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Renzi, dov'è il nuovo

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Questo articolo parte da una riflessione che mi è stata sollecitata da un inciso che ho letto nell'articolo in cui si parlava di Renzi come del nuovo, deteriore, uomo della provvidenza e che liquidava la nascita del PD come il frutto de “l'abbraccio contro natura di post-democristani e post-comunisti". E perché contro natura?

Forse si dimenticano le analisi di Gramsci e Berlinguer?

Certamente si può non essere d'accordo ma liquidare l'unione tra cattolici e comunisti nel nostro paese come contro natura mi pare precipitoso. E non si dica che il rapporto tra post-democristiani e post-comunisti sia cosa diversa. E' invece il nocciolo della questione.

 

 

Perché cattolici e comunisti erano i protagonisti delle due principali culture popolari di questo paese il cui conflitto e le modalità con cui si è esercitato è alla base della estrema e dannosa ideologizzazione della nostra società. E quando la fine della guerra fredda e il crollo del muro di Berlino hanno tolto l'ultimo baluardo politico al cui servizio quella ideologizzazione e quel conflitto erano funzionali, sono rimasti alla luce proprio quegli elementi delle due culture che Gramsci e Berlinguer avevano colto come potenzialmente comuni, primo fra tutti la centralità dei valori di giustizia sociale e uguaglianza.

Certo, dalla parte cattolica questo elemento era tutt'altro che univoco, così come cattolici erano nel secolo scorso sia i popolari di Sturzo che i miliziani di Franco. E del resto ciò è testimoniato dal disfacimento della democrazia cristiana in formazioni politicamente anche molto distanti tra loro. Ma la scommessa alla base della nascita del Partito Democratico era proprio questa: che al di fuori di un precostituito schema ideologico si desse vita ad una forza politica che ponesse al centro quei valori di giustizia sociale e uguaglianza che per coloro che da sponde culturali diverse ne avevano fatto ragione centrale del loro impegno, dovevano poter essere programmaticamente unificanti, una volta crollati gli steccati dell'ideologia.

In un paese massacrato dal conflitto ideologico, in cui a Berlusconi era stato possibile fare voti anche solo dicendo che i giudici erano comunisti, vale a dire nel contempo un falso e un'imbecillità, un progetto del genere era come minimo ardito, e infatti fino all'avvento di Renzi il PD, invece di essere un coraggioso esempio di sincretismo tra i fondamenti politico-culturali dei cattolici-popolari e dei socialcomunisti, è stata una realtà fratturata in due anime, con l'aggravante di un deterioramento delle idealità portato dal generale scadimento di motivazione etica della politica, che ha fatto largo anche nel PD a mestieranti e opportunisti.

Non poteva che essere così, finché il PD esprimeva leader figli delle ideologie che il nuovo partito avrebbe voluto superare in avanti, pur senza rinnegarle. Renzi è il primo leader PD che non è figlio di quelle culture politiche e che enunciando la priorità delle questioni pratiche su quelle ideologiche, si colloca coerentemente nella direzione che era l'unica ragione di essere del PD.

La lettura politica che ne consegue è illuminante. Non è più l'ideologia che fissa la legittimità di prassi e alleanze ma la coincidenza o meno degli obiettivi concreti. E se si ritiene che nessuna politica di cambiamento di qualsiasi natura sia possibile in Italia se non si pone mano alle riforme istituzionali, quelle divengono la priorità. E se non è possibile realizzare le riforme che si ritenevano migliori, si negozia con l'avversario, qualunque esso sia, con l'unico limite che il risultato sia migliore dello status quo.

Questa mentalità e questa prassi sono la vera novità da valutare, fino a quando l'attuazione delle riforme consentirà la formazione di governi espressione di chi ha vinto le elezioni e intende realizzare i suoi programmi, senza essere costretto a governare con chi alle elezioni ha partecipato con programmi del tutto differenti.

Ultimo aggiornamento Domenica 09 Marzo 2014 10:07  

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