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Monti dopo Monti

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Lo ha sostenuto con candida chiarezza, qualche editoriale fa su Repubblica, Eugenio Scalfari: dopo Monti non c’è che Monti, con o senza di lui; l’agenda, come si usa dire, è già fissata ed è quella dettata dalla Commissione Europea (leggi Germania), dal FMI, dalla BCE. Con questa lettura del quadro politico attuale le elezioni diventano un formale, doveroso omaggio alla democrazia liberale, niente di più. Sfortunatamente questo sciagurato scenario - per noi, non per il fondatore di Repubblica - sembra avere molte possibilità di successo.

 

 

 

Mario Monti ha ridato, in questi mesi, credibilità all’Italia, trasformandone l’immagine che pareva irrimediabilmente deturpata dalla maschera del guitto di Arcore, ossessionato dal sesso e intrappolato dalle sue stesse menzogne. Lo ha fatto grazie al suo volto di serio (e noioso) professore e soprattutto grazie alla rete di rapporti costruiti negli anni in Goldman Sachs e nella Commissione Europea. La concezione dell’economia e della società che l’ex rettore della Bocconi ha perfezionato durante il suo lungo curriculum internazionale si può riassumere nella formula “meno stato più impresa”, paradigma della cultura neo-liberista che si è affermata negli ultimi vent’anni in USA e in Europa. Coerentemente con queste idee, o ideologia se si preferisce, il governo Monti ha tagliato le pensioni, ha fatto approvare in un fiat il fiscal compact che comporterà la riduzione del 3% annuo (48 miliardi di euro) della spesa statale dal 2014 al 2034, ha messo mano allo Statuto dei Lavoratori, si prepara a una stretta sui dipendenti statali. In poche parole il governo Monti ha operato e opera per la riduzione dello stato sociale, quell’insieme di conquiste che, nel vecchio continente, sono state la stessa cifra dell’identità e della diversità europea rispetto al resto del mondo.

L’attacco al welfare, che è partito da oltre un ventennio, è sostenuto da una campagna d’informazione volta ad avvalorare la tesi che la spesa pensionistica e la protezione del lavoro sono un lusso che non possiamo più permetterci - si veda, ad esempio, il rapporto FMI denominato Longetivity risk (sic!) – e che, pertanto, occorre metter mano alla spesa sociale. Luciano Gallino, con la consueta puntigliosità, si è incaricato di smentire questa tesi. Nel triennio 2007-2010 il deficit dei bilanci pubblici europei è passato dallo 0,7 al 7% e il debito pubblico complessivo dei paesi UE dal 60 all’80% del PIL (oltre 120%, come noto, in Italia) ma la grandissima parte del debito accumulato è dovuta al salvataggio del sistema finanziario per il quale si sono spesi 4,13 trilioni di euro, quasi un terzo dell’intero PIL continentale; in verità, nello stesso periodo, la spesa sociale è rimasta stabile al  25% del PIL, come lo era già dal 1998. Nel nostro paese il paradosso di una finanza rimasta “arretrata” rispetto al modello anglosassone ha consentito di limitare considerevolmente gli interventi statali a favore del sistema bancario nazionale, ma l’elevato e pre-esistente debito pubblico ci ha risucchiati nel gorgo della speculazione finanziaria che si è abbattuta su tutta l’Europa. Ove si consideri il peso dell’economia sommersa, oltre il 22% (il doppio di quella francese e tedesca), con i suoi riflessi sull’evasione fiscale e l’elevatissimo tasso di corruzione esistente nel nostro Paese appare chiaro che neppure il debito pubblico italiano è figlio di un avventato e spendaccione stato sociale.

Il progetto è pertanto chiaro: liquidare e mercificare tutte le componenti del welfare: sanità, istruzione, pensioni. In questo modo tuttavia, come avevano già lucidamente osservato Karl Polanyi e Hannah Arendt, anche la democrazia si svuota perché le privatizzazioni tolgono spazio alla discussione e alla decisione pubblica. Questo dibattito, con pochissime eccezioni, è drammaticamente assente nel nostro Paese. I partiti che appoggiano l’attuale governo Monti, e che hanno sostenuto ogni sua scelta, sono impegnati nella definizione di una nuova legge elettorale che consenta loro di proseguire indisturbati il progetto di cui si sono fatti interpreti. Anche il Partito Democratico, con qualche passeggero mal di pancia, sostiene l’agenda Monti; l’eventuale vittoria alle primarie di Renzi o di Bersani sembra esser questione di stile e di equilibri tutti interni a quello che era il principale partito d’opposizione ma la sostanza non cambia. In questo quadro la partecipazione di Vendola a quelle elezioni  suona davvero incomprensibile, o meglio suonerebbe incomprensibile se non si tenesse conto della particolare tendenza del personaggio alla esposizione e al narcisismo. Infatti, se anche Vendola dovesse vincere le primarie, cosa che comunque reputo oggi del tutto irrealistica, si troverebbe nella impossibilità di guidare in campagna elettorale una coalizione dove sono nettamente prevalenti le idee e i sentimenti “montiani”; e qualora le perdesse dovrebbe, come vuole la logica delle cose oltre che il regolamento, affiancare e supportare il vincitore di quella competizione, Bersani o Renzi che fosse. Non vedo, infine, come il PDL (e la stessa UDC) dovrebbe in queste ore acconsentire a una legge elettorale che favorisca il partito che, relativamente, è più forte negli attuali sondaggi; farà di tutto per impedirne il governo in solitaria  e proseguire l’esperienza della grosse koalition all’italiana. Ecco perché, dopo Monti, non c’è davvero e sfortunatamente che Monti.

 

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