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Per chi non la pensa più come nel 1929

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Bell'intervento di Franco Bassanini oggi sul Corriere a supporto della riforma costituzionale (ringrazio Raffaele Mosca per la segnalazione)

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"Una riforma che modernizza la nostra democrazia di Franco Bassanini

Lo confesso. Sono tra quei costituzionalisti che annoverano la nostra Costituzione tra le più belle del mondo. Lo è per quel disegno di una società libera e giusta, capace di assicurare a tutti dignità, libertà, diritti, opportunità, che è delineato nei suoi primi 54 articoli. Ma quel disegno, quelle libertà e quei diritti devono essere attuati; e poi difesi da nuove sfide e nuove minacce. Qui nasce l’esigenza di aggiornare la seconda parte della Costituzione, quella che definisce e regola gli strumenti con i quali tutelare e attuare libertà e diritti e costruire un Paese capace di offrire a tutti opportunità di crescere e realizzarsi (a partire dal diritto al lavoro, condizione della dignità umana).

Quegli strumenti furono infatti pensati e scritti in un’epoca molto diversa da quella di oggi. 70 anni non sono tanti per una Costituzione, ma la storia ha subito in questi anni un’accelerazione straordinaria. Globalizzazione, climate change , terrorismo globale, Internet, digitalizzazione e cybersecurity erano allora parole (e realtà) sconosciute. Oggi rappresentano le grandi sfide (opportunità e problemi) della nostra epoca. Le migrazioni avvenivano allora per lo più dall’Europa verso le Americhe; oggi invadono l’Europa come effetto dell’esplosione demografica africana e della crisi demografica del Vecchio continente.

Buona parte di queste sfide richiedono risposte che un singolo Paese di media dimensione, come l’Italia, non è in grado di dare da solo. I padri costituenti intuirono il problema: l’art. 11 ammette che si possano cedere poteri sovrani a istituzioni internazionali e/o europee, per condividerne poi l’esercizio in quelle sedi; dove, però, occorre che gli interessi nazionali siano efficacemente rappresentati. Dunque, se si pretende di far da soli, si rischia che decidano altri: le grandi potenze globali e i protagonisti della finanza e della grande industria, soggetti non democratici, non responsabili, non trasparenti, ma globali, potenti e rapidi nei loro processi di decisione. Ma per far valere la voce e gli interessi italiani nelle sedi sopranazionali, conta molto la stabilità e l’autorevolezza di chi rappresenta lì il nostro Paese. Se i capi di governo e i ministri degli Esteri e dell’Economia cambiano ogni anno, non riusciranno a farsi rispettare e a farsi ascoltare, né riusciranno a intrecciare quei rapporti di conoscenza e di familiarità che spesso sono decisivi in quei consessi. Di qui la necessità di eliminare un’anomalia italiana, quella che fa dipendere la vita dei governi dalla fiducia di due Camere, che possono esprimere maggioranze diverse; dunque la necessità di superare il bicameralismo paritario. Sembrava impossibile ottenere che il Senato accettasse di privarsi del potere di condizionare con il suo voto la vita di ogni governo. È successo, difficilmente potrà accadere un’altra volta. Anche solo per questo, meriterebbe il 4 dicembre approvare la riforma costituzionale.

Ma occorrono anche istituzioni democratiche capaci di decidere in tempi molto più rapidi che in passato. La grande crisi americana del 1929 impiegò un anno e mezzo a produrre effetti sulle economie europee: 18 mesi di tempo per decidere, in Europa, le contromisure necessarie. Oggi, se fallisce a Wall Street una banca d’affari sistemica o se due aerei si schiantano contro le Twin Towers, l’impatto sulle economie di tutto il mondo è immediato. Nel ’29, il ping pong tra Camera e Senato imposto dal bicameralismo paritario, o la necessità di macchinosi accordi tra lo Stato e 20 Regioni imposti dal titolo V potevano essere tollerati. Oggi, no. Nel ‘29, poco importava se i processi di decisione democratica erano complessi e farraginosi: c’era il tempo per decidere. Oggi, processi di decisione troppo complicati e lenti producono lo spiazzamento delle istituzioni democratiche, espropriano di fatto il popolo e i suoi rappresentanti. Altri decideranno in tal caso al loro posto: nel migliore dei casi, saranno i Governi stranieri che dispongono di istituzioni democratiche più moderne; nei peggiori, saranno Governi autoritari e poteri non democratici e spesso opachi, come le shadow banks , le agenzie di rating , i junk funds .

Di qui la necessità di altre innovazioni, che la riforma costituzionale propone: la più chiara separazione fra decisioni di competenza statale e regionale, la prevalenza della decisione del Parlamento su quella delle Regioni quando sono in gioco interessi strategici del Paese (clausola di supremazia), la semplificazione del processo di formazione delle leggi (che nella maggior parte dei casi si compirà con la sola decisione della sola Camera). Molte di queste innovazioni potevano essere scritte meglio? Probabilmente sì. Ma val la pena ricordare che il meglio è nemico del bene; che il perfezionismo è spesso l’alibi dietro cui si nascondono i conservatori di destra e di sinistra; e che le scelte di fondo che la riforma fa (dal superamento del bicameralismo paritario, alla riduzione del numero dei parlamentari, alla revisione del titolo V) sono comunque da tempo condivise da quasi tutti, a destra e a sinistra.

Basteranno queste innovazioni a rendere efficace e rapida la nostra democrazia? Forse no. Ma la riforma fa comunque passi importanti nella giusta direzione. Penso sia importante acquisirli, per riaprire poi una riflessione comune sugli strumenti della democrazia in un mondo che cambia sempre più rapidamente."

Ultimo aggiornamento Sabato 19 Novembre 2016 17:50  

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