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Fine della partita

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A chi può essere piaciuto il Vendola che ieri sera, al risveglio brusco dal sogno delle primarie, ha attribuito al poco tempo disponibile per la campagna elettorale la sua netta sconfitta? Meno ancora sarà piaciuta la scelta di farsi ago della bilancia tra Bersani e Renzi. Ascolteremo e valuteremo! Non è chiaro cosa ci sia ancora da ascoltare e da capire dai due candidati rimasti in lizza; o si vuole trattare, e per ottenere cosa?

I supporter di Bersani, TG3 su tutti, lasciano intendere che Renzi è un’anomalia nel centro-sinistra, un uomo della destra, praticamente un infiltrato, che, se malauguratamente dovesse vincere le primarie, farà carne di porco delle conquiste sociali del Novecento. Sta di fatto che il mentore ideologico del sindaco di Firenze è il democratico Pietro Ichino, che propone, tra l’altro, l’abolizione tout court dell’art.18 dello Statuto dei Lavoratori per la generalità dei licenziamenti (ad eccezione di quelli disciplinari, discriminatori o di rappresaglia). Bersani no, Bersani ha un pedigree ideologico tutto diverso. Vuole, tuttavia, allearsi con Casini per battere le destre. E dovrà anche tener conto degli equilibri interni al suo partito; non potrà scontentare, tanto per dire, Letta, il vice, e il catto-dem Fioroni, uomini che gli sono stati vicini e devoti nella battaglia del primo turno. Si farà insomma il possibile, le intenzioni sono buone, ma l’esito non può che essere compatibile con la tristezza dei tempi. Renzi vuole l’abolizione del finanziamento pubblico, comunque mascherato, ai partiti; Bersani lo difende a spada tratta, perché la politica non diventi appannaggio dei ricchi (evidentemente non basterebbe per il segretario dei democratici limitare l’entità dei finanziamento individuali). Queste, e poche altre, le differenze note tra i due finalisti; ma Vendola vuol saperne di più prima di orientare la sua scelta, la sua personale (e ci mancherebbe!) ma anche quella di chi l’ha votato al primo turno che, egli pretenderebbe, pende dalle sue labbra per sapere chi dovrà votare domenica prossima.

Diciamo con franchezza che la partita, per Sinistra Ecologia Libertà (SEL), è già finita al primo turno delle primarie del PD (chiamiamo le cose col loro nome), laddove si è spinta la tenace perseveranza esibizionista di Vendola. Si è compiuta, nel breve giro di due anni, una ripida parabola che ha portato SEL dal 10% delle intenzioni di voto degli italiani all’attuale misero 4%, verosimilmente insufficiente a schiudergli le porte di Montecitorio. Una vera iattura per chi aveva creduto, e non erano stati in pochi, che sotto quelle bandiere si sarebbe potuto costruire il partito nuovo della sinistra. Un progetto, invero, fin da subito sconfessato e mai davvero inseguito da Vendola; ma ora, che anche la partita è persa, anche Nichi si ritrova con le mani vuote alla casella di partenza.

 

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