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La scomparsa della sinistra

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L’ultimo, ottimo articolo di Pino Gangemi ha, tra gli altri, anche il merito di portare alla nostra attenzione un tema che è o dovrebbe essere cruciale nel dibattito politico di quanti, come noi, ritengono collocarsi nella parte sinistra dello schieramento politico. Che significato può avere ancora oggi dichiararsi di sinistra? Quali attese devono ragionevolmente essere soddisfatte da una forza politica per essere considerata di sinistra? Tema che non attiene, si badi bene, al solo genere letterario-filosofico per il quale può essere utile la rilettura di “Destra e Sinistra” di Norberto Bobbio e tanto meno alla sola parodia musicale nella quale il massimo è già stato raggiunto dal genio anarchico di Giorgio Gaber con la sua “Destra-Sinistra”.

Venti anni di berlusconismo, vedrete oramai siamo alla fine!, non sono passati invano. Quel che resterà dopo questa turbolenta e volgare stagione sarà un paesaggio politico sconvolto e desolante. In ogni angolo del mondo la destra politica è conservazione riassunta nello slogan anglosassone “law and order”. La destra di casa nostra della legge e della legalità ha invece fatto scempio. È toccato ai partiti della sinistra tentare un argine e una difesa non sempre proprio limpida, quasi mai efficace. Prima di Berlusconi la destra italiana si è riconosciuta nell’autarchico motto “Dio e Patria”. Ai nostri giorni il principale azionista e compare di Berlusconi nel governo di destra, quell’Umberto Bossi che si vanta di non aver letto che pochi libri in vita sua, attinge acqua dal dio Po ma non per pulirsi le terga, perché per quelle usa la bandiera nazionale tricolore. Tocca ai partiti di sinistra, storicamente internazionalisti, difendere l’unità nazionale.

In queste battaglie la sinistra di questi ultimi anni ha speso quasi del tutto le poche energie e le scarse risorse di cui disponeva. Battaglie giuste e sacrosante ma non ci si può stupire se una parte consistente dell’elettorato di riferimento l’ha abbandonata. Queste battaglie sarebbero del tutto inappropriate se ci trovassimo nella Gran Bretagna di David Cameron o nella Germania di Angela Merkel. Come se non bastasse, l’ultimo, vero governo del centro-sinistra ha centrato l’obiettivo più che encomiabile dell’euro promuovendo una politica di rigore e di sacrifici soprattutto a carico dei lavoratori dipendenti (chi non prestasse fede a questa mia affermazione vada a leggersi l’intervista rilasciata dallo stesso Romano Prodi al Messaggero la scorsa estate).

Frattanto succedeva che in Italia, secondo l’ultimo rapporto dell'Ocse “Growing Unequal?”, che analizza la distribuzione del reddito e la povertà all'interno dei trenta Paesi che compongono l'organizzazione, la disuguaglianza economica è cresciuta del 33 per cento dalla metà degli anni Ottanta a oggi, contro una media Ocse del 12 per cento. Ora il nostro Bel Paese è al sesto posto per il gap tra le classi sociali, dopo Messico, Turchia, Portogallo, Stati Uniti e Polonia mentre era agli ultimi posti venti anni fa. Il rapporto perciò conclude "I ricchi hanno beneficiato maggiormente della crescita sociale rispetto ai poveri o alle classi medie". Questi dati hanno, a mio modesto parere, una sola possibile interpretazione: la sinistra ovunque nel mondo ha perso terreno ma in Italia è addirittura scomparsa.

 

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