Oppido: non c'è sorpresa

Giovedì 10 Luglio 2014 18:58 Hits: 1736 Elze Viro Politica
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I fatti di Oppido, non nuovi invero per la Calabria ma questa volta balzati sulle prime pagine della stampa nazionale per via della recente visita del papa in questa regione, hanno portato molti commentatori a indicare ancora una volta le responsabilità della classe dirigente meridionale, calabrese in particolare, per questo sperimentato e secolare degrado della vita sociale. È un refrain già mille volte ascoltato. Lo ha ripetuto, da ultimo, Vito Teti in un bell’articolo apparso qualche giorno fa su La Stampa. Sembra spiegare tutto. Vorrebbe allontanare il pregiudizio razzista sui meridionali e, insieme, respingere la tesi vittimista e storicamente infondata di un Sud depredato delle sue ricchezze da un Nord cinico e avaro.

 

 

 

Tuttavia, così com’è formulata, quella spiegazione non spiega niente. Soprattutto perché nel caso in esame, l’omaggio di chiesa ad un criminale, sono in gioco comportamenti collettivi, sentimenti consolidati che sarebbe insensato attribuire alla classe dirigente nella mera attualità alla quale va certamente attribuita, viceversa e per intero, la pessima gestione della sanità pubblica, del territorio, dell’acqua, dei rifiuti. Piuttosto rischia di diventare un facile argomento nelle mani di chi, e non manca tra le cosiddette élite culturali settentrionali, si affida proprio alla spiegazione pseudo-naturalista. La classe dirigente può emergere dal primordiale scontro tra tribù o dalla libera competizione fondata su capacità e meriti. Ma nei due citati estremi, come in tutte le infinite possibilità intermedie, i politici, gli imprenditori, gli intellettuali sono espressione di quella società. Così si torna alla spiegazione più elementare, quella del pregiudizio verso i meridionali, popolo di inetti e di criminali. Per uscire da questo vicolo cieco di spiegazioni è necessario fondare storicamente il giudizio sulle responsabilità. In questo spazio necessariamente ristretto facciamo cenno a qualche argomento. Alla fine del XVIII° secolo ed al principio del successivo XIX° il regno delle Due Sicilie, quello che diverrà Mezzogiorno d’Italia, si trovava in una situazione niente affatto diversa, e forse un po’ più avvantaggiata, di quella degli altri stati pre-unitari, compreso quel Piemonte che l’avrebbe più tardi conquistato. La penisola italiana tutta era in forte ritardo rispetto alle parti più progredite d’Europa, Inghilterra e Francia in primo luogo. Ma a metà Ottocento il regno Sardo, grazie alla lungimiranza dei suoi governanti, si dota di una costituzione, investe massicciamente nelle infrastrutture e nell’istruzione del suo popolo. Ecco una prima, decisiva responsabilità per le sorti meridionali: la monarchia napoletana, gretta e ottusa, rifiuta ostinatamente la costituzione, affida al clero quel poco d’istruzione che viene impartita (e questo è un aspetto che meriterebbe di essere approfondito), lesina negli investimenti. Così quando le due parti d’Italia si salderanno il Sud è già ben indietro (nasce la Questione Meridionale). Prevale il convincimento che il Sud, una volta liberato dalle catene dell’oppressione borbonica, svilupperà rapidamente tutte le sue potenzialità. Ma non sarà così. Servirebbero politiche attive ma l’età liberale con i suoi paradigmi economici, vi ricorda qualcosa?, lo impedisce. Ecco una seconda linea di responsabilità che appartiene alla classe politica risorgimentale tutta, settentrionale e meridionale, che compirà anzi il suo nefasto capolavoro suggellando l’intesa tra gli agrari del Sud e gli industriali del Nord. Gli sforzi della neonata industria nazionale si concentreranno tutte nel costituendo triangolo Torino-Genova-Milano. Mussolini dichiarerà persino liquidata la Questione Meridionale. Ma non è affatto così. Ecco una terza responsabilità: mai come durante gli anni della dittatura sarà ampio il divario tra le due parti d’Italia. Solo nel secondo dopoguerra, con l’avvio di politiche meridionaliste da parte dei governi di centro-sinistra, la forbice inizierà a chiudersi. Ma durerà poco, le rivendicazioni leghiste e l’onda lunga di un nuovo liberismo metteranno fine a quella proficua stagione. Ecco una quarta individuata responsabilità. Oggi, tornando al sud del Sud, la Calabria è la regione d’Italia più svantaggiata e dove si vive peggio. Ce lo dicono con chiarezza i dati ISTAT appena pubblicati nel rapporto sul benessere nazionale (BES 2014). Di questo generale sfascio e delle relative responsabilità, di cui i fatti di Oppido non sono che l'epifenomeno mediatico, non siano esentate le classi dirigenti nazionali, anche se di altre regioni.

Ultimo aggiornamento Venerdì 11 Luglio 2014 14:18  

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