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Da Togliatti a Berlinguer

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Quando si pensa alla storia oramai conclusa del Partito Comunista Italiano capita spesso di sentir citare insieme Gramsci, Togliatti e Berlinguer. Lasciamo stare il grande sardo il cui pensiero svetta senza possibile confronto sugli altri leader comunisti e concentriamo la nostra attenzione sugli altri due. Senza pretesa di iniziare quella riscrittura della storia dei comunisti italiani auspicata da Marco Revelli proviamo a mettere insieme le ragioni per cui ancora oggi è vivo il ricordo di Palmiro Togliatti e di Enrico Berlinguer.

 

 

 

Togliatti è ricordato per:

  • aver vissuto a lungo a Mosca all’ombra di Stalin negli anni delle sue “purghe” senza accorgersi di quel che succedeva ovvero senza denunciarne i crimini;
  • aver preso parte, come dirigente del Komintern inviato da Mosca, alla guerra civile spagnola ed essersi distinto nella lotta al franchismo ed ai partiti non stalinisti, in primo luogo anarchici e trotzkisti;
  • aver deciso, al suo rientro in Italia dopo 18 anni di assenza, un capovolgimento completo della politica sin lì seguita dal suo partito, noto come svolta di Salerno, accettando il compromesso con la monarchia e con Badoglio, la prima corresponsabile degli orrori del fascismo, il secondo parte integrante del regime mussoliniano;
  • aver varato nel 1946, come ministro di Grazia e Giustizia nel primo governo De Gasperi, l’amnistia per i reati comuni e politici compreso il collaborazionismo coi nazisti che sollevò proteste assai forti tra i partigiani, particolarmente in Piemonte e persino all’interno del suo stesso partito;
  • aver subito nel 1948 un attentato ad opera di un giovane esaltato che scatenò incidenti di piazza con numerosi morti sino a che lo stesso Togliatti, scampato grazie ad un abile intervento chirurgico, non diede l’ordine di fermare la rivolta;
  • aver appoggiato senza esitazioni l’intervento militare russo in Ungheria nel 1956, votando anche a favore della pena di morte per Imre Nagy, il comunista che aveva guidato quella tentata rivoluzione;
  • aver obbligato i suoi compagni all’Assemblea Costituente a votare quell’articolo 7 dove - contro il parere, tra gli altri, di Nenni, Calamandrei, Croce - il concordato fascista resta il cardine delle relazioni tra lo stato e la chiesa;
  • essere stato accusato da Massimo Caprara, per venti anni suo segretario particolare, di non aver mosso un dito per salvare la vita di duecento comunisti scomparsi in URSS;
  • quella sua proverbiale caratteristica di ambiguità e di predisposizione al compromesso definita per l’appunto “doppiezza togliattiana”.

 

Berlinguer, a sua volta, è ricordato per:

  • aver avuto il coraggio di esprimere direttamente a Mosca nel 1969, dove si trovava alla guida della delegazione italiana alla conferenza internazionale dei partiti comunisti, il proprio dissenso dalla linea sovietica, condannando l'invasione della Cecoslovacchia e rifiutandosi di sottoscrivere la relazione finale di quel congresso;
  • essere scampato nel 1973, insieme a due comunisti bulgari dissidenti, ad un attentato a Sofia che secondo il suo compagno di partito Emanuele Macaluso fu orchestrato dal KGB per togliere di mezzo lo scomodo italiano;
  • aver ideato, dopo il colpo di stato in Cile, la politica del cosiddetto “compromesso storico” quale possibile alleanza con socialisti e democristiani per la guida del Paese;
  • aver concepito una via italiana al comunismo, ribattezzata eurocomunismo, indipendente da Mosca e al riparo della NATO, definita «uno scudo utile per la costruzione del socialismo nella libertà, un motivo di stabilità sul piano geopolitico ed un fattore di sicurezza per l'Italia»;
  • aver marcato la sua distanza dalla politica sovietica ancora una volta nel 1976 a Mosca, dove parlò apertamente di sistema pluralistico e di via italiana al socialismo;
  • aver conquistato nel 1976 il massimo storico dei suffragi elettorali conquistati dal PCI, ovvero il 34,4%;
  • aver rilasciato la famosa intervista a Scalfari sulla “questione morale” dove lucidamente e coraggiosamente denunciò il carattere immorale della politica italiana e la degenerazione dei partiti;
  • essere stato ai cancelli di Mirafiori a fianco degli operai Fiat durante gli scioperi del 1980, promettendo l’appoggio del suo partito anche in caso di occupazione della fabbrica;
  • essere tragicamente morto durante lo svolgimento di un comizio elettorale a Padova nel 1984;
  • quel suo carattere di uomo intransigente, serio ed onesto che ha pochi eguali nella storia degli uomini politici italiani.

 

Gli elenchi sono certamente incompleti e ciascuno potrà arricchirli a piacimento così come potrà dare a quei fatti il significato e la valenza che preferisce. Nel pantheon di quel che fu il più grande partito comunista dell’occidente trovano senz’altro posto sia “il Migliore” che il Segretario più votato dagli italiani. Nondimeno non misurare la differenza tra i due, che non può di convenienza e con troppa semplicità ricondursi nei confini delle distinte vicende storiche alle quali appartengono, sarebbe un errore di straordinaria cecità politica ed umana.

 

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