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Democrazia e capitalismo

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La questione della democrazia e dei partiti sta appassionando, con varietà di accenti e di opinione, i lettori dello Sbavaglio; ma l’argomento è certamente di più generale interesse stante l’attuale commissariamento della politica da parte di poteri autodefinitisi tecnici (collocati a livello nazionale ed ultra-nazionale), tanto più in quanto la gravissima crisi economica, fonte di drammatiche incertezze per il lavoro e per il futuro stesso dei più giovani, è l’humus ideale per l’antipolitica e per quei poteri che da sempre ne hanno tratto profitto. Mi pare, poi, che ritornare su alcune questioni, a costo di tediare qualcuno di voi che mi troverà eccessivamente didattico, possa alla fine risultare utile anche per verificare il nostro grado di sentire comune.

In democrazia, questo è il presupposto, ai cittadini è garantito il diritto di auto-governo, perlomeno attraverso l’esercizio della delega di potere a rappresentanti di diverse tendenze politiche, scelti attraverso libere elezioni. (Tralascio, perché l’argomento mi porterebbe troppo lontano dalle considerazioni che intendo qui svolgere, di considerare forme di democrazia diretta o assembleare che giudico del tutto incompatibili con le necessità di governo e la complessità delle società moderne. Tuttavia, può darsi, che questo non sia un punto in comune tra noi e, non appena sarà possibile, ci tornerò volentieri). Possiamo, in sostanza, sostenere che non vi è democrazia senza il pluralismo di partiti che, periodicamente, si contendano il governo della cosa pubblica in libere elezioni a suffragio universale. Una condizione, questa, che non si è mai verificata nei paesi del cosiddetto socialismo reale e che, invece, troviamo, con diversi gradi di soddisfacimento nei paesi a regime economico capitalistico. È, pertanto, naturale chiedersi se democrazia e capitalismo siano due facce della stessa medaglia o se, addirittura, valga l’equazione capitalismo uguale democrazia.

Nel corso del Novecento la parola democrazia è stata usata con eguale disinvoltura dai regimi totalitari dell’area comunista (pensate ad esempio alla Repubblica Democratica Tedesca) che dai paesi sotto l’egemonia americana. In questi ultimi, e particolarmente in Europa, si sono verificati, soprattutto nei primi decenni dopo il secondo conflitto mondiale, una crescita reale dei diritti dei cittadini e l’espandersi della regola di governo democratico. Occorre tuttavia considerare che tutto questo è avvenuto sotto l’onda d’urto del  movimento operaio e dei suoi alleati, come pure, verosimilmente, sotto il “ricatto” esercitato dalla mera esistenza in vita dei paesi socialisti. Ora che lo scenario è radicalmente cambiato assistiamo, viceversa, ad un lento ma costante svuotamento delle conquiste democratiche (prima ancora che di quelle sociali ed economiche) con il progressivo e crescente distacco dei cittadini dalla politica.

Qual è dunque il punto? Lo chiarisce meglio di qualunque argomentazione il secondo, glorioso, comma dell’articolo 3 della nostra Costituzione, laddove richiama alla presenza di ostacoli di ordine economico e sociale che limitano di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, dunque la democrazia.

Si sa che il libero mercato vanta poteri taumaturgici (peraltro mai del tutto verificati) nell’allocazione ottimale delle risorse, ma non si preoccupa certo di ridurre disuguaglianze e ingiustizie sociali. Piuttosto le esalta perché competizione e merito sono tra le sue parole d’ordine preferite. Risulta pertanto ora più chiaro perché, nel regime di turbo-capitalismo nel quale ci troviamo, siano stati contratti i diritti dei cittadini, e come questi siano più lontani dalla politica e la politica dalla democrazia effettiva.

La conclusione è che il regime capitalistico o di libero mercato è strutturalmente e concettualmente in antinomia con la democrazia, vale a dire con il governo dei tutti che liberamente e consapevolmente partecipano o, se preferiscono delegano, alla gestione del potere (non diamo a questa parola, nel contesto, il significato negativo che siamo soliti attribuirgli). Ma c’è di più. Il regime di libero mercato è scarsamente interessato alla vita dei partiti e al loro buon funzionamento perché questi sono funzionali alla vita democratica. Non sorprende neppure, quindi, che oggi tocchiamo il punto più basso della credibilità dei partiti e della loro influenza in politica. Anche i partiti, in quanto strumento di democrazia, contrastano nettamente e  insanabilmente con le leggi che regolano le società di mercato.

La vita interna dei partiti democratici nulla ha a che fare con quella delle società per azioni. In queste ultime domina il potere della proprietà e la gerarchia è frutto delle sue scelte non sindacabili. Nei partiti è il consenso acquisito e comprovato da un voto a far prevalere una classe dirigente.

In azienda vale il principio del massimo profitto conseguibile. Non lasciamoci ingannare dai bilanci sociali e dalle responsabilità sociali d’impresa. Si tratta troppo spesso di vuoti esercizi di ipocrisia elaborati dagli stessi consulenti aziendali che predicano, senza ritegno, unico scopo sociale la creazione di valore per l’azionista, con buona pace dei restanti stakeholder - come si amano definire tutti i restanti attori della vita aziendale: dipendenti, fornitori, pubblica amministrazione, etc. - ai quali resta la consolazione di essere amabilmente citati in appositi convegni.

Nei partiti si vota e vale il principio “una testa un voto”. Chi vota accetta implicitamente il principio di maggioranza ed è disponibile (o è costretto) a restare in quella comunità anche come minoranza. L’obiettivo dei partiti è quello di raggiungere la maggioranza dei consensi tra tutti i cittadini elettori per imporre la propria strategia e i propri programmi.

Il socialismo reale ha fallito. Il capitalismo è per sua natura anti-democratico. Per questo abbiamo bisogno dei partiti e della partecipazione di tutti per costruire una terza via autenticamente democratica.

 

(PS Mi scuso per le non poche banalità qui riportate. Tuttavia la piega presa da certi nostri ultimi ragionamenti è stata tale, lo confesso, da indurmi a ri-presentare queste concezioni nella forma organica che mi è stata possibile).

 

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