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La vita umana e il principio di economia

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Coloro che rimangono sui rottami di legno spezzato o di ferro, fanno cose orribili”

Hodgson, “L’orrore del mare”.

Il brano, ripreso dal più orrido genere letterario, propone, tra i racconti di Hodgson, una di quelle esperienze che comunemente vengono relegate nel ripostiglio della mente umana, non solo per la marginalità di ciò che rappresentano (ma vedremo da qui a poco se è davvero così), ma anche e soprattutto per la portata del tema, estrema, impietosa e crudele.

Quel che non vorremmo mai accadesse si presenta invece nella sua più cruda disumanità. Una lotta di sopravvivenza tra due esseri umani che in mezzo al mare in tempesta si contendono una tavola di legno cui aggrapparsi per salvare la pelle, senza pietà l’un per l’altro: il soccombere dell’uno significa la salvezza per l’altro.

Ma usciamo dalla rappresentazione letteraria e immaginiamo cosa accadrebbe se, in un caso concreto, foste chiamati a rispondere di avere respinto in mare aperto il vostro compagno di sventura e di averne determinato la morte.

 

 

Ebbene, in base al principio del bilanciamento degli interessi, il quale, con una certa prudenza potrebbe essere ricondotto al principio di economia, non rispondereste di alcun reato o di qualsivoglia responsabilità per la perdita di una vita umana.

 

Se, infatti, una tavola di legno non può sopportare il peso di due persone, così destinate entrambe a perdere la vita, appare piuttosto logico che la morte di una delle due rappresenta la vita per l’altra, vale a dire che con la dipartita di colui (o colei) che non è riuscito a sopraffare l’altro, prevale e vince il principio vitale.

E’ così che la logica trova la sua concretezza anche nella norma, trasponendosi in essa.

Nel nostro codice penale troviamo infatti un articolo basilare, il 54, che si intitola “Stato di necessità”: “Non è punibile chi ha commesso il fatto per esservi stato costretto dalla necessità di salvare sé od altri dal pericolo attuale di un danno grave alla persona, pericolo da lui non volontariamente causato, né altrimenti evitabile, sempre che il fatto sia proporzionato al pericolo…”.

L’Antolisei, eminente studioso di diritto penale, così commentava la norma: “E’ il caso del naufrago che, per salvarsi, respinge in mare un individuo che si è aggrappato alla stessa tavola capace di sostenere una sola persona, o dell’alpinista che fa precipitare il compagno sospeso con lui ad una corda che minaccia di trascinare entrambi nell’abisso” (F. Antolisei, Manuale di Diritto Penale, Parte Generale, 1975).

Vale sempre la pena di precisare che un corretto atteggiamento antidogmatico impedisce di considerare la norma, o meglio il concetto in esame, di assoluta validità dottrinale (scientifica), nel senso che, pur dopo lunghi anni di elaborazione e di perfezionamento del concetto medesimo, ben si potrebbe, sempre in nome del rispetto della vita, rovesciare la tendenza, statuendo per legge che i due naufraghi o alpinisti malcapitati, siano tenuti a soccombere entrambi, magari dopo lungo fair play.

Malgrado ciò la tesi della tragica selezione risulta essere fin troppo esaminata ed unanimemente accettata dagli studiosi (presumo anche cattolici).

Mi sono sempre chiesto, riflettendo sulla portata della fattispecie, ed in presenza della sua  rigorosa soluzione logica, morale e giuridica, cosa impedisce di esaminare con altrettanta lucidità e convenienza per il genere umano questioni di rilevanza pubblica (meglio universale) quali la sovrappopolazione e il controllo delle nascite.

Più volte riproponiamo anche da questo sito i numeri e le immagini delle carestie e della mancanza di risorse per il sostentamento di milioni di esseri umani che soccombono di fronte alle più disparate difficoltà.

Se non è un luogo comune che la popolazione mondiale raggiungerà numeri impossibili rispetto a quanto può offrire il nostro pianeta, continuo a chiedermi da quale parte sta la difesa della vita se si persiste nella concezione ideologica ed astratta di una sua “difesa” da ogni criterio di collegamento alla realtà.

Facile riferimento a quei principi religiosi che con largo successo si frappongono a una politica di contenimento dell’esplosione demografica.

I casi del povero naufrago e dello sfortunato alpinista, al di là della loro infrequenza applicativa,  servono a dimostrare, in modo disarmante, che la difesa della vita è un principio puramente laico.

Ultimo aggiornamento Mercoledì 17 Novembre 2010 14:55  

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