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La democrazia difficile

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Dal nuovo parlamento deve uscire, non solo la protesta per simili sistemi che abbassano l’Italia al livello delle repubblichette sud-americane, ma la volontà che i responsabili di simili vergogne non siano impuniti, e che la tresca immonda del Governo con la mala vita non debba più rinnovarsi – per l’onore dell’Italia.

Chi pronuncia queste parole? Il leader dell’Italia dei Valori Antonio Di Pietro o il comico in politica Beppe Grillo?

 

 

 

Né l’uno né l’altro, é chiaro. Sono state pronunciate, più di cento anni fa da Gaetano Salvemini in occasione delle elezioni politiche generali – non ancora a suffragio universale – del 7 marzo 1909. Ma non è neppure necessario andare così in là indietro nel tempo per trovare un simile discredito delle istituzioni, basti pensare alla stagione di “Mani pulite”, conclusasi prematuramente con l’irresistibile ascesa di Silvio Berlusconi, in grado di dare origine, verosimilmente, alla peggior classe politica parlamentare e ai peggior governi della più recente storia repubblicana.

Che insegnamenti possiamo allora trarre?  Il primo è che non è mai esistita un’età dell’oro delle istituzioni cui fare riferimento, più o meno consapevolmente, nel deplorare quella attuale. E le cose non cambiano se allarghiamo il nostro sguardo all’Europa o al mondo intero.

Il secondo insegnamento è che il sistema democratico della rappresentanza parlamentare ha spesso saputo ergere almeno un argine al discredito generale delle istituzioni, ma quando non l’ha saputo fare ha aperto la strada all’anarchia e alle dittature. Così è stato per il fascismo che poté giovarsi dei frutti malati del trasformismo e del compromesso giolittiano, così per il nazismo che fu favorito dal collasso della repubblica di Weimar.

Nel dopoguerra la sinistra italiana, sia quella di ispirazione socialista che quella comunista, ha sempre svolto un ruolo di difesa delle istituzioni democratiche dagli attacchi che non sono mancati da parte della destra reazionaria e dal terrorismo di ogni colore.

Di tutte le istituzioni democratiche quelle che sono poste, per così dire, a fondamento della vita politica repubblicana sono i partiti. Lo dice con chiarezza l’art. 49 della nostra Costituzione (Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale). Non si potrebbe del resto immaginare altri soggetti - in un sistema democratico a rappresentanza parlamentare - diversi dai partiti per la elaborazione della politica e, conseguentemente, per la formazione del consenso.

Una battaglia per la quale, oggi, la sinistra dovrebbe tutta impegnarsi è certamente quella per una legge che sostanzi e renda imperativo quel “metodo democratico” che l’art. 49 ha fissato nella nostra carta fondamentale quale modalità di vita interna ai partiti.

La democrazia è una conquista sociale piuttosto recente; le sue imperfezioni sono innumerevoli in ogni sua acquisita realizzazione storica. La lotta per una democrazia più avanzata è un lavoro di Sisifo, al quale tuttavia non possiamo sottrarci.

 

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