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I particolari e l'affresco

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Da troppo tempo noi tutti, nessuno l’abbia a male, siamo impegnati ad analizzare e criticare particolari contingenze, accidenti della nostra storia presente, dettagli di un affresco che, viceversa, ignoriamo o fingiamo di ignorare. È come se entrassimo in Cappella Sistina e rivolgessimo tutta la nostra attenzione ai genitali delle figure riscoperti dopo la rimozione delle braghe di Daniele da Volterra, senza mai fare un passo indietro per godere della geniale grandezza dell’opera michelangiolesca.

È stato così per i lunghi, troppo lunghi anni del berlusconismo quando l’opinione pubblica, anziché  prestare attenzione al precipizio nel quale veniva trascinato il Paese, fu principalmente attratta dai miserevoli scandali provocati dall’incontinenza di un narcisista affetto da sex addiction che aveva avuto la sorte di diventare primo ministro. Ora, nel pieno di una crisi che ha distrutto il futuro di milioni di persone, rischiamo di concentrare tutto il nostro interesse sul malaffare e sulla corruzione, sempre esistiti (ma non per questo meno deprecabili!), all’interno dei partiti politici.

Facciamo, allora, un passo indietro e osserviamo la scena un po’ più da lontano. Mi scuso in anticipo per le tante approssimazioni cui sono costretto dall’improbo compito che mi sono dato (quello di concentrare in queste paginette l’analisi socio-economica del tempo che viviamo), e chiedo scusa ai tanti, già lo so, che mi troveranno insopportabilmente pedante. Ne vale comunque la pena per tentare di spiegare il mio modo di vedere.

 

 

 

Cos'è capitato dal dopoguerra ad oggi?

In tutta Europa sino alla metà degli anni ’70 del secolo scorso, nei trent’anni non a caso noti in Francia come les trente glorieuses, quello che è stato definito come compromesso keynesiano-fordista aveva prodotto la crescita in termini reali dei salari e il costante ampliamento delle garanzie offerte dallo stato sociale in termini di assistenza e di previdenza ai lavoratori. Così abbiamo potuto assistere all’aumento dell’occupazione, all’ampliamento della classe media, alla diffusione dei consumi di massa.

Poiché - come s’usa dire in economia - «nessun pasto è gratis», tutto questo ha avuto un prezzo:  la drastica riduzione dei profitti da capitale, che è stata stimata pari a oltre il 50% per le grandi imprese occidentali.

Era perciò del tutto naturale che, fin dagli anni ’70, fosse incessante il tentativo delle imprese capitalistiche di riportare il tasso di profitto almeno ai livelli di vent’anni prima. A questo tentativo si opponeva allora la presenza in tutt’Europa di forti partiti d’ispirazione socialista e comunista e, condizione non meno ostativa, l’aggirarsi dello spettro dell’Unione Sovietica che incombeva alle nostre frontiere orientali (non è stato detto ancora abbastanza sul positivo ruolo svolto dai regimi comunisti, fuori da quei paesi!).

Negli anni ’80 con l’indebolirsi delle condizioni sopra ricordate e, infine, con il crollo dei paesi comunisti si è andata affermando un’autentica controrivoluzione che ha dato inizio a questa età neo-liberista dell’economia.

Non occorre, a questo proposito, immaginare una strategia orchestrata a tavolino da un pugno di cospiratori capitalisti (si tratterebbe di astruse dietrologie che pretendono di offrire facili spiegazioni), quanto a una “naturale” e diffusa reazione dei proprietari, e dei top manager da loro lautamente stipendiati, per ridurre il costo del lavoro e accrescere il profitto del capitale.

Le strategie di quella che possiamo definire classe capitalistica transnazionale - in quanto include proprietari di grandi patrimoni, industriali, top manager per i quali i confini tra Paesi non sono mai davvero esistiti - non potevano avere successo senza la partecipazione complice della politica, se non la cieca e meschina subordinazione di questa agli interessi del capitale, cui si deve l’avvio delle leggi impropriamente definite di de-regulation.

La de-regulation, avviata a partire dagli USA con la liberalizzazione dei movimenti di capitale e prontamente seguita in Europa anche dai governi di centro-sinistra, è stata in realtà una controriforma volta a sostituire regole di garanzia dei diritti dei lavoratori e dei cittadini con regole più vantaggiose per l’impresa. In Italia a questa de-regolamentazione appartengono le riforme del mercato del lavoro - come la legge 30/2003 che ha soppresso ad esempio la legge del 1960 che vietava il lavoro in affitto e ha aperto la strada a ben 48 forme di contratto cosiddetto atipico (che ora parzialmente la riforma Fornero si incarica di ridurre) - e la massiccia privatizzazione di beni pubblici. Quest’ultima si è potuta avvalere di un’ideologia diffusa dai neoliberali, ma fatta propria anche dalle socialdemocrazia europee, di una maggiore efficienza dell’impresa privata rispetto a quella pubblica, sebbene questa circostanza non sia mai stata scientificamente provata.

Sia qui detto per inciso (perché il tema necessita di un approfondimento specifico): nazionalizzare le banche italiane, che hanno nei loro attivi una fetta consistente del debito pubblico nazionale, non solo sottrarrebbe all’interesse privato, cioè di parte, questa fondamentale attività dell’economia ma consentirebbe pure una drastica riduzione dell’indebitamento pubblico.

La de-regulation ha pure consentito la de-localizzazione delle unità produttive in zone del mondo dove sono minimi i salari e quasi inesistenti i diritti dei lavoratori, le cosiddette Zfe (Zone franche d’esportazione) in cui vigono condizioni speciali per attrarre investitori stranieri: forti sgravi fiscali, paghe minime, assenza di organizzazioni sindacali; le più interessanti per il capitalismo internazionale sotto il profilo dei salari e dei diritti (negati), essendo quelle cinesi. Da questo punto di vista si osservi bene che la globalizzazione non è, come viene spesso descritta, la causa profonda del cambiamento o la sfida colla quale è imperativo misurarsi, quanto piuttosto una ben definita strategia di arricchimento del capitale a scapito del lavoro.

Queste strategie, volte a recuperare il tasso di profitto, sono state corroborate da un parallelo  cambiamento del tradizionale modello d’impresa che, dismettendo la funzione sociale di produzione di beni e di servizi per la collettività, diviene ora un’entità puramente deputata all’accrescimento di capitale. Il paradigma socio-economico, che segna questa svolta, porta il nome di “massimizzazione del valore per gli azionisti”. Lo aveva “profetizzato” già dagli anni ‘70 Milton Friedman, sostenendo che i manager non fossero vincolati a responsabilità sociali e a null’altro che non fosse la produzione del massimo valore per l’azionista («ogni altra idea è una dottrina profondamente sovversiva» aveva detto);  lo ha potuto verificare nel corso degli anni ’90 chiunque abbia fatto parte della tecnostruttura di una grande azienda anche in Italia, dove il paradigma è stato introdotto e sostenuto con vigore da quei “gesuiti” del capitalismo che fanno capo alla società McKinsey. Lo stesso paradigma è alla base della cosiddetta “finanziarizzazione dell’economia”, che in Italia si manifestò emblematicamente a metà degli anni ‘80 con lo scontro ai vertice FIAT tra l’allora amministratore delegato Vittorio Ghidella, fautore di un futuro industriale per l’azienda torinese, e Cesare Romiti, presidente e rappresentante diretto della proprietà, che, al contrario, puntava (e vinse) alla “diversificazione” degli investimenti.

Con questo attacco frontale del capitalismo alle conquiste dei lavoratori, che dura ormai da più di vent’anni, la caduta dei profitti, che era stata registrata negli “anni gloriosi”, è stata interamente recuperata. Dagli anni novanta ad oggi è stato calcolato un trasferimento di reddito dal lavoro al capitale dell’ordine di 100 miliardi di euro l’anno, rispetto ai quali fanno sorridere anche i 290 milioni di euro del finanziamento pubblico ai partiti. (In Italia nel periodo 1980-90 si aveva la seguente distribuzione del reddito totale: 70,1% lavoro, 29,9% capitale; nel 2003 la ripartizione era divenuta: 61,7% lavoro, 38,3% capitale).

Anche in questo caso occorre chiedersi a che prezzo è avvenuto questo colossale trasferimento di ricchezza. Anzitutto le “riforme” del mercato del lavoro hanno prodotto un incremento della precarizzazione e una conseguente diffusione dell’insicurezza socio-economica; l’adozione di pratiche ostili alle organizzazioni sindacali (alcune norme emanate in USA sotto la presidenza Reagan, poi riprese nel Regno Unito dai governi Thatcher e Major, hanno ridotto la possibilità di svolgere contrattazioni efficaci e di scioperare) hanno minato le difese opposte dai lavoratori; il trasferimento di importanti quote del PIL dal lavoro al capitale ha aumentato insopportabilmente le disuguaglianze tra il decile delle famiglie a reddito più alto e il decile di quelle a reddito più basso, che secondo il rapporto della Banca d’Italia aveva raggiunto, nel 2000, il valore non invidiabile di 12,3:1, che ci colloca ai primi posti nel mondo in questa speciale classifica dell’ingiustizia sociale (ma guardando alla ricchezza le cose stanno ancora peggio perché già nel 1998 quasi la metà della ricchezza reale e finanziaria era concentrata nelle mani del primo decile, mentre ai cinque decili inferiori, vale a dire la metà della popolazione,  spettava appena un decimo della ricchezza totale). Fino agli anni ’80 il compenso dei manager si identificava quasi per intero col loro stipendio che equivaleva a non più di 20-30 volte il salario medio, oggi questo rapporto è schizzato oltre quota 400; il meccanismo col quale la proprietà ha legato indissolubilmente i propri interessi a quelli di una classe di professionisti e di tecnocrati.

Ma non basta ancora. A tutto questo bisogna ancora aggiungere la pratica più che mai diffusa dell’elusione e dell’evasione delle imposte, quale strumento per avvicinare il più possibile la redditività netta del capitale a quella lorda; e questo nonostante gli “sforzi” compiuti in questi anni per sgravare fiscalmente i ricchi (in Italia, ad esempio, si pensi all’abolizione dell’Ici sulla prima casa o dell’imposta sulle eredità; oppure alle imposte sulle società che sono passate dal 41,3% del 1995 al 31,4% del 2010). Il risultato complessivo è stato quello di indebolire i bilanci pubblici; una condizione che, a sua volta, ha suggerito quale migliore ricetta quella di tagliare le spese per lo stato sociale!

 

*  *  *

 

In questa cornice, io credo, occorre inquadrare anche l’analisi e la discussione sulla crisi del sistema democratico in Italia, ben sapendo a chi giova il depotenziamento del sistema dei partiti, e in particolare di quelli della sinistra.

La speranza, in Europa, ha oggi il nome del candidato alle presidenziali Francois Hollande la cui vittoria in Francia potrebbe riaprire la partita in tutto il continente. È oramai chiaro che il destino socio-economico dell’Italia, come degli altri paesi europei, si gioca a livello continentale e che è urgente costruire un’opposizione a Frau Merkel e agli interessi che la cancelliera si è incaricata di rappresentare non soltanto per la forte impresa tedesca ma per l’intero sistema capitalistico europeo. D’altra parte l’Europa avrebbe tutte le carte in regola per giocare una partita sufficientemente autonoma da quella americana e asiatica, basti pensare che l’85% dei suoi scambi commerciali avviene tra paesi membri dell’Unione.

Io non so se in Italia servono “soggetti politici nuovi”, per certo so che serve buona politica e che i cittadini devono usare tutti gli strumenti che già esistono. Non giova inseguire le facili invettive di Beppe Grillo, incapace di venir fuori dal bozzolo della sua ignoranza e della sua incapacità a offrire una ragionevole prospettiva (è persino irritante la sua ultima “proposta” di azzerare il debito pubblico con la dichiarazione di default del Paese e l’uscita dall’euro).

Se ho da augurarmi qualcosa è che si riconosca il fallimento dell’esperienza del Partito Democratico e che, magari, questo avvenga con l’ingresso in massa in quel partito dei militanti della sinistra cosiddetta radicale, la diaspora verso il centro dei Fioroni e dei Veltroni che nulla hanno a che spartire con la nuova stagione di lotta di classe che sarà necessario inaugurare per spostare un po’ di ricchezza e di reddito da una parte all’altra della scala sociale.

 

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