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Il caro leader

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In queste ore, dimentico della crisi nostrana e del dibattito sull’articolo 18, mi sono fatto prendere da due notizie arrivate da “oltre cortina”, una dopo l’altra.

 


 

In Cina la polizia ha messo sotto assedio militare, con tanto di posti di blocco per impedire rifornimenti di cibo ed acqua, il villaggio di Wukan, nella provincia del Guangdong, per soffocare una rivolta scatenata dagli espropri di terreno imposti dal governo. Speculatori edilizi e imprenditori, con l’appoggio e la corruzione dei governi locali, comprano i terreni agricoli o interi quartieri nelle città, senza versare cifre adeguate agli abitanti. Secondo la stessa Accademia delle scienze sociali di Pechino, negli ultimi 30 anni almeno 50 milioni di contadini hanno perso la loro casa e altri 60, si ritiene, la perderanno nei prossimi due decenni. Ancora nel Guangdong, provincia locomotiva dello sviluppo industriale cinese, gli operai manifestano da mesi per i posti di lavoro sempre a rischio e per i massacranti turni, a volte anche di 18 o 19 ore consecutive (avete capito bene: diciotto/diciannove ore consecutive), imposti dai padroni locali.

 

Kim Jong-ilkim jong il in relax

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Nella vicina e amica Corea del Nord Kim Jong-il è morto improvvisamente. Era al potere dal 1994 dopo la morte del padre Kim Il-sung, a cui era successo. Chi erediterà il potere a Pyongyang? Ca va sans dire il figlio Kim Jong-um! Di padre in figlio, come in una monarchia.

Ora si dà il caso che le due nazioni, quella cinese e quella nordcoreana, sono, a quanto ne sappia io, le ultime sul pianeta a definirsi comuniste e, sfortunatamente, non manca anche qui da noi chi si intestardisce nel considerarle tali, a dispetto della storia e di ogni più elementare buon senso. Non mancherebbero, a loro avviso, gli argomenti. Per la Costituzione di questi paesi lo Stato è socialista e soggetto alla dittatura democratica del popolo, la cui avanguardia e guida è il Partito Comunista. Per alcuni già questo basterebbe. Potenza delle parole! Fu così anche per l’Unione Sovietica e i suoi stati satelliti.

Lasciamo da parte la negazione sistematica dei diritti “liberali” (movimento, pensiero, stampa, etc.) che ha caratterizzato l’intera storia del socialismo reale. E trascuriamo pure gli intollerabili privilegi di cui ha goduto e gode, laddove ancora resiste, una classe di sedicenti funzionari del popolo. Ma come si possono giustificare, nel nome del socialismo, le violenze contro gli operai? La repressione nel sangue delle proteste dei più deboli? Il passaggio di testimone da padre a figlio?

Chi ha davvero a cuore la prospettiva di una società socialista, nell’uguaglianza e nella libertà, non può continuare a coltivare nostalgie per un’esperienza segnata nel tempo dalla sconfitta, non ad opera del capitalismo, ma dalla negazione degli stessi valori per cui era sorta.

Ultimo aggiornamento Venerdì 23 Dicembre 2011 09:31  

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