Lo Sbavaglio

...perchè le libere opinioni contano

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Dall'altra sponda del fiume

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Leggo a  pag 67 di  “Esportare la libertà” di Luciano Canfora, ed. Oscar Mondadori: “Il 29 settembre 2006 il pontefice Benedetto XVI ha ricevuto nella residenza di Castel Gandolfo l’ex segretario di stato americano Henry Kissinger, e gli ha chiesto di entrare a far parte del suo staff di consulenti di politica estera. Kissinger ha accettato”.

Le pagine precedenti del libro contengono numerosi esempi delle scelte politiche di Henry Kissinger, tutte orientate a favorire l'imperialismo USA e cinicamente indifferenti ai diritti dei popoli che hanno avuto la sfiga di essere oggetto delle attenzioni del Dipartimento di Stato, tutte giustificate però dalla necessità di esportare la libertà e la democrazia.

E’ condannabile per questo il Pontefice? Io dico di no, anzi, egli è encomiabile, perché si è correttamente comportato da uomo responsabile, con somma preoccupazione e cura per la struttura di potere che egli rappresenta. Egli si  è  logicamente avvalso – come ogni buon manager avrebbe fatto - della consulenza di uno dei massimi esperti in materia, limitandosi a cambiare le parole d’ordine: in nome di Dio e della Santa Chiesa invece della libertà e della democrazia.

La rivoluzione ungherese del 1956 viene quasi universalmente considerata un luminoso esempio di ribellione contro la dittatura di un'elite di potere appartenente al partito comunista locale appoggiato esternamente dall’Unione Sovietica. Sempre Canfora ci ricorda che nel dopoguerra in Ungheria “la chiesa cattolica era la più grande proprietaria di terre: 570.000 ettari. Solo con la riforma agraria varata dal governo di coalizione capeggiato dai comunisti, formatosi dopo le elezioni del 31 agosto 1947, 465.000 ne furono espropriati. La riforma agraria non toccava le proprietà inferiori ai 57 ettari; ciò garantiva alle parrocchie la possibilità di sostentamento. Nondimeno il primate di Ungheria cardinale Jòzsef Mindszenty  tuonò ripetutamente ex cathedra contro la riforma agraria, denunciandola come ‘spoliazione’ dei beni dei proprietari e della Chiesa ungherese […]. Ma la rottura avvenne sul terreno dell’insegnamento scolastico, allorché il primate, che non aveva mai riconosciuta la Repubblica proclamata al momento della liberazione, respinse e condannò la riforma scolastica perché questa dava allo stato la diretta gestione di scuole e università, fino a quel momento quasi completamente in mano alla Chiesa”.

E’ da condannare il primate di Ungheria? Ma no, anche qui si tratta del corretto comportamento di un leader che ritiene che il successo competitivo della propria organizzazione si debba basare economicamente sul latifondo e sulla prematura formazione delle coscienze dei giovani (speriamo qui che la pedofilia sia estranea alla cultura del fiero popolo magiaro).

Va di moda oggi, a causa di un prossimo evento mediatico, parlare di Ipazia, filosofo alessandrino del IV secolo smembrata da fondamentalisti cristiani istigati da Cirillo, vescovo, santo e dottore della Chiesa. Può essere giudicato colpevole Cirillo per quello che ha fatto? Ma nemmeno per sogno. Come Nerone e Diocleziano nei confronti dei cristiani e Teodosio nei confronti dei pagani, si è semplicemente difeso, con i metodi propri dei suoi tempi, contro i membri di una parte avversa che ostacolavano ideologicamente il suo esercizio del potere.

Il cardinale Bellarmino, santo celebrato dalla Chiesa, ha mandato al rogo Giordano Bruno, e minacciato di tale fine Galileo. E’ per questo esecrabile? Ma no, anch’egli ha difeso con mezzi e strumenti propri di quell’epoca l’ideologia portante della struttura sociale da lui rappresentata contro pericolose infiltrazioni di pensiero che potevano minarne le basi. Certo, di Bruno ne ha fatto un simbolo: al punto tale che viene voglia di appendere, nei luoghi pubblici, un'effige del suo rogo al posto del crocefisso, nel momento in cui si teorizza che il principale valore di tale costume sia il ricordare il dolore dell’uomo. Per il momento l’Italia laica di inizio 900 ne ha fatto una statua in Campo de’ Fiori a Roma.

Kamikaze giapponesi e islamici si immolano in nome di un ideale: sono censurabili? No, perché l’ideale in cui credono è talmente forte da spingerli al sacrificio estremo, nel contesto della santa guerra che per loro rappresenta il fine ultimo, fino al disprezzo delle altrui vite.

Volontari animati dalla fede e sacerdoti onesti e coraggiosi percorrono le periferie urbane e il mondo portando sollievo ai poveri, ai malati e agli oppressi. Sono encomiabili? Non più dei volontari di Emergency che laicamente alleviano il dolore in zona di guerra. Non più di Hamas che in Palestina con l’AK 47 in una mano e il corano nell’altra promuove ospedali e scuole per la strangolata popolazione palestinese (nel suo piccolo, il nostro presidente del consiglio se ne è uscito pochi giorni fa con la celebrazione dello stato di Israele come “unico esempio di democrazia del medio oriente”, altro brillante esempio di un uso retorico del linguaggio che vuole ignorare la realtà di un lento genocidio).

La religione, in particolare quella cristiana, è vessillifera di comportamenti etici. Dobbiamo noi ammirarla per questo? Non più della laica etica kantiana, che ci spiega pacatamente come si debba considerare sempre il prossimo come fine e mai come mezzo. D’altra parte già una religione laica, il buddismo, 500 anni prima di Cristo predicava la necessità della compassione nei confronti di tutte creature.

Insomma esistono differenze significative in termini di gestione del potere, cinismo, sfruttamento, repressione, etica, volontariato, aiuto al prossimo, compassione tra coloro che si dicono credenti e coloro che si dicono laici? Per quanto non abbia prove matematiche, sospetto di no: credo che la distribuzione di queste caratteristiche tra le due popolazioni sia analoga e dettata fondamentalmente dalla statistica.

Ma allora a che questa polemica sullo Sbavaglio, questo dibattere tra sostenitori del cristianesimo e del laicismo, questa distinzione tra gerarchia “cattiva” e base “buona”? Io non la capisco, non ne vedo il motivo, quando da un lato l’unica distinzione evidente mi pare nella formulazione lessicale degli ideali usati per nascondere le porcate non dichiarabili, e dall’altro lato mi pare comune l’onestà e la buona volontà di chi vuole aiutare il prossimo; fino a quando anch’egli diventerà un elemento organico alla struttura di potere a cui appartiene e comincerà, in suo nome, a fare e nascondere ulteriori maialate.

C’è poi una considerazione, che mi impedisce di aderire alla tesi buonista del “volemose bene”. E che mi pone dall’altra sponda del fiume, a guardare con diffidenza i ponti che vengono lanciati.

Penso infatti che chi ritiene che all’interno del proprio periodo storico si sia verificato che un dio immanente sia sceso sulla terra per salvarlo con il suo personale estremo sacrificio soffra della stessa forma di miopia prospettica di colui che sostiene che la terra sia al centro dell’universo con l'uomo fine ultimo della creazione. Una specie, se volete, di delirio di grandezza. Ovviamente ognuno ha tutto il diritto di nutrire tali improbabili opinioni, purché non se ne faccia una santa missione di convincerne a tutti costi anche gli altri. Ora, dato l’argomento in gioco, chi ritiene che dio si sia scomodato per scendere dell’alto dei cieli per accorrere in sua salvezza si ritiene ovviamente, autorefenzialmente e inevitabilmente in posizione superiore rispetto agli altri, e quindi in diritto di venire a predicare ogni giorno di come i suoi martiri siano più martiri, i suoi santi più santi, i suoi testimoni più testimonianti, le sue buone azioni più buone,  il suo cammino esistenziale teleologicamente più finalizzato ad obiettivi superiori, di come inoltre ci siano modi giusti di scopare e modi sbagliati, e ancora di come masturbarsi conduca alla pazzia, le madri abbiano meno diritto dei feti, e non ci sia modo di morire con dignità quando le cose si metteno veramente male. Si sente inoltre autorizzato a strillare al martirio e alla lesa santità non appena incontra chi espone un pensiero contrario al suo o agli interessi della struttura a cui appartiene.

Si dice che chi ha il dono della fede sia un fortunato: ne sono convinto, e mi auguro sinceramente che se lo goda. Possibilmente senza coinvolgermi troppo, al di là di qualche educata forma di comunicazione. Io non credo ai progetti e ai super progettisti. Anzi, mi sembra tutto un po' a caso. Ma in realtà non so, e quindi mi limito al silenzio. A parte occasionali articoli come questo.

Abbiamo però anche noi, come i cattolici,  un principio non negoziabile: non rinunciare alla ragione, unico fascio di luce nel mistero che ci circonda, perché il sonno della ragione genera mostri. E fa immaginare improbabili epifanie e rivelazioni non discutibili. Con tutte le perniciose conseguenze del caso.

 

Ultimo aggiornamento Lunedì 26 Aprile 2010 11:19  

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