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Non gli basta mai!

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Come tanti di voi ho inizialmente sperato che l'esecutivo dei tecnici, con già in tasca il merito di aver posto fine al governo più odioso della storia repubblicana d’Italia, potesse affrontare e risolvere la gravissima crisi nella quale siamo immersi ormai da un lustro.  Nessuno meglio di Mario Monti può rappresentare l’Italia in Europa perché parla la stessa lingua dei potenti del continente, quella delle banche e degli economisti liberali, anzi è propriamente uno di loro.

Accettavamo, implicitamente, di preservare (per quanto tempo ancora?) il modello economico e sociale impostosi negli anni ’80 in Europa, a partire dalla Gran Bretagna e con quella Terza Via (mai nome fu più insincero!) di Tony Blair, prontamente seguita anche in Italia dai precursori dell’odierno Partito Democratico e da allora mai più abbandonata. Se la casa brucia, pensavamo, che altro fare se non adoperarsi per spegnere l’incendio? Ci occuperemo della planimetria interna e dell’arredo dopo averla, eventualmente, salvata dalle fiamme.

Sono trascorsi otto mesi dall’insediamento di Mario Monti a Palazzo Chigi ma la casa continua a bruciare, piuttosto l’odore di bruciato cresce e ha raggiunto oramai la gola.

 

 

Appena qualche giorno fa l’agenzia americana Moody’s ha declassato l’Italia di due gradini portando il rating dei nostri titoli di Stato al penultimo gradino prima della categoria speculativa, lo stato di non ritorno. L’effetto sui nostri conti pubblici è devastante perché, come noto, ogni cento punti base di famigerato spread coi bund tedeschi ci costa oltre tre miliardi di euro in più all’anno di spese per interessi. Vedremo quanto e soprattutto a quale prezzo lo scudo portato vittoriosamente in patria da Monti potrà proteggerci. Di sicuro non proteggerà enti pubblici, banche, imprese italiane, che vedranno ridursi i rispettivi “meriti di credito” come conseguenza della minore affidabilità del Paese e dovranno perciò pagare più caro il denaro chiesto ai mercati, molto più caro (fino a 5 volte più caro) dei rispettivi concorrenti esteri, in particolare di quelli tedeschi.

Il bollettino di luglio della Banca centrale, passato quasi inosservato qualche giorno fa, loda l’Italia per la riforma delle pensioni (quella della Fornero che cancellato le pensioni di anzianità, abolito diritti acquisiti, ignorato gli esodati) ma, sostiene, “per rilanciare il lavoro si chiedono ulteriori tagli agli stipendi e riforme strutturali”. Tagli agli stipendi e riforme strutturali (leggasi ulteriore contrazione dei diritti dei lavoratori): avete letto bene!

Ma come? In Italia la retribuzione media è tra le più basse d’Europa, inferiore a quella OCSE; siamo al ventitreesimo posto su trentaquattro, dietro anche alla Spagna ed all’Irlanda. Non solo. Il tasso di disoccupazione giovanile nel nostro Paese ha raggiunto la cifra record del 36,2%, quasi raddoppiando dal 2007, prima della crisi, ad oggi. La media dei paesi OCSE è sotto il 20%; fanno peggio di noi solo Portogallo, Spagna e Grecia. Nelle regioni meridionali la disoccupazione giovanile supera addirittura il 40%.

Non c’è bisogno d’altro per capire che la terapia approntata per curare il malato, lungi dal guarirlo, lo ucciderà. Ora, se davvero ci fosse una classe politica all’altezza della drammatica situazione, sarebbe il tempo di cambiare rotta. Quella classe politica avrebbe oggi il coraggio di parlare chiaro alla Germania di Angela Merkel e all’Europa tutta.

L’Europa così com’è non assicura più né sviluppo né benessere a una considerevole parte della sua popolazione; la forbice tra il Nord Europa e l’area mediterranea (come già per l’Italia del Nord e il Mezzogiorno) è destinata via via ad ampliarsi come conseguenza di politiche economiche e fiscali che avvantaggiano i paesi più ricchi a scapito dei più poveri. Il Sud Europa si coalizzi e imponga alla Germania e ai suoi paesi satelliti quelle misure che sole possono levarci di dosso il cappio del debito pubblico aggravato dalla stolida politica di rigore conservatrice. O la Germania accetta di dare alla BCE quei poteri che sono propri di una banca centrale, consente alla creazione di un debito pubblico comune europeo, apre a grandi investimenti in campo pubblico o l’euro è morto, e con lui, chissà per quanto tempo, l’idea di una grande nazione europea. Si metta infine con le spalle al muro la Germania, neppure questa potente nazione trarrebbe beneficio dalla fine dell’esperimento europeo.

L’Italia e i paesi del Sud Europa dovrebbero cominciare a guardare con interesse a quel che capita sulla sponda meridionale del Mediterraneo; non è escluso che là si trovino, in un futuro non molto lontano, interessi comuni e convergenze che l’Europa continentale sembra oggi negare.

Mettiamo comunque fine, nel nostro Paese, a questo gioco al ribasso, sui diritti e sulle retribuzioni, perché tanto, come ebbe a dire Marco Revelli in un recente incontro organizzato dal Circolo Armino a Palmi, a questi non “gli basta mai”.

Ultimo aggiornamento Lunedì 16 Luglio 2012 07:53  

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