Lo Sbavaglio

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Così fan tutti

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È capitato certamente anche a voi. A dispetto di qualsiasi precauzione o nonostante il controllo delle vostre frequentazioni. Avete seguito, per errore o perché costretti dalle circostanze, un tiggì di qualunque canale, persino il terzo della Rai o quello del petulante cerchiobottista de La 7. Oppure siete incappati nella rete avvolgente di un talk show tra Bindi e Bondi, con la partecipazione di La Rissa, pardon La Russa, o di Lupi o della Santanchè. Senza dubbio, almeno, vi è capitato di imbattervi in un elettore della destra nostrana e di ascoltare, vostro malgrado, le sue considerazioni. L’argomento è tra i più odiosi ma, purtroppo, ha una sua innegabile consistenza.

 

 

 

Difesa della Costituzione

Diciamo noi: la Costituzione è il patto fondamentale che regola la convivenza tra gli italiani di ogni convincimento politico o religioso, perciò non si può e non si deve modificare a colpi di maggioranza.

Da quale pulpito: l’8 marzo 2000, a conclusione della XIII Legislatura presieduta da Romano Prodi,  il Senato approva a maggioranza semplice e con la netta opposizione della Casa della Libertà (alla Camera in terza lettura i deputati della destra non avevano neppure preso parte al voto per protesta) una rilevante modifica della Costituzione modificando 9 articoli della stessa all'interno del Titolo V della Seconda parte, relativo all'ordinamento territoriale.

 

Contro il precariato

Diciamo noi: la precarietà del lavoro è precarietà della vita, perciò va contrastata senza reticenze.

Da quale pulpito: la prima riforma che ha recato  profonde modifiche al mercato del lavoro è il cosiddetto “pacchetto Treu”, la  legge 196/97 approvata alla Camera dei Deputati il 4 giugno 1997 sotto il primo governo Prodi. La legge contiene, tra le altre, disposizioni che regolano il lavoro interinale, precedentemente vietato dalla Legge n. 1369 del 1960 (Divieto di intermediazione e interposizione nelle prestazioni di lavoro).

Conflitto di interessi

Diciamo noi: non si possono affidare ruoli di governo della cosa pubblica a chi abbia interessi personali o professionali in conflitto con l'imparzialità richiesta nell’esercizio di quelle funzioni.

Da quale pulpito: non solo i governi di centro-sinistra, dal ’96 al 2001 e poi dal 2006 al 2008, non hanno varato una legge che disciplinasse la materia, particolarmente rilevante quando comporti anche un conflitto di interessi relativo al pluralismo nell'informazione (il Parlamento europeo prese nel 2002 posizione sulla questione con la risoluzione del 20 novembre 2002 nella quale deplorava che " in Italia permanga una situazione di concentrazione del potere mediatico nelle mani del presidente del Consiglio, senza che sia stata adottata una normativa sul conflitto d’interessi") ma vi aggiunsero qualcosa di loro. La Consulta aveva stabilito che Mediaset non poteva avere tre tv e che doveva scendere a due entro il 28 agosto 1996. Che fa il governo Prodi? Concede una proroga di un anno e poi fa approvare il 24 luglio 1997 la legge che lascia tutto com’è. Di più, quando nel ’99 Rete 4 perde la concessione e al suo posto dovrebbe subentrare Europa 7, il governo D’Alema concede a Rete 4 l’abilitazione “provvisoria” a trasmettere  senza concessione.

 

Uguaglianza di fronte alla legge

Diciamo noi: la legge è uguale per tutti.

Da quale pulpito: Siamo nel 2003 e su Berlusconi incombono le sentenze sui casi Mondadori e SME. Chi si incarica di trovare una soluzione? Il senatore della Margherita Antonio Maccanico. Il primo lodo salva-premier è una sua proposta trasformata effettivamente in legge il 18 giugno; si sospendono sine die i processi ai presidenti della Repubblica, della Camera, del Senato, del Consiglio (ca va sans dire!) e della Consulta. Poi la Corte Costituzionale boccerà la legge. Va detto per amore della verità che gran parte dell'opposizione, in segno di protesta, lascerà poi l'aula prima del voto, ma che la proposta fosse interessante anche per l’opposizione lo conferma l'iniziativa “bipartisan” a firma dei senatori del Pd, Franca Chiaromonte, e del PdL, Luigi Compagna, che, nel 2009, ripesca il “lodo Maccanico” con qualche variante.

 

Scuola pubblica

Diciamo noi: l’istruzione è un bene pubblico, garanzia di pari opportunità per i cittadini.

Da quale pulpito: il presupposto per la regolare concessione di finanziamenti alle scuole private è contenuto nel DM 261/98 e nel DM 279/99 del Ministro della Pubblica istruzione Luigi Berlinguer, con il quale si consente alla «concessione di contributi alle scuole secondarie legalmente riconosciute e pareggiate». Il governo D’Alema bis con la legge 62/2000 ha sancito l'entrata a pieno titolo, nel sistema di istruzione nazionale, delle scuole private, che pertanto devono essere trattate alla pari anche sul piano economico.

 

L’elenco potrebbe essere spiacevolmente assai più lungo.

Possiamo ancora stupirci se, in Italia, cresce l’area del non voto? Se il “così fan tutti” è l’argomento di replica più ostinato e frequente?

Pensate, davvero, che la corsa al centro, con l’inevitabile corollario di tanti altri provvedimenti “bipartisan” possa salvare la sinistra dall’estinzione?

 

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