella mente.

Botti – Noi per gli extra comunitari abbiamo già dato a Rosarno, rispediamoli al loro paese sparate sui gommoni. E poi li avete guardati? Sono negher altro che balle!

Applausi ...

Homer – Noi difendiamo le famiglie, ho saputo che ci sono due che convivono, sono comunisti, e non prendono neppure il thè alle cinque ...

Dalla sala – Bravo che ce l’hai detto!

Opposizione – Rispettiamo per favore quella gente, da dove avete detto che arrivano? (Dalla sala … Dalla Sardegna Dottò) E se pur non si sappia niente da do' arriva questa gente, ascoltiamola suvvia, che vorrete mai che dica di così tanto villano, sù proviamo l’emozione, facciano delegazione, se qualcosa non ci piace, noi alla fine li si tace.

Dalla sala – E ora ci mettiamo a parlare con i facinorosi, con gli extracomunitari che ci rubano le mogli, bauscia, Africa! Buttateli fuori, quelli vogliono il lavoro, ce lo rubano a noi solo perché del lavoro non c’è ne facciamo niente, andè a lavurer a cà vostra, comunisti di meeerda.

Delegazione – (Dalla sala ... ti sei pulito le scarpe pezzente?) Buongiorno a tutti, anche agli offendenti, quelli presenti e quelli che verranno, non son venuto per tendere la mano, per chiedere elemosina ai presenti, non son venuto col cappello in mano per chiedere le scuse a tutti quanti. Sono venuto anche se parlo solo, per dirvi che la voce mia ha mille volti, la voce della gente che non parla, se stanno zitti è solo per paura di essere trattati come bestie. Stavo ascoltando dietro la porta le risate vostre, i vostri insulti e voi sareste gente di cultura? Per non sapere cos’è la terra mia sicuramente c’è qualche distrazione, oppur fra voi c’è qualche ignorantone. Terra fenicia, terra molto antica, più della Roma e della Grecia stessa, terra dei Puni, colonia antica dei popoli del mondo innamorati della terra mia. Sempre colonia ma serva mai a nessuno, questo è il destino avuto sino adesso, lotta antica per un’altra vita e ancora adesso sempre colonia e non è finita.

Il P – Come mai sei solo?

Delegazione – Non sono solo e non mi sento tale. Con altri sette stavo per salire, la polizia a botte ci ha presi e son dovuto venire solo io. Chiediamo solamente di mangiare, alzarci la mattina e lavorare, quante promesse che ci avete fatto, quante parole gettate tutte al vento, senza lavoro non c’è dignità, diritto di campare noi chiediamo, i nostri figli da mandare a scuola, il giusto riposo e senza mai strafare, bere un bicchiere e dopo riposare, avuto questo ce ne vogliamo andare, andare via da questo lupanare. Lo so, forse chiedo troppo a questa gente seduta a poltronare mentre il paese affonda dentro il mare, troppi silenzi da voi mi sento fare, troppo assordante la vostra assenza pare, davanti alle ingiustizie che proviamo. Vi fate leggi per i fatti vostri, parlate di puttane, e di riforme per darvi lustro della vostra ignavia, serpenti siete dell’umana specie, servi perversi de' li vizi vostri. Ebbene, Presidente ve lo dico, m’avete chiesto se son venuto solo, v’ho detto una bugia, l’ho ammetto.

Dalla sala – Arrestatelo ... arrestatelo!

Delegazione – Calma ... Calma, quanta fretta di mettermi in galera, Presidente mica ho fatto, non ho detto niente. Con me ho portato questo figlio mio, perchè vi guardi cari accusatori, la vostra faccia, la vostra comprensione per quello dell’Italia che è padrone. Lo so, lo so, non otterremo per intero quello che chiediamo ma il gusto di veder la vostra faccia e sputarvi sopra e dirvi quanto siete indegni persino per il popolo dei regni. E il tricolore che vedete accanto io me lo porto per lavarlo a casa assieme ai miei compagni di lavoro, già troppo fango gli avete regalato ora, con questa ci vesto il figlio appena nato mio. E povero me che v’ho dato il voto sperando che mia moglie mi perdoni.

Ultimo aggiornamento Mercoledì 03 Febbraio 2010 17:25  

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