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In queste pigre giornate di agosto assalito da una vischiosa pigrizia ho letto con gran piacere “mi facesse il piacere” del nostro direttore, e i (ad oggi 17) commenti, che mi hanno fatto l’effetto di un fresco colpo di di ponentino alla fine di una giornata sciroccata. Grande mi sembra la confusione del popolo della sinistra, per cui, da sempre abituato per il mio mestiere ad analitici sforzi, propongo, ma senza alcun obiettivo didattico e con la massima umiltà, una mia visione della cosa, che avevo inizialmente destinata ai commenti, ma che poi si è fatta strada nella mia mente, per la risultante mole, verso l’onore di un articolo proposto alla benevolenza del direttore.

Seguirò un approccio top down: il che viene a significare che si va  a partire da una analisi il più neutra possibile dei bisogni del cliente, se ne definisce il contesto e si propone una soluzione, che come logico machiavello, discenda quasi obbligata dalle premesse.

Dei bisogni ne citerò solo alcuni, i più importanti a mio modo di vedere, scelti tra i molti; anzi li riassumerò in un slogan, che già proposi nel commentar me stesso: il raggiungimento degli obiettivi della Rivoluzione Francese, che in Italia passò come nebuloso sogno sulla groppa dei cavalli di Napoleone e dalla dimenticata Repubblica Romana; da molti considerata condizione preliminare alla successiva, tanto agognata e ormai al di là dell’orizzonte del possibile, Rivoluzione Proletaria, quella francese proclama i diritti, contro clero e nobili, della borghesia: oggi si direbbe contro chiesa e uomini di potere, detentori degli inaccettabili odierni privilegi di casta.  Quindi non occorre andar lontano: basta rifarsi alla Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino per trovare molto di ciò che serve all’enunciazione di principi che vanno dalla dignità dell’uomo ai diritti dei migranti, dal dovere di pagare le tasse al diritto di essere correttamente rappresentati in uno stato che non sia basato sul principio di corruzione sistematica. Obiettivi mitici e ancora mai raggiunti. E questo basti per i bisogni: analisi forse rozza, ma penso accettabile in prima istanza e poi magari successivamente raffinabile nei dibattiti degli appassionati al tema.

Veniamo ora allo stato delle cose: di fronte all’illusione di un parlamento democratico e rappresentativo che in realtà non esiste (come l’insustanziale Samsara buddista) ridotto com’è a notaio di una maggioranza che agisce per decreto legge, e ad una legge elettorale che non fa altro che riprodurre meccanismi di potere aziendali o mafiosi  (come i CDA agli azionisti: scegli Fiat o Toyota, tanto i dirigenti li scegliamo noi), il vero locus del dibattito è sempre e ancora di più il partito stesso: partito è un parolone, che non andrebbe usato, perché pone sullo stesso piano – tanto per fare un esempio – il PCI di una volta, i cui dirigenti traevano potere dalla base, dal PdL in cui i dirigenti traggono potere dal portare gnocche al capo.

Ma tant’è, essendo pur questo il luogo in cui si decide, pragmaticamente non resta che seguire una via maestra: appoggiare chi, all’interno del partito al potere, meglio rappresenta gli obiettivi per cui noi tutti confusamente ci battiamo, e che prima ho cercato di genericamente riassumere; insomma, ragazzi, votiamo Gianfranco Fini: alle elezioni, se ci saranno, o attraverso una opportuna massiccia operazione di entrismo nel PdL. Anche perché la cosa ha una aria di molta maggiore efficacia che il seguir gli attuali leader di questa improbabile sinistra! E poi speriamo in dio, o, se preferite, nella dea ragione….

Ultimo aggiornamento Martedì 03 Agosto 2010 08:11  

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