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Il grillo canta sempre al tramonto

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Vivere nel  ventre molle dell’Europa nell’epoca del declino dell’Occidente

“Noi non consideriamo la discussione come un ostacolo sulla via della democrazia” Pericle

 

 

 

 

La “società liquida” e il  fenomeno dell’accentuata instabilità elettorale

Preliminarmente: l’Europa, imboccata deliberatamente la via monetarista e liberista come suo assetto economico prevalente, ha prodotto uno shock nelle economie deboli del suo “ventre molle”. Lo si sapeva, non potevamo non saperlo.

Italia, Grecia, Portogallo e Spagna pagano la pericolosa convergenza del duplice passaggio di un’Europa culturalmente e politicamente inconsistente nella moneta unica e nella crisi finanziaria  2007/2008 sottoposta ai diktat del capitalismo finanziario internazionale (la “classe capitalistica finanziaria transnazionale”; cfr. Gallino, Einaudi, Torino, 2011).

E’ in questo contesto che - prima di passare ad una sintetica analisi del fenomeno Grillo - è utile sottolineare alcune recenti derive delle società occidentali.

Zygmunt Bauman, Ulrich Beck e altri Autori della corrente sociologica della “post-modernità” e/o della “seconda modernità” hanno definito l’involuzione più che trentennale delle società occidentali nei termini della “liquefazione della società” (Bauman Z., Modernità liquida, Laterza, Bari, 2002;  Beck U., La società del rischio. Verso una seconda modernità, Roma, Carocci, 2000).

Il termine va tradotto nel senso di modello di relazioni sociali sempre più caratterizzato da fluidità, inconsistenza, precarietà, leggerezza, irresponsabilità, volatilità, fuga, ecc... Bauman, in particolare, ha analizzato l’evoluzione delle società attuali sotto diversi punti di vista: la presunta emancipazione della persona attraverso la ‘libertà’; la nascita e la crescita dell’individualità; la crisi della famiglia nucleare; lo scardinamento della cittadinanza; i ‘non-luoghi’ del consumismo e la spettacolarizzazione degli eventi e della politica; le nuove percezioni del tempo e dello spazio; l’evoluzione del concetto di lavoro e di comunità; il capitalismo deterritorializzato; la crisi del modello statuale; ecc …

Sempre secondo il punto di vista postmoderno, la crisi di desocializzazione e la conseguente liquefazione delle relazioni sociali hanno origine nella perdita della ‘fiducia reciproca’ poiché sono venuti progressivamente meno i “tre pilastri della modernità”, che erano basati sulle tre  ‘fiducie’: fiducia in sé stessi e nelle proprie capacità, fiducia nella condotta degli altri, fiducia nelle Istituzioni. Si sottolinea l’evoluzione (o involuzione, se si preferisce) del capitalismo contemporaneo in questi termini: “Il lavoro incorporeo dell’era software ha cessato di ingabbiare il capitale e ora gli consente di essere extra-territoriale, volatile e volubile […] Il capitale si muove baldanzosamente, affidandosi a brevi e redditizie avventure,  e  può viaggiare con grande rapidità e facilità; tale rapidità e facilità di movimento si sono rivelate la principale incertezza per tutto il resto[..]; sono diventate l’odierna base di dominio e il principale fattore di divisione sociale”.

Il capitalismo da ‘pesante’ si è fatto ‘leggero’, ‘volatile’ e soprattutto ‘irresponsabile’, cioè renitente ad assumersi qualunque impegno verso le comunità locali (leggi: i singoli stati nazionali, i loro sindacati e, più in generale, tutti gli “stakeholders”); le megamacchine economiche transnazionali (multinazionali e corporation del settore finanziario e di quello reale) sono entità ormai totalmente internazionalizzate, mentre governi e sindacati nazionali hanno radici locali inestirpabili e al contempo scontano il difficile accesso ad una vera internazionalizzazione in grado di contrastare la globalizzazione liberista dei suddetti poteri economici e finanziari.

La trasformazione del capitalismo nella sua forma ‘leggera’, finanziarizzata e deterritorializzata, produce ed è prodotta dalla “liquefazione della società”: tutte le relazioni sociali, ai diversi livelli, assumono tonalità e caratteristiche di impermanenza, incostanza, irresponsabilità, individualismo crescente e desocializzazione galoppante. Il questo quadro anche il senso della ‘cittadinanza’ perde di significato. La democrazia transita, quasi senza accorgersene, verso una “dittatura incolore, insapore e  inodore” (Bauman, op. cit.); i deficit democratici si allargano a macchia d’olio.

Parallelamente (e allo stesso tempo) navighiamo a vista verso il disastro ecologico, incapaci come siamo di prendere iniziative sostanziali in campo ambientale. Continua a prodursi e a riprodursi un “dialogo tra sordi” su quale futuro realmente ci aspetta: un futuro ‘prossimo venturo’ molto più vicino di quanto si pensi. E ciò accade sia all’interno della comunità degli scienziati che tra la comunità degli ecologisti e quella degli economisti; tra questi due ‘schieramenti’, “Gli uni studiano il sistema della biosfera e i vincoli che essa pone all’attività umana. Gli altri continuano a credere nella possibilità di agire senza vincoli, al di fuori di qualsiasi limite” (Nanni Salio, Centro Studi Sereno Regis, Torino. In “Centre for Studies on Federalism”, Political Ecology and Federalism: A Multidisciplinary Approach Towards a New Globalization? Turin, April, 27-28,  2006).

E’ questa la “società del rischio” a cui allude Ulrich Beck: rischio da sovrappopolazione, rischio da inquinamento, rischio da surriscaldamento globale, rischi connessi al nucleare, rischi legati alla biogenetica ed alla chimica di sintesi, alla desertificazione, alla riduzione delle terre coltivabili, all’esaurirsi progressivo e irreversibile di tutte le risorse fondamentali (e non solo il petrolio, quanto l’acqua e i beni primari di ogni tipo) e all’irreversibile infoltirsi delle megalopoli ingestibili nei cosiddetti p.v.s. (paesi in via di sviluppo), ecc …

Cosicché mentre le società globalizzate dovrebbe esprimere il massimo di “democrazia decisionale responsabile” esse sono paralizzate dal coacervo inestricabile degli interessi nazionali e individuali (individualistici) e dalla sommatoria delle ignoranze prodotte ‘da’ e produttrici ‘del’ “blocco decisionale”; blocco dei processi decisionali conseguente all’incapacità di trovare un accordo tra scienziati riduzionisti, tecnologi tecnocrati, economisti econocrati, politici immersi nel ‘pensiero unico’, ecc.. in merito a come dirimere i problemi connessi all’individuazione di percorsi virtuosi e non viziosi nei rapporti tra  Scienza, Tecnologia e Società (STS).

La “società liquida” è prodotta ‘da’ e produce a sua volta: desocializzazione, individualismo, perdita del senso civico e delle responsabilità collettive. Questo è il panorama culturale che ci consegna il trentennio dell’offensiva liberista scatenata dai vari Donald Reagan e Margareth Tatcher a partire dagli anni ‘80 del secolo scorso.

Internet, i blog e la rete mondiale decantati da Casaleggio hanno certo un versante libertario, efficientistico (e aziendalistico) positivo … ma .. per chi? Occorre essere degli sprovveduti o persone in perfetta mala fede per non vedere che la sostituzione della comunicazione virtuale (perché ‘questa’ è la comunicazione elettronica) a quella sociale diretta (e non quella urlata in piazza) è il prodotto della “liquefazione dei rapporti sociali”. Occorrerebbe oggi, piuttosto, “risocializzare la società” (cfr. in P. M. Foucault, 1975, 1976).

Dovremo dunque abituarci all’instabilità sempre più accentuata dei comportamenti elettorali a causa dell’esplodere, in questo vuoto sociale, di bolle post-ideologiche che canalizzano su leader carismatici detentori di potere informatico (poiché detentori, in passato, di visibilità mediatico- televisiva) elevati e repentini consensi? Consensi raccolti in modo direttamente proporzionale alla crisi verticale dei partiti tradizionali (o della “forma-partito” in quanto tale?) e dalla cosiddetta “crisi delle ideologie” della seconda metà del ‘900.

La fine delle ideologie?

Lucio Colletti (ex filosofo marxista alla fine approdato al berlusconismo …) già nel ’74 scriveva sulla “fine delle ideologie” (cfr. L. Colletti, Crisi delle ideologie, Laterza, Bari, 1974).

Ammettiamolo: ‘morinianamente’ (cioè facendo nostro l’approccio filosofico di Edgar Morin) possiamo affermare che nelle ideologie politiche c’è un problema di “dialogica” (due logiche in una, o logica uniduale). Le ideologie (di destra come di sinistra) hanno costruito nel recente passato dei corpus dottrinali chiusi, dogmatici, ai quali si poteva solo o aderire accettandoli in blocco oppure non aderire rifiutandoli in blocco. Le ideologie sono diventate così troppo spesso delle ‘credenze’ del tutto analoghe a quelle di natura religiosa. Incorporate nel profondo della cultura antropologica dell’uomo esse hanno in realtà un’origine “bioculturale”, ossia non coinvolgono solo la parte razionale ed empirica del pensiero ma, in quanto ‘credenze’, coinvolgono in pieno le componenti emotive, passionali, viscerali della persona. Penetrano nel profondo della coscienza e la posseggono (come afferma Morin: «Noi crediamo di possedere delle idee, ma in realtà sono esse che ci posseggono»).

La dialogicità del concetto di destra e di sinistra sta in questa perenne tensione del pensiero umano tra il credere di possedere le proprie idee  - politiche, religiose, mitologiche - e l’essere in realtà ‘posseduti’ da esse per costruire quelle ‘certezze’ a cui legare la propria identità culturale.

Ciò non vuol dire, come afferma Beppe Grillo - facendo stracci della complessità della realtà - che “non ci sono idee di destra o di sinistra, ma solo buone o cattive idee”.

Vuol dire che queste idee esistono ma che dovremmo imparare a non assumerle come corpi dottrinali dogmatici e chiusi, ma come idee flessibili, che vanno continuamente confrontate con i dati empirici della realtà socio-politica ed economica; e che le idee in quanto parti di una complessa noosfera (sfera del pensiero) possono avere al loro interno elementi di ‘fusione’ (e di confusione). Resta l’evidenza storica che, come ci suggeriva il filosofo Norberto Bobbio, “La differenza [fra destra e sinistra, N.d.A.] è fra chi  prova un senso di sofferenza di fronte alle disuguaglianze e chi invece non lo prova e ritiene, in sostanza, che al contrario esse producano benessere e quindi debbano essere sostenute. In questa contrapposizione vedo il nucleo fondamentale di ciò che è sinistra e di ciò che è destra”.

In realtà quello che di fatto è storicamente successo è noto: il crollo imprevisto dell’ex U.R.S.S. ha creato le premesse per il dilagare del pensiero unico neoliberista. La globalizzazione - per come la conosciamo, cioè egemonizzata dal “mercato globale” – diventa non a caso pervasiva a partire dagli anni ’90, cioè appena dopo l’implosione dell’ex Unione Sovietica e dei suoi stati satelliti (89/91).

Le ideologie non sono quindi finite ‘tutte’. E’ finita l’ideologia socialista nella sua concreta applicazione sovietica del “socialismo reale ad economia pianificata”. Ma il socialismo non è ‘ufficialmente’ finito nelle “repubbliche popolari” e cioè a Cuba, in Vietnam, in Corea del Nord e nemmeno in Cina, divenuta economia di mercato a partito unico auto-denominato ‘comunista’.

Il termine socialista (ancorché imbalsamato nelle socialdemocrazie europee) sta di fatto riemergendo anche in alcune recenti riedizioni latino-americane. E comunque il socialismo (e il comunismo) ‘sub diversa specie riaffioreranno inevitabilmente nel corso della futura storia umana, magari con una veste e/o una denominazione diverse; sempre l’umanità si dividerà tra il rifiuto della disuguaglianza ‘per nascita’ o la sua accettazione come un fatto naturale (che, ça va sans dire, non ha nulla di ‘naturale’).

Resta per ora, in questi assai poco lungimiranti primi decenni del 2000, una sola ideologia a tenere il campo: quella ultra-liberista, con la sua sottostante visione economica “neoclassica e marginalista”. Ma la finzione pseudo democratica odierna propalata dai mass media sostiene – come si è fatto in buona parte dell’Occidente dagli anni ’90 in poi - che quest’ultima non è una ‘ideologia’ ma la “fine di tutte le ideologie”, e che tale fine trascina con sé anche la fine della Storia (cfr. F. Fukujama, The End of History and the last man; La fine della storia e l'ultimo uomo, 1992).

 

Dai sistemi di alternanza senza alternativa all’alternativa impotente?

Se torniamo all’attualità politica è facile disegnare il quadro piatto della “falsa alternanza” che ha caratterizzato un po’ tutta l’Europa in questi ultimi decenni. Va sottolineato, tra l’altro, che questa ‘falsa alternanza’ non è un prodotto del pensiero europeo (che, all’opposto, ha elaborato i diversi orizzonti ideali della cosiddetta destra e della cosiddetta sinistra nel XIX° secolo) ma dell’americanizzazione del mondo. Così anche la ‘vecchia’ Europa sembra voler emulare la piattezza antidemocratica della falsa alternanza tra Repubblicani e Democratici caratteristica degli U.S.A. Attenzione: falsa alternanza “di sistema” anche se diverse sono le sensibilità politiche tra i due partiti citati (mai fare di tutta un’erba un fascio, come fa Grillo ..).

Resta la circostanza inoppugnabile che - in particolare a partire dagli anni ’90 del 900 – i partiti che si sono alternati al governo nei diversi paesi europei non hanno saputo (o potuto?) mettere mano a riforme di sistema sostanziali per invertire la rotta economica mercatistica ormai spadroneggiante ai quattro angoli del pianeta.

Ma … come avrebbero potuto? E’ proprio il tipo di globalizzazione che si è messa in marcia a partire da quegli anni che lascia scarsi o nulli poteri di manovra di politica economica ai governi in carica. Il circolo vizioso dei debiti pubblici e la fine delle sovranità nazionali sono ormai cose acclarate sulle quali è inutile ritornare in questo contesto.

L’aumento dei tassi di diseguaglianza, la precarizzazione dei rapporti di lavoro, la stagnazione e la recessione in assenza di politiche industriali di rilancio non inquinante della produzione, ecc.. sono costantemente pagate dai cittadini in termini di caduta del loro livello di vita e delle loro prospettive.

Ma mentre parte della popolazione si impoverisce l’altra parte si arricchisce e il recupero fiscale di questa nuova ricchezza si verifica con successo solo in quelle nazioni in cui il grado di civismo è storicamente più consolidato. Spesso si tratta di quelle nazioni che sono anche capaci di innescare forme di politica industriale anti-recessiva e in cui il welfare è consolidato e corre rischi minori.

Da qui la spaccatura della U.E. tra nazioni che se la cavano (Germania, Francia, Olanda, ..nord Europa in generale) e il “ventre molle” costituito da Italia, Grecia, Spagna e Portogallo.

Frustrazione, stress, rabbia, danno origine ad un combinato disposto che viene cavalcato (segnatamente in Italia e in Grecia .. ma non solo) da formazioni politiche non compatibili con il sistema della falsa alternanza. La domanda è: rischiamo di passare dalla “alternanza senza alternative” ad una ”alternativa impotente” (ovvero: come si fa con il 25% dei consensi elettorali pretendere di comandare?).

 

Dalla comunicazione reale alla comunicazione virtuale. La rete, la semiotica … e la democrazia

Per il filosofo-psichiatra Umberto Galimberti le nuove tecnologie della comunicazione (cellulare in particolare, ma anche Internet, I-Pad, I-phone, Tablet, ecc..) producono nuove impensate patologie di massa evidenziate dall’uso abnorme e smodato che molti fanno di questi ‘oggetti’. Secondo questo Autore (che citiamo proprio come persona avente esperienza nel settore psichiatrico) l’uso di queste tecniche comunicative segnala: l’intolleranza della distanza, l’illusione dell’onnipotenza, il controllo paranoico, l’esibizionismo, l’angoscia dell’anonimato, ecc..

Ben inteso: si tratta di patologie esistenziali già presenti in molti di noi ma che vengono amplificate dall’iper-comunicazione; la linea di discrimine sta nella maggiore o minore ‘compulsività’ e ‘ossessività nell’uso di tali tecnologie, cioè sul ‘quantum’ di dipendenza da tali mezzi.

Le considerazioni critiche sulle nuove tecnologie della comunicazione non si fermano qui. Altri autori hanno evidenziato i rischi di diverso genere connessi al loro uso; eccoli:

-          l’uso preponderante della logica binaria (vero/falso) e di quella deduttiva e convergente a danno degli altri tipi di logiche;

-          l’abbandono progressivo della parola scritta e letta su libri, giornali, riviste, ecc.. a vantaggio esclusivo di quella elettronica tasti/video;

-          la sostituzione dell’incontro diretto tra persone con la comunicazione mediata dalle tecnologie;

-          la velocizzazione della comunicazione con conseguente incremento della sua superficialità;

-          la distorsione che esse provocano nella comunicazione verbale, sempre più contrassegnata dalla sua funzionalità operativa piuttosto che dalla sua personalizzazione e profondità;

-          la passivizzazione crescente conseguente all’abuso del mezzo televisivo e all’esposizione mediatica che ne consegue;

-          ecc …

La domanda che viene spontanea riguardo ai militanti ed elettori del “Movimento cinque stelle” (e dell’uso fondamentale di Internet e dei cosiddetti ‘blog’ senza i quali il boom elettorale stesso sarebbe impensabile e/o non avrebbe potuto verificarsi con questa ampiezza e questa portata) è se rea di loro c’è un minimo di riflessione critica sulle potenzialità positive e ‘negative’ connesse all’uso preponderante e unilaterale di questi mezzi di comunicazione. E ciò in relazione alla democraticità di tutto il processo e alla compatibilità del web con le logiche istituzionali che caratterizzano le “regole del gioco” della democrazia rappresentativa.

Solo alcuni esempi. E’ stato sottolineato che allo stato attuale in Italia usano sistematicamente il P.C. (e Internet in particolare) come mezzo di ‘informazione totale’ solo piccole percentuali di persone e il dato certo è che il 30 % della popolazione ne è semplicemente sprovvisto. Per esempio lo scrivente – che pur usa il P.C., ma prevalentemente per la posta elettronica e come “macchina da scrivere” – non ha l’abitudine di passare il suo tempo davanti a un display elettronico e preferisce cercare le proprie informazioni sociali e politiche nelle comunicazione ‘reale’ con gli altri piuttosto che in quella ‘virtuale’.

Altro problema. Un gruppo politico assemblato tramite frequentazione su un ‘blog’ è un insieme di persone del tutto disabituato alle “dinamiche di gruppo” (ivi incluso l’emergenza della leadership, carismatica o meno): ci sarà un rodaggio, ma non simulato, bensì in tempo reale e direttamente nella aule parlamentari. In altri termini: non c’è nessuna abitudine alla pratica politica diretta tra gli aderenti, i militanti e gli eletti del M5S, nel bene e nel male.

C’è poi il macroproblema dell’ “organizzazione”. Il rifiuto del partitismo classico ideologizzato non può essere confuso con la necessità di un’organizzazione, problema di fronte al quale si troveranno ineludibilmente sia gli eletti del M5S che i militanti del movimento.

Consigliamo a tutti loro di leggersi il sociologo Alberoni e la sua classica distinzione tra movimento allo ‘statu nascenti’, che può permettersi anche di essere ‘sregolato’, e la sua inevitabile ‘istituzionalizzazione’, che significa darsi strutture, organismi e regole funzionali all’operatività.

Ma che regole si darà un movimento “in rete” (cioè un movimento ‘sui generis) abituato ad avere un ‘megafono’ che esprime al contempo tutta la leadership ideologica del movimento (a parte l’uomo ombra, nonché ‘guru’, Gianroberto Casaleggio)? Può un movimento senza regole democratiche interne (ci dicono che tentano di darsele..) rappresentare - con il 25, 55% di risultato elettorale - la realtà politica di un intero paese come l’Italia, cioè un paese in palese difficoltà e difficilmente governabile? Il tutto dopo più di un ventennio di berlusconismo che ancora sferra i suoi colpi di coda? Auguri. Per tutti noi.

 

Beppe Grillo: dal tubo catodico ai microchips (leadership carismatica e corto circuito della  comunicazione virtuale): i grilli cantano sempre al tramonto?

Non vorremmo che il titolo del libretto di Grillo, Fo e Casaleggio [*] fosse al contempo l’epitaffio della  loro ‘bolla’ socio-politica. O della nostra, come sistema-paese. Non lo vorremmo perché tante sono le persone professionalmente e personalmente competenti coinvolte nel M5S; molti e validi sono i suoi sostenitori in buona fede.

Né possiamo dimenticare (essendo stati là, presenti ‘sul posto’) il ruolo di Beppe in Val di Susa, quando il PD si schierava completamente con un’opera tardiva e anti-ecologica (la TAV); un’opera che, giova sottolinearlo, un’intera popolazione respingeva con forza (e che avrebbe portato a un morto, diversi feriti, persone denunciate e imprigionate e alla militarizzazione permanente di parte della Valle).

Vorremmo però anche ricordare che Grillo non nasce con Internet bensì con la tanto deprecata e snobbata televisione, in qualità di comico, un po’ sessantottino (se ci permette). Grillo nasce con l’esperienza del movimento vero e - come detto sopra - appena può in un movimento vero ci si rituffa. Oppure torna a urlare in piazza, uno dei suoi divertimenti preferiti, a quanto pare.

Ma il Movimento 5 Stelle, senza Casaleggio e i suoi vagheggiamenti sulla rete come forma di democrazia globale, non avrebbe potuto costruire con questa velocità un movimento che si è fatto troppo rapidamente ‘elettorale’ volendo così passare d’un col colpo dallo ‘statu nascenti’ ad una difficile organizzazione più o meno istituzionalizzata.

Abbiamo letto il programma del M5S. Ci sono tanti punti di vista a nostro avviso condivisibili; sicuramente è un programma molto ‘verde’ (la “green economy”) e molto più vicino e simile ad un programma di sinistra che a un programma di destra (che a loro piaccia o meno tale constatazione).

Mancano componenti essenziali, come quella sul fisco, disperso qua e là nel programma ma non presente come voce a sé stante (occorreva corteggiare i delusi di destra, della Lega e le “piccole e medie imprese”?).

Non abbiamo ovviamente qui lo spazio per entrare seriamente nel merito. Ma i programmi sono proiezioni e scommesse sul futuro: poi bisogna attuarli. Con chi? Come? Quando? Staremo tutti a vedere.

 

[Beppe Grillo, Dario Fo, Gianroberto Casaleggio, Il Grillo canta sempre al tramonto. Dialogo sull'Italia e il Movimento 5 stelle, Chiarelettere, Milano, 2013]

 

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