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Grillo vs. Berlusconi

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Il voto di ieri, insieme a quello del primo turno delle amministrative, testimonia di una geografia politica in forte movimento, come era lecito attendersi dopo la scomparsa (politica) di Berlusconi che aveva dominato la scena per quasi un ventennio, l’ascesa di un governo di tecnici accompagnata da molte speranze presto deluse, la scoperta della Lega ladrona e di governo. Non ne approfitta, tuttavia, né la sinistra “moderata” né quella “radicale”, lontane dal conquistare anche insieme la maggioranza assoluta degli elettori. Le sinistre vincono laddove, come a Genova e a Castrovillari, accettano la sfida del cambiamento e perdono quando si mostrano indisponibili al rinnovamento, come a Parma e a Palmi.

 

 

Due le vere novità del voto: l’altissima percentuale degli astenuti che ai ballottaggi sfiorano la metà del corpo elettorale, una percentuale mai raggiunta prima, e l’exploit delle liste del Movimento a 5 Stelle. Sulla disaffezione dei cittadini dalla politica, sulle sue cause e sui possibili rimedi, abbiamo già più volte discusso sullo Sbavaglio, mostrando una pluralità di opinioni che hanno animato il webzine per parecchie settimane.

Di Grillo, invece, se ne è finora parlato poco. Troppo poco. Chi, probabilmente, in attesa di avere una migliore comprensione del fenomeno, e chi per esorcizzarne l’ascesa elettorale. Ora che il suo movimento ha conquistato Parma, insieme ad altri comuni non proprio secondari come Comacchio e Mira, non si può più eludere il tema.

A cominciare a non eluderlo è il PD, il partito su cui maggiormente pesa il successo di Grillo, non solo per la sconfitta subita a Parma ma perché, nella prospettiva delle elezioni politiche del 2013, il Movimento del buffone genovese sembra davvero essere l’ostacolo più imprevisto e più impervio per conquistare il governo del Paese. L’analisi dei i flussi elettorali dirà che Grillo ha sottratto voti non solo al centro-destra ma anche al Partito Democratico. Certo gli strateghi di quel partito sanno che un conto sono le elezioni amministrative e un conto quelle politiche dove la proposta politica, anche in termini di uomini, deve essere assai più ampia e autorevole di quel che può offrire oggi Grillo. Nondimeno la preoccupazione serpeggia. E le prime mosse paiono davvero scomposte.

Grillo è il nuovo Berlusconi, tuonano le menti del PD. Stesso refrain per il giornale di partito, La Repubblica.

Un errore clamoroso, perché i due hanno in comune solo la tendenza allo sproloquio e il piffero magico dell’incantatore di serpenti. Per il resto niente che li possa accomunare. Berlusconi è sceso in campo per garantire i suoi affari e si è contornato di grotteschi cortigiani e di faine assalta-pollai; Grillo ha finora selezionato persone rispettabilissime, come quel Pizzarotti, project managager informatico, che è ora sindaco di Parma. Berlusconi ha difeso i suoi interessi ma anche quelli del capitalismo e della finanza nostrani; Grillo è stato il primo a svelare il miracolo finanziario della Parmalat, ha ingaggiato la battaglia per l’acqua pubblica, denuncia da tempo le lobby affaristiche che hanno le mani sull’alta velocità e sugli inceneritori.

Se la dirigenza del PD avesse conservato la capacità di analisi politica dei suoi antenati politici, tutto questo non accadrebbe; perché Grillo dovrebbe piuttosto essere incalzato su un terreno dove oggi dimostra tutta la sua demagogica inconsistenza, dalle ricette di politica economica alla idea stessa di Paese dopo le pacchiane uscite sulla prevalenza dello jus sanguinis e sulla irrilevanza del fenomeno mafioso. Ma se il PD avesse avuto quella lungimiranza non avrebbe lasciato a Grillo neppure le battaglie per la riforma della politica e della sua rappresentanza.

 

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