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Sindacato e popolo sovrano

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In politica il centro-destra, vox Berlusconi, si appella al rispetto della  volontà del “popolo sovrano”. In campo sindacale la pregiudiziale a ricorrere e poi rispettare la volontà dei lavoratori è sostenuta  invece dalla Cgil, fino a farne una pregiudiziale come per la Fiom. Per “volontà” s’intende il voto dei cittadini e dei lavoratori, ma il significato nei due casi è profondamente diverso.

Nel primo caso s’intende un voto (elezioni politiche) per conferire un mandato a decidere per conto del popolo, senza più dovere interpellarlo su questa o quell’altra questione. Nel secondo caso, invece, è il voto espresso non sulle persone ma sul merito di un problema, in particolare su una piattaforma rivendicativa, su un accordo stipulato. In campo sindacale ci sono però varianti. Ad esempio quella della Cisl  che sostiene che solamente in presenza di una posizione unitaria si può ricorrere alle assemblee dei lavoratori, mentre in caso di divisione (assai frequenti nella fase attuale) si ricorre alla consultazione dei propri iscritti.

Due considerazioni. La prima, per la politica. Per quanto riguarda il “popolo sovrano” la versione berlusconiana vorrebbe superare quanto precisa l’art.1 della Costituzione che recita «L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione ». Il centro destra è però diviso ed una parte segue il Presidente della Camera G.Franco Fini che si batte perchè la vita parlamentare, il rapporto governo- istituzioni rispettino il dettato costituzionale.

La seconda, per il sindacato, per la sua sinistra. E’ certamente inedita la scelta di affidarsi al referendum (sì o no) in presenza di rottura tra le Organizzazioni Sindacali. Il ricorso al referendum per tutti i lavoratori è cosa diversa da come si è sviluppato nel secolo scorso il rapporto tra sindacato e movimento.

C’è di che riflettere per tutte le Organizzazioni, sia quelle che oggi sono rinunciatarie verso il governo e la Confindustria, sia per chi è convinto di “correre” nella direzione giusta proponendo che le grandi divisioni siano portate al vaglio delle assemblee dei lavorati (iscritti e non, chi sciopera e non).

Penso che non siano possibili scorciatoie: le assemblee debbono essere precedute dal confronto e dal pronunciamento (anche a maggioranza) delle Rsu convocate unitariamente. Anche il voto degli iscritti deve avere un suo peso per la valutazione conclusiva. Il voto dei lavoratori non dovrebbe essere solo l’espressione di un’opinione (sì o no) ma qualcosa di più impegnativo, con tre opzioni: non sono d’accordo e l’intesa raggiunta con i relativi aumenti vanno respinti; oppure giudico positivamente l’intesa; ed ancora pur essendo critico su più punti, accetto l’intesa.

Tanta è la divisione e la confusione ma i segnali positivi sono sempre presenti. Dopo gli alimentaristi (alcune settimane fa) anche i telefonici hanno conquistato unitariamente il rinnovo contrattuale dopo dieci mesi dalla scadenza. La Cisl afferma che il rinnovo è coerente con le nuove regole dell’accordo interconfederale  non firmato dalla Cgil). La Cgil controbatte asserendo che tale ortodossia non esiste.

Per capirne di più, per superare un modo di confrontarsi dove prevale la mentalità del tifoso di calcio bisognerebbe porre sul tappeto i veri motivi che finora hanno impedito di definire unitariamente i criteri per misurare la rappresentatività (numero di iscritti e voti delle Rsu) dei vari sindacati, un punto di riferimento ineludibile per un regolamento che consenta di accertare se un contratto sia legittimo ed estendibile (erga omnes) a tutti i lavoratori di una data azienda (contrattazione di secondo livello) o della categoria (contratto nazionale). Eppure le tre principali confederazioni (Cgil, Cisl, Uil) avevano definito un documento unitario su questa materia, che a tutt’oggi dichiarano di condividere. Che si aspetta allora?

Ultimo aggiornamento Sabato 31 Ottobre 2009 10:59  

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