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Luciano, il Migliore!

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“C’è un populismo giuridico che utilizza le procure come clava politica”. A dirlo non è ancora una volta Silvio Berlusconi o uno dei corifei a lui più vicini. Le parole sono quelle di Luciano Violante, Partito Democratico, in un’intervista alla Stampa di Torino, e sono state usate per polemizzare coi magistrati che a Palermo indagano sulla trattativa Stato-mafia (della quale qui non ci occupiamo se non per ricordare che proprio Violante confermò ai magistrati di Palermo nel 2009 la richiesta di incontrarlo avanzata da Vito Ciancimino nel 1992 per il tramite di Mario Mori, quando egli era Presidente della Commissione Antimafia). Nell’occasione l’esponente democratico va a fondo nella sua analisi puntando l’indice su trasmissioni televisive come quelle di Santoro dalle quali “si è formato l’humus non democratico di questo populismo che alimentava rancore sociale e sostituiva l’argomento con l’invettiva”.

Sembra stupita (e compiaciuta), alla pubblicazione di questa intervista, la reazione della grande volpe del centrodestra, Maurizio Gasparri, che dà il benvenuto a Violante sulla sponda di chi critica “gli eccessi del populismo giuridico”. Noi, invece, non ne siamo meravigliati e ancor meno compiaciuti.

 

 

 

Sempre pacato nei toni e rassicurante nell’aspetto, Violante è da sempre un “ponte di collegamento” colle destre. Famoso il suo discorso alla Camera del febbraio 2002 col quale si avallava l’eleggibilità di Silvio Berlusconi nonostante il conflitto d'interessi. E ancora meno meravigliato di noi ne sarebbe oggi Giorgio Bocca che nel primo numero di MicroMega 1998 gli indirizzò una lettera aperta che qui in parte è ben utile riportare.

“Insediandosi alla presidenza della Camera” scrive Bocca “Lei ha proposto una revisione del fascismo di Salò, ci ha esortato a «capire quei giovani» e ora, mentre è in corso una campagna di diffamazione e di restaurazione verso la giustizia, ci dice che un’amnistia per Tangentopoli Le sembra utile e necessaria in tempi stretti, non più di due anni. Non credo che con queste sortite Lei renda un servigio al suo partito, che prima si chiamava Pci e ora si chiama Pds. Perché sembrano confermare l’ecumenismo che arriva dalla Terza internazionale: ciò che è illecito se commesso dagli altri diventa lecito se commesso da noi. Che tradotto in politica recente dai comunisti emiliani era: «Il comunismo è il capitalismo diretto da noi». Oggi si ritrova in una confidenza di Massimo D’Alema: «Noi saremo i democristiani del Duemila», il nuovo partito moderato e mediatore. Che devo dirLe, sarò un azionista, un giustizialista ma questo ecumenismo mi fa cadere in depressione, mi fa pensare che non saremo mai un paese normale, che saremo sempre un paese pretesco. Lei ha detto che la Resistenza e la sua cultura sono fallite perché non sono diventate patrimonio nazionale. Ma si dimentica di dire che la cosa avvenne anche per precipuo merito del suo partito e di Palmiro Togliatti che della Terza internazionale era un alto dirigente, il giurista che Stalin apprezzava per l’abilità con cui rivestiva una dittatura spietata di orpelli umanistici e democratici. In nome della Realpolitik e dell’ecumene, la rivoluzione liberale o progressista della Resistenza – sì proprio quella che aveva espresso in ogni vecchio partito, comunista compreso, degli uomini nuovi che in qualche modo ripetevano la fioritura giacobina: comunisti, cattolici, repubblicani, liberali, socialisti che volevano cambiare il vecchio Stato e portarvi la comune speranza democratica della Resistenza, la comune voglia di giustizia e libertà – venne bloccata, congelata dall’alto, con la svolta di Salerno, l’articolo 7, l’amnistia ai fascisti di Salò. Il tutto lodato, magnificato come saggezza e lungimiranza politica.


Il risultato mi pare sia stato l’anomalia italiana, la sua democrazia imperfetta, zoppa, la sua diversità dalle altre democrazie europee, la lunga serie di mediazioni e di compromessi che oggi puntualmente si ripropongono. Quel grande marxista che era Palmiro Togliatti era convinto, come Lei onorevole Violante, che la giustizia reazionaria, i fascisti, i clericali, una volta toccati dalla benevolenza e dal perdono del suo partito, sarebbero diventati elettori grati e fedeli. E invece quelli capirono benissimo dove quell’ecumene andava a parare, e la magistratura reazionaria cercò perfino di invalidare il referendum contro la monarchia, assolse tutti i fascisti che le capitavano, benedì l’amnistia e poi decapitò il movimento contadino come al tempo de «la boje» o dei moti siciliani. Insomma, ricominciò a fare il suo mestiere, a praticare la sua «normalizzazione», come si vorrebbe rifacesse ora, con l’avallo degli ecumenisti.


Il revisionismo filofascista, che sta spuntando da mille fontanili, sta diffondendo l’immagine di una Resistenza feroce e vendicativa, la resistenza di Porzus e del «triangolo rosso», apparentata alle foibe e ai gulag. La verità è che non si conosce nella storia una rivoluzione o una guerra civile con dei vincitori così ragionevoli, così responsabili o così ingenui da accettare che ritornassero subito nella circolazione politica i torturatori, i seviziatori, i fucilatori al servizio dei nazisti, per ricostituire un partito neofascista che è durato fino a due o tre anni fa, fino a che a Fiuggi lo hanno fatto fregolianamente scomparire. Oggi si dice che l’indulto ai brigatisti non sarebbe accettato perché offensivo per i parenti delle vittime, che si contano in un centinaio. Allora non ci si preoccupò dei parenti delle vittime che si contavano a decine di migliaia.


In questa lettera, che merita di essere letta tutta, Bocca, nelle conclusioni, intravede nella “idea togliattiana e ora dalemiana che «senza i voti dei moderati o della destra la sinistra non arriva al governo»" l’origine di molti guasti della politica italiana. Dopo Palmiro, dopo Massimo, sei ora tu il Migliore, Luciano!

Ultimo aggiornamento Mercoledì 22 Agosto 2012 14:21  

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