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Lega Sud

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Leggo su “La Stampa” del 4 gennaio scorso una NON notizia, nel senso che rientra in una tradizione un tempo genericamente italiana ed oggi un po’ più specificatamente meridionale: la Regione Sicilia assumerà 4.900 persone per “colmare i vuoti di organico” presenti nelle sue strutture sanitarie. Sempre dal succitato giornale, apprendo ancora che:

  1. La sanità siciliana conta, ad oggi, circa 52.700 effettivi su una popolazione di poco superiore ai 5 milioni di abitanti.
  2. I dipendenti delle Regione sono 20.642.
  3. Se andrà a buon fine una legge varata a fine anno – impugnata dal commissario dello Stato - per la stabilizzazione dei precari siculi, saranno assunte a tempo indeterminato 23.000 persone, portando il numero complessivo dei pubblici dipendenti fino a 100.000 addetti.
  4. I dati ad oggi disponibili ci dicono che il numero di dipendenti regionali per ogni 1.000 residenti (sanità esclusa) è di 0,34 in Lombardia e di 4,2 in Sicilia.

Quelli sopra riportati sono dati che considero oggettivi e incontestabili. A fronte di un tale spropositato numero di dipendenti pubblici, la Sicilia dovrebbe quanto meno offrire ai suoi cittadini dei servizi adeguati, di alto livello, efficienti e funzionali. È così? Temo di no e, per averne conferma, basterebbe esaminare la Sanità, un servizio fondamentale in quanto si occupa della salute e che, più degli altri, assorbe ingenti risorse economiche. Accanto a rari centri di assoluta eccellenza esistono, e vengono quasi quotidianamente documentati, esempi lampanti di incompetenza, di  incuria, di malaffare, di improduttività. Com’è noto, la Sicilia è una Regione a statuto speciale dal 1946, con specifiche competenze su agricoltura, beni culturali, enti locali, pesca, territorio, turismo, polizia forestale, ecc. Tutte le imposte riscosse nell’isola dovrebbero rimanere sul territorio mentre lo Stato dovrebbe fornire un ulteriore ammontare annuo di sovvenzioni pubbliche. L’uso del condizionale è obbligatorio, perché, a causa di inadempienze statali, la materia è problematica e le controversie sono innumerevoli.

Forse qualcuno ricorderà un’inchiesta di “Report” trasmessa nell’aprile del 2009 che ha raccontato gli incommensurabili disastri della Sanità calabrese, terra in cui sono nato e dalla quale sono emigrato. All’epoca – giunta di centrosinistra guidata da Agazio Loiero – la Regione contava ben 39 ospedali a supporto di circa 2 milioni di assistiti. Per chi volesse informarsi più dettagliatamente sull’argomento, riporto 3 link di filmati presenti su YouTube e tratti da quell’illuminante trasmissione televisiva.

Calabria 2009 - La cura, Prima parte (da Report)

Calabria 2009 - La cura, Seconda parte (da Report)

Calabria 2009 - La cura, Terza parte (da Report)

Non è mia intenzione proporre qui altri dettagli, allo scopo di rappresentare la situazione del meridione, troppe volte oggetto di stereotipi strumentali da parte di  qualche fazione politica molto interessata a denigrare, sempre e comunque, il mezzogiorno d’Italia. Si tratta di una semplice fotografia, in bianco e nero, che non comporterà, da parte mia, ulteriori approfondimenti sui molteplici motivi che hanno concorso a determinare l’attuale “status”. Inoltre, sono perfettamente consapevole che analoghi esempi negativi potrebbero essere riferiti a  molte altre Regioni italiane, a partire dalla Lombardia e dal suo modello di Sanità, sempre più squilibrato verso soggetti privati e che ha prodotto fenomeni aberranti come la clinica Santa Rita di Milano, nella quale si eseguivano inutili e dannosi interventi chirurgici su pazienti assolutamente sani.

Vorrei, invece, utilizzare le premesse di cui sopra per focalizzare un fenomeno molto attuale e di cui, forse, non si è ancora intuita la nefasta potenzialità. È in corso da qualche tempo una revisione storica sulle origini del nostro Stato, stimolata, probabilmente, dalle celebrazioni per i 150 anni dell’unità d’Italia.

Rivisitare, approfondire, analizzare con maggior cura, documentare più adeguatamente, ricercare episodi trascurati e poco noti di quel periodo è, indubbiamente, operazione meritoria e degna di grande attenzione. I modi all’epoca utilizzati per reprimere le rivolte delle popolazioni meridionali, la gratuità crudeltà ed efferatezza con cui si è operato per sconfiggere il cosiddetto brigantaggio coinvolgendo, spesso e volentieri, tanti innocenti o, ancora, la spoliazione delle ricchezze del Sud, utilizzate per coprire l’indebitamento del Regno Sabaudo, sono di certo riprovevoli e criticabili con il giusto grado di indignazione. Ritengo anch’io che le radici di ALCUNI mali del Sud e della sperequazione che ha spaccato in due la Nazione – economicamente, socialmente e culturalmente - siano riconducibili agli avvenimenti accaduti a partire dal 1861. Cionondimeno, mi pare paradossale che i gravi errori commessi dai nuovi “padroni” vengano considerati come la sola ed unica causa e che i 150 anni trascorsi non abbiano cambiato quasi nulla esclusivamente per responsabilità dei piemontesi o, se si preferisce, di Giuseppe Garibaldi e di Camillo Benso, conte di Cavour. Ritengo davvero eccessivamente esemplificativo il dualismo di chi propone il Regno Borbonico SOLO come una specie di “quarto mondo” della metà dell’ottocento e di chi, invece, lo descrive SOLO come una Nazione moderna, sviluppata economicamente e socialmente, solida nelle sue finanze pubbliche.

Il Veneto, ad esempio, subì gravissimi danni a seguito dall'unificazione italiana, tant’è che tra il 1876 ed il 1900 è stata la regione col tasso più alto di migranti. Se si considera l’intero secolo 1876 – 1976, si scopre che addirittura 3.300.000 veneti abbandonarono la loro regione per emigrare: il maggior numero in assoluto fra tutte le Regioni italiane, nello stesso periodo di tempo. E ancora, nel secondo dopoguerra, lo sviluppo industriale si concentrò in Piemonte, Liguria e Lombardia, escludendo il Veneto e determinando notevoli flussi migratori, in particolare dal Polesine, verso il famoso triangolo Milano – Torino – Genova. Per inciso, gli stessi veneti che, così pesantemente, hanno subito il fenomeno dell’emigrazione di massa sono diventati tra i più ferventi sostenitori del razzismo e della xenofobia, come è accaduto, del resto, a moltissimi “padani” di origine meridionale.

Oggi il Veneto è una delle regioni italiane con il maggior PIL pro capite, se si vuole utilizzare questo parametro come indice oggettivo di ricchezza e sviluppo economico.  È corretto considerare i suoi abitanti come protagonisti significativi di tale progresso e attribuire a noi meridionali almeno una parte di responsabilità per l’arretratezza in cui si dibatte, ancora oggi, il mezzogiorno d’Italia? Domanda retorica, a mio parere, così come ovvia mi pare la risposta.

A questa rivisitazione della Storia si accompagna – casualmente? – un nuovo fervore politico che si ispira esplicitamente all’’orgogliosa rivendicazione dell’essere meridionali. Partiti e movimenti come “MpA” di Raffaele Lombardo, “Noi Sud” di  Enzo Scotti, “Forza del Sud” di Gianfranco Micciché, “Io Sud” di Adriana Poli Bortone, “Popolari Uniti” di Antonio Potenza, “La Puglia prima di tutto” di Raffaele Fitto, sono solo alcuni esempi di gruppi che  nascono come funghi con l’esplicito obiettivo di catturare il consenso locale in chiave regionalistica. Il fenomeno somiglia stranamente a quanto accaduto al Nord all’inizio degli anni ’80, con la nascita di movimenti politici essenzialmente localistici (“Union Piemontèisa”,  "Piemont Autonomista", “Lega Autonomista Lombarda”, “Lega Lombarda”, “Liga Veneta”, “Progetto Nordest”, “Liga Fronte Veneto” e perfino il notissimo “Partito della Montagna per la Valsesia") tutti, o quasi, poi confluiti nella Lega Nord.

Stiamo forse assistendo al concepimento “in nuce” di una nuova “Lega Sud”? In molti lo auspicano e  in tanti lo temono, essenzialmente per ragioni strettamente legate a quel “porcellum” che è l’attuale legge elettorale. Ma chi, fra tutti i soggetti politici attuali, trarrebbe il maggiore vantaggio dalla nascita e, magari, dall’affermazione dell’ipotetica “Lega Sud”? Umberto Bossi ed i suoi compari, naturalmente, che vedrebbero finalmente concretizzarsi un’ulteriore ragione per radicalizzare le differenze ed i relativi contrasti, perseguendo con rinnovato vigore il vero obiettivo politico a cui aspirano: la secessione, la definitiva separazione dei destini delle due parti in cui è spaccata l’Italia. Quello che differenzierebbe le due “Leghe” è, insieme, semplice e sostanziale. Il partito del Nord vuole gestire direttamente la ricchezza prodotta in “Padania” mentre il partito del Sud dovrebbe accontentarsi, se mai diventasse realtà, della gestione di quello che si definisce il “federalismo solidale”, il trasferimento, cioè, di risorse che, generate altrove, sarebbero concesse, con estrema generosità e rigorosamente a termine, dai parenti benestanti.

Nel già disastroso panorama politico attuale, la nascita di una “Lega Sud” mi appare come un incubo foriero di disastrose conseguenze. Magari sarò eccessivamente pessimista ma, vent’anni or sono, mai avrei immaginato l’avvento di un novello Sultano alla guida della Nazione nata dalla Resistenza.

Ultimo aggiornamento Mercoledì 22 Giugno 2011 12:33  

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