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Perché il progetto di SEL è fallito

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Perché il progetto di SEL è fallito e come possiamo evitare che fallisca quello di ALBA

Sono passati poco meno di due anni dalla nascita di Sinistra Ecologia Libertà (SEL), era l’ottobre del 2010, eppure quel progetto appare oggi irrimediabilmente perduto.

Il congresso di Firenze, definito con superficiale neologismo “fondativo”, segnava, invero, una svolta nella storia della sinistra italiana che, anziché continuare a dividersi in minuscoli spezzoni, ricomponeva più tessere del suo mosaico sotto le bandiere di un unico partito. La sinistra sopravvissuta alla batosta elettorale dell’aprile del 2008 che, per la prima volta nella storia della Repubblica, l’aveva esclusa dalla rappresentanza parlamentare, decideva di dare vita a un soggetto politico unitario aggregando quelle medesime componenti (o porzioni significative di quelle) che avevano originato la lista Arcobaleno: Rifondazione Comunista, i Verdi, il Partito dei Comunisti Italiani, Sinistra Democratica.

 

 

Il progetto suscitava subito largo interesse perché a molti appariva come la sola chance di una sinistra moderna, stretta tra chi (il Partito Democratico) aveva scelto di abbandonare il campo dell’opposizione di classe al modello economico liberista e chi (la Federazione della Sinistra) perseverava in linguaggi e concetti propri della prima parte del Novecento.

Così ad ottobre 2011 SEL aveva superato nelle intenzioni di voto il 9% dei consensi divenendo in fieri il quarto partito italiano dopo PD, PDL e Lega Nord. Poi, da quella data, la progressiva perdita di appeal che, in tutte le rilevazioni oggi disponibili, porta SEL a un misero 5%, confermato dai risultati delle ultime amministrative anche laddove, come a Genova, impone un proprio candidato a sindaco; una percentuale che si avvicina sempre più al quel disperante 3,1% che fu la cifra elettorale politica dell’Arcobaleno.

Il fallimento, si osservi bene, non è una valutazione di parte ma è l’esatta misura degli obiettivi mancati che il partito della sinistra nuova s’era dato a Firenze: “non saremo un nuovo partitino della sinistra” aveva allora promesso Vendola. L’esito attuale smentisce questo impegno e questa previsione.

Si è detto e si è scritto sull’insufficienza del dibattito politico all’interno del partito come della difficoltà ad elaborare e a proporre all’opinione pubblica risposte adeguate ai gravi problemi dell’attualità politica ed economica. Questo è senz’altro vero: non è immaginabile una forza politica che si candida alla guida del Paese senza un progetto autentico e credibile. Tuttavia, quest’aspetto, nella sua indiscutibile rilevanza, è la conseguenza di altri vizi e non la ragione stessa dell’insuccesso.

Molti, ed io tra questi, hanno denunciato lo strapotere del leader presidente che ha riservato per sé ogni spazio di comunicazione possibile, oscurato le tante e prestigiose personalità disponibili nel partito (Buffo, Cento, De Petris, Fava, Forgione, Francescato, Frassoni, Gianni, Giordano, Guidoni, Mattioli, Musacchio, Mussi e molti altri ancora), accentrato ogni decisione, come anche la scelta del candidato alle primarie per l’elezione del sindaco a Torino nel 2011. Anche questo è  indubitabilmente vero ma per capire come e perché il partito sia rimasto schiacciato dalla leadership vendoliana e sia stato incapace di elaborare una proposta politica per gli italiani (o almeno per quella parte di essi che si riconoscono nei valori della sinistra) è necessario andare più a fondo, entrare nella vita stessa del partito.

Il naufragio di SEL è anzitutto un fatto umano, troppo umano. Esemplare è quel che è capitato a Torino, una capitale da sempre della sinistra italiana, una città ricca di culture e di esperienze che SEL avrebbe potuto integrare e far crescere insieme; mentre abbiamo assistito al progressivo impoverimento della struttura del partito con la fuoriuscita di numerosi compagni, da ultimo anche il consigliere provinciale Ferrentino.

Quest’autentica fuga, che ha riguardato soprattutto i giovani e chi si era avvicinato alla politica per la prima volta (a Rivoli come nel Canavese, a Chivasso e nello stesso capoluogo torinese), è la conseguenza diretta dell’occupazione del partito che è stata fatta da parte di una pattuglia di “professionisti” che mostrano di obbedire ad una politica del ventre di stirneriana memoria più che alla politica come servizio alla collettività e come mezzo per realizzare le proprie idee.

Quando ogni discussione s’inizia e si conclude in contrapposizione forzata tra fazioni precostituite, o addirittura con la violenza degli insulti, si produce uno scarto incomprensibile tra i valori dichiarati e i comportamenti agiti. Quando, in vista dei congressi, si verifica il picco di iscrizione ai circoli, senza che si registri il minimo incremento dell’attività politica, non si può sfuggire ai peggiori sospetti.

Se la legge regionale 50 del 29/08/2000 assegna ai gruppi consiliari centinaia di migliaia di euro all’anno per il loro funzionamento (uno scandalo soprattutto per quei gruppi composti da un unico consigliere!) è lecito attendersi la trasparente pubblicità della destinazione di quei fondi. È evidente il corto circuito democratico che si avrebbe se quelle risorse economiche, ad esempio, venissero impiegate per controllare le attività di organi del partito, come la presidenza regionale o l’organizzazione federale. Ed è altrettanto lecito attendersi che la consigliera in Regione, che dispone di un reddito che è 8-10 volte la retribuzione di un operaio, versi più di un misero 20% delle sue entrate nelle casse del partito.

È dunque necessario, anzitutto, spezzare il circuito perverso politica-denaro-potere. Per queste ragioni ALBA dovrebbe molto riflettere sulla sua bozza di Statuto, ancora fortunatamente in discussione, in particolare per quanto riguarda a) la permanenza negli organismi dirigenti e nelle cariche elettive; b) il contributo finanziario al movimento da parte delle elette e degli eletti.

La bozza attuale, per il primo punto, fissa in due mandati pieni consecutivi la permanenza in seno agli organismi dirigenti e in quattro mandati il limite massimo aggregato nel caso di cariche elettive a diverso livello. Si deve essere a questo riguardo ancora più draconiani: non si consentano rinnovi dopo la scadenza e si fissi il limite di permanenza a due mandati consecutivi. Si rifletta, per convincersene, sul cambiamento di paradigma intervenuto negli ultimi anni attorno alla figura di chi fa politica, non più avanguardia, dirigente o guida, ma rappresentante di cittadini, delle loro volontà e dei loro interessi. Questa funzione di rappresentanza può essere convenientemente limitata a un turno, anzi la rotazione nell’incarico favorirebbe maggiore costanza nella relazione tra rappresentante e rappresentati. Per il secondo punto, laddove la bozza attuale rinvia al futuro “Regolamento Emolumenti Istituzionali”, è opportuno fin da subito dichiarare che la misura del contributo delle elette e degli eletti e di chi assolve incarichi istituzionali non potrà in ogni caso risultare inferiore al 50% delle indennità e dei proventi a vario titolo percepiti per l’assunzione della carica. Anche queste semplici regole possono contribuire ad allontanare da ALBA, in un futuro più o meno lontano a seconda del successo che la neonata formazione conseguirà, chi è interessato alla politica col solo scopo di un reddito agevole e sicuro.

C’è oggi un grande bisogno, specie a sinistra, di buona politica ma per non spegnere la passione di chi mette a disposizione una parte del suo tempo, non sono più eludibili le richieste di maggiore democrazia, di larga diffusione delle responsabilità, di assoluta trasparenza sui meccanismi decisionali e sull’impiego delle risorse.

Rivoli, 25 luglio 2012

 

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