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Il paese di Marzapane

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Come nelle fiabe, vivo in un mondo di marzapane: una ridente cittadina, ai piedi dei monti, nella sua parte più ricca caratterizzata, per dirla con il sommo ingegnere Carlo Emilio Gadda da “…ville, di ville!; di villette otto locali doppi servissi; di principesche ville locali quaranta ampio terrazzo sui laghi veduta panoramica del Serruchón – orto, frutteto, garage, portineria, tennis, acqua potabile, vasca pozzonero oltre settecento ettolitri: – esposte mezzogiorno, o ponente, o levante, o levante-mezzogiorno, o mezzogiorno-ponente…”.  

In questo paese, l’antica residenza del Re – dopo un lungo periodo di abbandono alla soldataglia e ad amori mercenari – ospita ora una prestigiosa permanente (nel senso della mostra) di materassi congelati e di massi unti d’olio, collettivamente tassonomizzati, a causa di qualche virale diffusione di memi specializzati sul tema, come “arte contemporanea”: le leggende metropolitane locali vogliono di completi irrimediabilmente rovinati quando, all’atto del taglio dei nastri, noti politici sponsorizzanti il cambio di destinazione d’uso, da fiero maniero a mostra permanente, appoggiarono – complice il caldo estivo – la giacchetta scura d’ordinanza sull’unta opera d’arte.

All’altro capo del vico, si estende alla piatta la grande città, palazzoni alla via Gluck del Celentano, creando alla comune problemi di chi son io, non distinguendosi ove finisca l’una e dia inizio l’altra. Menti aggrottate arrovellate sul grande tema dell’identità dunque! Ipotesi di futuri ventennali in cui il congelato materasso discenda il colle e si disponga sugli spazi al confine, acciocché, chi da fuori arrivi, alle porte percepisca, tra 4 lustri, il luminoso transito dalla grigia metropoli al marzapane e, alzando gli occhi, il faro dell’arte. Perché poi si debba in futuro produrre materassi congelati, massi unti e barattoli di merda di artista onde riempirne le pedonalizzate strade, e in quale modo, e a fronte di quali condizioni di ciò dovrebbe accadere, e con quale soldi, son dettagli implementativi non considerati nei profetici vaticinii.  Far l’arte però è sempre stata attività possibile solo grazie alla vanagloria dei potenti, che quanto più erano prepotenti e accumulatori di altrui risorse, tanto più, a scopo di far vedere chi ce l’aveva più lungo al concorrente, come pavoni facevano a gara a mantenere Michelangioli e Raffaelli, che, a dir il vero, di cose belline ne hanno fatte. Gli altri artisti macari facevano cose bellissime, ma crepando di fame in malsane mansarde parigine. Insomma, come si direbbe alla Harvard Business School, l’arte manca un po’ di un sustainability model, che sarebbe il modo di cavarsela da soli senza battere cassa agli altri, figuriamoci poi quella contemporanea che è un po’ come una specie di quiternario, un quinto astratto livello che gira sul quarto (arte classica e moderna, divertimenti, escort), sul terzo (servizi), sul secondo (industria), sul primo (quello che si mangia), talmente astratto che la maggior parte della gente non ci capisce infatti una beneamata minchia (ebbene sì, io son tra quelli). Infatti, di tanto in tanto, la permanente nel maniero è chiacchierata di stare per andare dal culo, minaccia fino ad ora sventata da rapidi cambi di direttore a cui si spera seguano provvide boccate di ossigeno. Malgrado i tentativi di collegamento con il sottostante borgo al momento rappresentati da rugginose infrastrutture in futuro mobili forse ma buone però di non servire nemmeno al trasporto dei disabili. Onde attirar gente che paghi il biglietto, discenda al borgo e faccia sussistere il business model.

Intanto dall’altra parte del mondo, lontano dal marzapane, il Top Kill dei devastatori planetari fallisce l’ennesimo tentativo di tappare la merda che dal mondo di sotto va ad avvelenare il mare, fino forse ad invadere il golfo del Messico e ad andare ad insidiare la catena alimentare della Corrente del Golfo: merda peraltro che in parte era destinata ad allungare le chilometriche code di motori endotermici che ogni giorno si allungano sulle ridenti tangenziali che collegano il paese di marzapane al capoluogo (in media 1.5 tonnellate di metalli e plastica da muovere con un rendimento del 30% - se tutto va bene - per ogni 80 chili di stronzo che al mattino va a lavorare, al pomeriggio a fare shopping e la sera a puttane: fate un po’ voi i conti!), con il principale e importante risultato di produrre tonnellate di CO2 e altri gas serra che tra 20 anni ridurranno le bianche  e immacolate cime che, come chiostra di candidi denti circondano il paese di marzapane, a desertiche pietraie; intanto, ancora, governi e abitanti del pianeta, quando non si massacrano tra di loro, fanno a gara ad indebitarsi a vicenda per comprarsi beni che di reale non hanno nulla (ancora meno dell’arte contemporanea!) alimentando giganteschi pompaggi di ricchezza dalle tasche di tanti e quelle di pochi, e contribuendo ad una gigantesca macchina di ingiustizia, dolore e future guerre (ci sarebbe anche da scrivere sui grandi economisti che al mattino si svegliano e dicono "toh, la Grecia va dal culo!". Ma che cazzo facevano questi stronzi fino al giorno prima?); e ancora abbiamo migrazioni di popolazioni di fronte alle quali la bibbia impallidisce, che solcano mari a rischio e spesso a certezza di annegamento per andare a farsi schiavizzare da novelli commercianti di carne umana; e ancora altro, che basta leggere la prima pagina di qualunque giornale che non sia il Giornale per cadere in istantanea depressione (il Giornale anche, ma per altri motivi). Ma noi, nel paese di marzapane seriamente pensiamo e veramente discutiamo sul fatto che tra 20 anni sarà possibile passeggiare – nuovi peripatetici - tra materassi congelati, massi unti e merde di artista in scatola, con animo sereno e parlando di filosofia. Tanti auguri, signor sindaco! Io spero che si renda conto che, stando così le cose, questa parte della sua proposta visione del ruolo futuro della città ha tanta probabilità di realizzarsi quanto quella di una monetina lanciata in alto, che ricada in piedi sulla sua costa. In realtà noi de Lo Sbavaglio una proposta alternativa l’abbiamo già formulata: potremmo anche chiamarla città sostenibile, e nel dettaglio la può leggere a questo indirizzo, completa di cifre e numeri e riferimenti in letteratura. Potrà essere criticata, ma per favore lo si faccia con lo stesso linguaggio: cifre e numeri. E allora poniamoci come obiettivo ventennale una Rivoli che sia autosufficiente dal punto di vista energetico, e che abbia un bilancio serra nullo. E facciamo di questa città, in questo ventennio, un laboratorio a cielo aperto, per sperimentare tecnologie, dando disponibilità di spazi e incentivi fiscali a industrie e università. Noi crediamo che le ampie zone libere dai mostri di lamiera  verranno di conseguenza, magari per ospitare i nuovi selciati che producono energia fotovoltaica, di cui si è accorta anche la stampa della nostra Italia, e ci porremo allora pigramente, magari ricchi di posti di lavoro che si sono creati grazie alle nuove tecnologie energetiche, il tema dell’arredamento artistico urbano, che sarà passato, com’è giusto che sia, da meta strategica a un semplice nice to have (sempre come dicono alla Harvard Business School) da discutere in mondani salotti. Impostiamo il tutto in una nuova struttura di produzione che sia a rete, e non gerarchicamente orientata verso i soliti pochi noti, e facciamo di tutti i cittadini di Rivoli dei piccoli, orgogliosi e competenti produttori di energia pulita e di rispetto per il territorio. Non le sembra questa una sfida degna non dico di 20 anni, ma di una intera vita?

Ultimo aggiornamento Lunedì 31 Maggio 2010 12:25  

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