Lo Sbavaglio

...perchè le libere opinioni contano

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Dopo il voto

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Abbiamo perso, ho perso. Capita nella vita, potrei quasi dire che ci sono abituato. Ma, in quest’occasione, c’è qualcosa di profondamente diverso. Non mi sento solo sconfitto, deluso, avvilito. Quello che più mi addolora, è provare un profondo senso di estraneità e di isolamento. Il Piemonte è stato, per me, il luogo dove ho studiato, che mi ha accolto, anch’io emigrante calabrese - di certo  privilegiato - sia pure con le contraddizioni che ancora esistevano in quegli anni, che mi ha consentito di lavorare, di crescere, di invecchiare. Quando la mia azienda  mi ha trasferito a Milano - un’esperienza durata ben dieci anni - quasi tutti i miei fine settimana li ho passati a Torino, a casa mia, in quella che ho sempre considerato la mia nuova città, la mia nuova regione, il posto dove, immagino, morirò quando verrà il momento.

Da quando sono arrivato per la prima volta alla stazione di Porta Nuova, nel 1974, è cambiato tutto: economia, società, politica. Il Piemonte è stato guidato per anni da formazioni che non mi rappresentavano per nulla, anzi. Basti ricordare i dieci anni di governo di Enzo Ghigo, dal ’95 fino al 2005, appoggiato da una coalizione di centro destra. Ma non mi sono mai sentito come oggi, perché oggi è accaduto qualcosa di nuovo e di preoccupante. La Lega guiderà il Piemonte, Roberto Cota è il nuovo Governatore: una rivoluzione, si potrebbe definire, nel senso deleterio che spesso assume questa parola. Non voglio neppure tentare un’analisi, seria e approfondita di questa nuova realtà, ma ci sono alcune domande ineludibili alle quali DEVO provare a rispondere, se non altro per mantenere un minimo di equilibrio psicologico e fisico.

Perché ha vinto La Lega?

Per mia responsabilità, innanzi tutto. È evidente che non ho fatto abbastanza e non sono riuscito a combattere adeguatamente l’avversario (potrei usare il termine “nemico”, ma antichi pregiudizi moralistici me lo impediscono). A causa dei partiti e dei movimenti che mi rappresentano: non sono stati in grado, evidentemente, di convincere con le loro ragioni, di far passare un messaggio che contrastasse validamente quello dell’altra parte, di motivare i delusi, di riprendersi gran parte dell’elettorato popolare che ha cambiato opinione e bandiera. Perché in Piemonte, come in altre Regioni, era presente il “Movimento cinque stelle” di Grillo, un partito dell’antipolitica che ha scelto di fare  politica,  che ha deciso scientemente il “tanto peggio tanto meglio”. Che cosa hanno ottenuto, in pratica, i “grillini”? Solo di far perdere Mercedes Bresso, e magari festeggeranno il loro quasi 4% di consensi, considerandolo un successo rilevante. Non si farà la TAV, non si rischierà, a maggior ragione, la costruzione di una nuova centrale nucleare? Come si sbagliano, che errore imperdonabile. Qualcuno ha già obiettato - e potrebbe ancora obiettare  - che, per ricostruire, occorre prima distruggere. Sarà, ma distruggere è molto più facile che ricostruire, soprattutto se hai di fronte avversari che, in caso di vittoria, “non fanno prigionieri”.

Poi ci sono i discutibili ma indubitabili meriti della classe dirigente leghista. La politica di questo partito, infatti, si basa su due sole travi portanti: la paura, che determina la xenofobia, e l’egoismo economico, che determina il così detto federalismo fiscale. La Lega riduce la complessità del mondo moderno a due soli problemi, innegabili ma fortemente ideologizzati, a cui fornisce risposte semplicissime, di un pragmatismo disarmante: cacciamo via gli immigrati, fonte primaria di illegalità, di diffusione della droga, di mancanza di lavoro. Facciamo in modo che i nostri soldi restino dove sono prodotti e non finiscano a “Roma ladrona”. Banale, stupido, impraticabile, ma estremamente efficace.

Le conseguenze

Permettetemi, prima, di riprendere un mio sentimento personale. Come dicevo all’inizio, mi sento estraneo e isolato rispetto alla comunità che mi circonda. Nel Piemonte, naturalmente, ma potrei estendere il mio essere “straniero” all’Italia intera. In che regione sto vivendo, in quale nazione respiro, chi sono i miei vicini di casa, i miei connazionali? Persone la cui “cultura” è forgiata da un contesto di infimo livello, gente che si sveglia al mattino - nella gran parte - pensando a come cambiare la propria esistenza partecipando, magari, al “Grande Fratello” o a un qualunque altro reality che dia visibilità, notorietà, benessere economico. Persone che affidano, sempre di più, il loro futuro a un’improbabile vincita al super enalotto, a una lotteria, al “gratta e vinci” che, miracolosamente, potrebbe cambiare il loro “status sociale”. Persone che sono disponibili a delegare le responsabilità, a lasciare che sia una nuova, pagana divinità a occuparsi di loro e far finta di risolvere i problemi di ogni giorno, che si lasciano infinocchiare dal Grande Comunicatore, capace di affermare tutto e il suo contrario, senza che la contraddizione appaia nel suo evidente stridore. Persone per le quali la furbizia, la corruzione, l’amoralità, il malaffare sono solo strumenti “normali” per sopravvivere e che, se già non li praticano, aspettano solo il momento opportuno per partecipare anche loro al grande gioco. Persone incapaci di indignarsi, di scandalizzarsi, di ribellarsi; qualunque nefandezza scivola loro addosso senza lasciare traccia, senza che sollevi un minimo dubbio, ritrovandosi poi ad applaudire l’uscita di una bara da una chiesa, per dimostrare la solidarietà di un momento ai parenti di un assassinato dalle mafie, o a un bambino ucciso da un pedofilo. Sono tutti così? Siamo tutti così? No, certo. Ma sono in tanti, molti, moltissimi, sempre più numerosi, in continua ascesa.

Poi ci saranno le conseguenze più generali. La Lega è un partito che, secondo le dichiarazioni del suo capo assoluto, non promette soltanto, ma mantiene con i fatti. E dunque, cacceranno via davvero tutti gli immigrati presenti in Piemonte o in Veneto? Non ci pensano neppure, queste sono cose che si dicono nei comizi o alle cerimonie con l’ampolla alle sorgenti del Po. È l’economia reale che glielo impedisce, la necessità di avere e utilizzare nuovi schiavi, nuova forza lavoro a basso costo, da sfruttare e licenziare quando non è più necessaria, da tenere sotto scacco nella clandestinità perché sia più facilmente soggiogata e ricattabile. Sicuramente sarà più difficile la vita di tutti gli extra comunitari, renderanno improbabile, se non impossibile, qualunque processo di concreta integrazione dei “diversi”. Le ruspe abbatteranno qualche campo nomadi abusivo che rinascerà, uguale o peggiore di prima, a distanza di poche centinaia di metri. L’illegalità, il crimine, lo spaccio, l’insicurezza saranno ridimensionati fino a sparire quasi del tutto. Non certo nella realtà, ma semplicemente nella sua rappresentazione virtuale, nell’occultamento dei fatti.

Riusciranno a mettere in pratica il federalismo fiscale, a fare in modo che i soldi restino nelle regioni ricche del Nord? Difficile, molto difficile salvo che non si arrivi a una vera e propria secessione, a una spaccatura definitiva di questo tormentato Paese.

In cambio di quasi nulla rispetto alle promesse ideologiche, avranno però la gestione del potere, la possibilità di esercitare l’attrazione indiscutibile che si determina quando si amministra la cosa pubblica, a cominciare dalla sanità, naturalmente. Di conseguenza appoggeranno, senza storcere troppo la bocca, le grandi riforme collaterali: processo breve, ridimensionamento della magistratura e fine della sua indipendenza dal potere politico, immunità parlamentare, presidenzialismo di stampo argentino e quanto altro.

Il futuro

Quando sento qualcuno sostenere che Umberto Bossi è un politico di vaglia, “a tutto tondo”, mi rendo drammaticamente conto di quanto sia mediocre la classe dirigente di questo Paese. Lo è esattamente come è mediocre la media dei suoi abitanti, di questa nazione destinata al fallimento, morale ed economico. Quando leggo la dichiarazione di colui-che-preferiamo-non-nominare, “Ho fatto un capolavoro”, già mi prefiguro il triste futuro ci attende nei prossimi anni.

Giovedì scorso ho sentito, durante la trasmissione di Santoro, Mario Monicelli esprimere concetti apparentemente sconcertanti: “Gli italiani vogliono qualcuno che pensi per loro.  La speranza  è una brutta parola, è una trappola inventata dai padroni, da chi comanda. State buoni, state zitti, pregate: avrete la vostra ricompensa nell’aldilà. Non bisogna mai avere speranza, ci vorrebbe un riscatto, qualcosa che riscatti questo popolo che è sempre stato sottoposto, che è schiavo di tutti da trecento anni. Ma il riscatto non è una cosa semplice, è doloroso, esige dei sacrifici, altrimenti vada tutto in malora, come sta succedendo da tre generazioni”.

Io non voglio solo sperare, non voglio aspettare che risolva tutto, manzonianamente, la Divina Provvidenza. È in gioco la democrazia, la qualità della vita di tutti i giorni, mia e delle persone a cui voglio bene. Voglio gridare, voglio incazzarmi, voglio esprimere la mia rabbia. E, insieme, mi sento inadeguato, impotente, inutile. Mi aiuta solo il ricordo di “Napoli milionaria”, la famosa frase di Eduardo De Filippo che non esprime una speranza ma una necessità: «Mo avvimm' aspettà, addà passà a nuttata». Passerà, dovrà terminare, prima o poi, anche questa lunghissima notte.

Ultimo aggiornamento Mercoledì 22 Giugno 2011 12:35  

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