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In memoria di Antonio Armino

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Martedì 3 marzo presso l'Amministrazione Provinciale di Reggio Calabria si è svolta una cerimonia commemorativa di Antonio Armino. Pubblichiamo l'intervento del nipote Pino Ippolito in sua memoria.

Per me che sono il minore dei sette nipoti (curiosamente sette, tanti quanti erano i fratelli Armino) Antonio è stato per lungo tempo un’ombra, un’ombra con il cappello. Così lo conservo nella mia memoria. Un’ombra buona che mi sorride e si china a regalarmi un gioco. Ancora, la persona magnifica e generosa che mia madre ha sempre visceralmente amato e ricordato nei suoi racconti e nelle sue preghiere.

Ho scoperto chi fosse interamente quest’uomo solo pochi mesi fa anche se non saprei neppure dirvi ora cosa mi ha mosso a questa ricerca. Non ho, tuttavia, intenzione, nei pochi minuti che prenderò, di ripercorrerne la biografia e l’azione politica, oramai del resto nota, anche grazie alle recenti pubblicazioni su “La Gazzetta del Sud” e su “La Piana”.

Mi pare assai più interessante, anche per l’istituzione che ci ospita, tentare di dare una risposta alla domanda che certamente ci siamo tutti posti. Perché dopo così tanto tempo? Perché ora? Come è possibile che una delle figure più alte e significative dell’antifascismo e della Resistenza nell’Italia Meridionale, tra i primissimi dirigenti di quel meraviglioso Partito d’Azione che ancora oggi è ricordato come una delle pagine più alte della storia politica patria, sia stata sin qui misconosciuta se non del tutto ignorata? Come è possibile che il fondatore della Camera Generale del Lavoro, orgogliosamente risorta nel ‘43 dopo che il fascismo ne aveva decretato lo scioglimento nel 1926, sia stato dimenticato per così lunghi anni?

Esistono certo delle ragioni, per così dire, soggettive. Antonio è prematuramente morto all’età di 54 anni. Ed è morto senza figli e senza che la sua eredità politica e morale potesse venire raccolta da altri. Francesco De Martino, tanto per fare un esempio noto, che è stato uno dei suoi compagni di partito e che anzi, secondo la sua stessa testimonianza fu indotto a entrare nel PdA nell’agosto ’43 a seguito di colloqui avuti proprio con Antonio per il tramite del comune amico Antonio Sciacovelli, si è spento all’eta di 95 anni ed era divenuto segretario del Psi per la prima volta nel 1963.

Ma esistono soprattutto delle ragioni oggettive.

La prima va ricercata nel conformismo intellettuale che ancora oggi esalta la cosiddetta “svolta di Salerno” quale emblema della visione strategica di Togliatti, del tutto trascurando la sua portata trasformistica e le conseguenze sull’unità delle sinistre e su di esse, particolarmente sul PdA. Quando il comandante Ercole Ercoli (il nome di battaglia assunto da Togliatti) sbarca a Napoli, il 27 marzo del ’44 proveniente da Algeri dopo il viaggio in aereo da Mosca e dopo 18 anni di  esilio in Unione Sovietica, ha ben chiaro che l’appoggio al governo Badoglio e la rimozione della pregiudiziale repubblicana spezza l’unità delle sinistre e isola in particolare il PdA che di quella pregiudiziale ha fatto una bandiera. Il PdA avversa Badoglio che, nel numero del 21 aprile del 1944 de L’Azione, viene definita “la persona meno adatta per diventare, il capo, il portabandiera, il nome simbolo di un governo nuovo che vuole essere, perché così lo vuole il popolo italiano, democratico, antifascista e di unione nazionale”. Anche qui vale ricordare che Antonio fu, come è ben documentato, tra i più intransigenti nell’opporsi alla partecipazione al governo Badoglio. Ercoli sapeva che il PdA era il più temibile concorrente a sinistra del PCI, che la forza della sua organizzazione era seconda solo a quella dello stesso PCI anche in virtù del contribuito offerto, con le brigate di Giustizia e Libertà, alla lotta di liberazione. La strategia di Togliatti ebbe però, come oggi sappiamo, successo. Il PdA, isolato nell’intransigente difesa degli ideali repubblicani e di non compromissione con il regime fascista, divenne presto un partito di generali senza esercito.

La seconda ragione ha a che fare con le vicende storiche legate alla nascita o meglio alla rinascita del sindacato in Italia, dove il contributo di Antonio, come sappiamo, è stato determinante. La sua visione, e quella della rinata CGL, era improntata, rispetto alle tendenze azioniste presenti nel Nord Italia, a una maggiore intransigenza e radicalità e ad una visione classista e socialista che gli consentì di collaborare attivamente con il gruppo di comunisti rivoluzionari che faceva capo a Enrico Russo. Totale sintonia era con quest’ultimo sul principio che la socializzazione dovesse avvenire senza indennizzo alcuno per i capitalisti, responsabili del fascismo e delle rovine d’Italia. Si concordava poi sulla necessità della unità sindacale e sulla totale indipendenza dai partiti politici. Ma la svolta di Salerno doveva avere la sua contropartita anche in campo sindacale. Con il  Patto di Roma del 3 giugno del ‘44, voluto ancora da Togliatti anche per escludere gli azionisti che rappresentavano come abbiamo visto un pericoloso concorrente a sinistra, PCI, PSI e DC determinavano la nascita della CGIL e da lì, a pochi mesi, la fine dell’esperienza del sindacato indipendente ed autonomo dai partiti. Negli anni ’70 del secolo passato l’esperienza del sindacato autonomo dai partiti sarebbe stata riscoperta ed esaltata dai movimenti politici di sinistra extraparlamentari. Nell’ultima appassionata difesa del suo sindacato, al convegno di Cosenza del PdA del 4-6 agosto del ’44, Antonio che fu tra gli indiscussi protagonisti di quella assise, nella sua relazione centrata sull’unità di tutte le sinistre, l’autonomia del movimento sindacale dai partiti politici e la polemica con il patto di Roma, ebbe a dire: “Noi siamo stati i primi e più tenaci assertori dell’unità sindacale, ma esigiamo, in nome della libertà e della democrazia, che il movimento sindacale prenda le mosse dal basso e non sia imposto per esclusivo gioco politico dall’alto”. Nello stesso convegno, mi piace qui ricordare, fu tra i primi firmatari – con Lussu, Dorso, De Martino, Calogero, Garosci e altri – del terzo ordine del giorno nel quale si definiva il Pd’A “un movimento socialista, antitotalitario, autonomista e liberale, che intende realizzare il socialismo nella libertà e nello Stato in funzione permanente di libertà”. Vediamo oggi quanto attuali e moderne fossero queste ambizioni.

La terza ed ultima ragione dell’oblio che qui vorrei richiamare è la ricorrente inclinazione di buona parte degli studi storici a trascurare la rilevanza degli avvenimenti che avvennero nel Mezzogiorno di Italia. Così sappiamo tutto della guerra partigiana, ad esempio, nelle valli del Cuneese o in Val Brembana ma spesso dimentichiamo che Napoli fu la prima e la sola città italiana a liberarsi dai tedeschi senza attendere l’arrivo degli alleati nelle gloriose quattro giornate, dal 27 al 30 settembre ’43.  Antonio prese parte a quegli avvenimenti nella doppia veste di dirigente del PdA e di dirigente sindacale (di lì a pochi giorni, nella prima decade del novembre ’43, avrebbe, insieme a pochi altri, organizzato le leghe di mestiere e i primi sindacati di categoria nella nuova Camera Generale del Lavoro).

Gli studi storici hanno pure trascurato quanto è avvenuto nel cosiddetto “Regno del Sud” tra il ’43 e il ’45 con l’Italia spaccata in due dall’occupazione tedesca a Nord e la presenza anglo-americana a Sud. In quegli anni, dopo la vergognosa fuga del re a Brindisi e poi a Salerno, Napoli tornava a essere capitale. (Per una disanima più approfondita si veda ad esempio “Il Biennio Cruciale” di G. Di Capua, certamente non sospetto di simpatie a sinistra, edito da Rubbettino nel 2005, nel quale tra l’altre cose si osserva che la lotta partigiana al nord fu finanziata in buona misura dalla tassazione dei cittadini del Regno del Sud).

Tra mille difficoltà e incertezze è a Sud che rinasce la vita civile e democratica dopo la parentesi fascista. Sono rifondati i partiti e il sindacato. Nascono nuove testate giornalistiche. Tra queste “L’Azione”, ricorderete fondato e diretto proprio da Antonio. Ho potuto trovare copie de “L’Azione” negli archivi del “Centro Studi Gobetti” a Torino come lascito di Aldo Garosci, figura eminentissima e non dimenticata dell’antifascismo piemontese, morto nel 2000. È evidente che “L’Azione” era diffusa su tutto il territorio nazionale, nei territori liberati del Regno del Sud e nella parte occupata da tedeschi e da repubblichini. Infatti L’Azione, che iniziò le pubblicazioni il 29 marzo ’44 ed ebbe tra i suoi collaboratori Guido Dorso che ne avrebbe assunto la direzione il 2 luglio ‘45, raggiunse la tiratura di 12.000 copie, un numero davvero ragguardevole se consideriamo le enormi difficoltà di quegli anni anche nel reperimento della carta per la stampa.

Queste dunque le cause dell’oblio. Ed ecco allora che la riscoperta di Antonio Armino potrebbe essere anche un contributo alla riscoperta di una parte trascurata della storia del Meridione e della Calabria, per provare a uscire fuori dalle secche della minorità civile e politica cui è stata condannata per troppo tempo, nella prima come nella attuale seconda Repubblica.

 

 

 

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