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La linea Maginot? Lungo il Ticino.

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Tra poche settimane, il 28 e il 29 marzo prossimi, si va al voto in 13 regioni su 20. I partiti sono ancora alle prese con il rebus dei candidati e il gioco delle alleanze non si è ancora del tutto consumato. Qual è la situazione ai nastri di partenza? E qual è la posta in gioco?

Proviamo a dare qualche risposta. Il centro-sinistra (senza l’UDC) governa in 11 delle regioni al voto: Piemonte, Liguria, Emilia-Romagna, Umbria, Toscana, Lazio, Marche, Campania, Puglia, Basilicata, Calabria; il centro-destra nelle rimanenti due: Lombardia e Veneto. Queste elezioni rappresentano una sorta di pronunciamento di middle-term sull’azione di governo e sul relativo gradimento nel corpo elettorale; l’esecutivo in carica non ha mantenuto finora in concreto nessuna delle promesse fatte agli elettori ed è in affanno per via della crisi economica che morde la carne viva di milioni di disoccupati e di precari. Di più, in alcune regioni il Partito Democratico ha stretto o sta stringendo un patto elettorale con l’Unione Democratica di Centro che si trova ancora oggi localmente alleata con il centro-destra.

Le due condizioni che ho appena richiamato dovrebbero suggerire una netta affermazione del centro-sinistra nelle elezioni di marzo. Eppure molte analisi concordano nel ritenere vincente un centro-sinistra che uscisse dalla partita delle regionali con il modesto punteggio di 7 a 6, che corrisponde, si badi bene, al passaggio al centro-destra di ben 4 regioni oggi amministrate dal centro-sinistra. Per comprendere quest’apparente paradosso è necessario considerare quanto è avvenuto e avviene in ciascuna delle regioni interessate dal voto, in molte delle quali si assiste ad un vero e proprio crollo della credibilità delle forze di centro-sinistra e, in particolare, del Partito Democratico che ne è il maggior azionista. Nel Lazio il caso Marrazzo, in Emilia-Romagna il caso Del Bono: quale che sia il nostro giudizio su questi scandali non v’è dubbio che in entrambi i casi non potrà che avvantaggiarsene la destra. In Campania e in Calabria le giunte Bassolino e Loiero, rispettivamente, non hanno di certo brillato per sagacia amministrativa e per pubblica moralità. In Umbria e in Puglia il Partito Democratico ha scelto il suicidio con l’arma delle primarie, pensate per rilanciare il partito e rivelatesi velenoso terreno di faide interne. Quanto a Veneto e Lombardia non pare utile spendere una parola in più. Appare certa la vittoria del centro-sinistra in Toscana (ed  in Emilia Romagna) mentre nelle Marche, in Basilicata, in Liguria e in Piemonte, il risultato è tutt’altro che scontato.

Nel mio Piemonte, in particolare, Mercedes Bresso e sua la giunta hanno operato complessivamente bene con un’alleanza che va dal PD alla neonata Federazione della Sinistra (Rifondazione più i Comunisti Italiani). Dopo qualche iniziale incertezza, e relativi veleni, il PD ha riaffidato alla Bresso il compito di formare una nuova alleanza elettorale e di governo con i vecchi alleati e l’UDC, ritenuta indispensabile per assicurarsi la vittoria sulle destre. Sennonché proprio la possibile partecipazione dell’UDC ha già provocato le prime crepe nella coalizione uscente. I comunisti, con il comodo alibi del TAV ma in realtà perché indigesti all’UDC, sono stati spinti ai margini della coalizione, rinunceranno a incarichi di governo, avranno però assicurato diritto di tribuna con l’ingresso di un loro esponente nel listino della candidata presidente. Proprio il listino è l’oggetto dei desideri di tutte le altre forze politiche della costituenda coalizione e la sua definitiva composizione potrebbe esporre al rischio di perdere qualche alleato.

Ma qui si gioca una partita decisiva non solo per il futuro di questa regione ma per l’Italia tutta.

La sanità, come sappiamo, rappresenta la principale voce di spesa per le regioni e la sola competenza realmente decentrata dallo Stato. La regione Lombardia ha attuato, in quest’ambito, una politica di sempre maggiore delega di questa funzione ai privati, mentre in Piemonte è assai solida la gestione pubblica. Nonostante i numerosi scandali che hanno punteggiato la gestione sanitaria lombarda, questo modello esercita notevole fascino sulle lobby affaristiche di ogni regione per la sua considerevole portata economica. Lo stesso candidato delle destre in Piemonte, il leghista Roberto Cota, non ha mai nascosto il suo programma di adeguare il modello pubblico piemontese a quello semi-privatizzato lombardo. Ecco, dunque, che una vittoria delle destre in Piemonte aprirebbe la strada alla diffusione del modello lombardo nell’area più sviluppata del Paese e da lì, potenzialmente, a tutta l’Italia, con la nefasta conseguenza della perdita di un importantissimo presidio pubblico.

Ma c’è ancora di più. Con la vittoria di Cota in Piemonte la destra controllerebbe per intero la regione cisalpina, dal Piemonte al Veneto, e in queste due ultime regioni insedierebbe un governatore leghista (Cota a Torino, Zaia a Venezia). Il progetto secessionista della Lega, mai accantonato e semmai privilegiato anche di fronte all’indigesto rospo del Berlusconi mafioso, farebbe un considerevole passo in avanti. È infatti lecito ipotizzare che queste tre regioni - Piemonte, Lombardia e Veneto -, che da sole fanno quasi un terzo della popolazione italiana e quasi il 40% del PIL nazionale, potrebbero concordare una comune strategia ai danni del resto del Paese e, persino, favorire nuovi assetti istituzionali, le macro-regioni, che altro non sarebbero che il preludio della separazione dal resto d’Italia.

Ecco perché in Piemonte si gioca una partita decisiva e forse drammatica che la sinistra che deve saper vincere, superando ogni incertezza e divisione. Per il bene del Piemonte, per il bene dell’Italia, il Ticino deve essere una linea Maginot, questa volta davvero non valicabile.

 

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