Lo Sbavaglio

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DD,DR,DP e CC

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Quel grandissimo scassacabasisi di mio cugino F. mi perseguita da giornate intere acchè io pubblichi sul nostro Sbavaglio, fondato da egli sventuratamente anni fa con talatro suo sodale, un certo P. con cui ha egli instaurato una di quelle solite risse tra intellettuali o sedicenti tali che hanno come vero argomento chi ce l’ha più lungo (o, come dice ancora un altro figuro, un certo PG, che si è spostata irrimediabilmente dall’oggetto del contendere alla relazione tra i contendenti, chissà che minchia mai vorrà dire), un pezzo, dicevo, su Democrazia Diretta e Democrazia Partecipativa, in quanto, sempre secondo lui (F.), io, per aver seguito un paio di convegni in materia,sarei un esperto, non tanto magari in tale complesso e delicato argomento di solito terreno dell’argomentare di raffinati editorialisti e sottilissime menti politiche, quanto negli strumenti che si vanno via via affermando sul web in ambienti che si autodefiniscono “politici” e che vengono di norma guardati con sufficienza e sospetto da vecchi militanti aggrottati , severo lo sguardo  e cespuglioso il ciglio, nei loro conversari alla panchina del parco e nel loro riferire ad annoiatissimi nipotini a cui non gliene potrebbe fregar di meno le loro gloriose gesta all’alba del primo turno alla mitica porta 2 di Mirafiori (ma ormai non c’è più Mirafiori, la porta 2 è arrugginita, si è ossidata la fontana – Guccini -  e molti compagni di allora hanno raggiunto il gran comitato centrale delle eterne mozioni e giocano paradisiache partite di scopone scientifico con il Che, incolte le barbe e arruffati i capelli gli uni, vestite di morbide e variopinte stoffe indiane a suggerire meravigliosi seni nature e fragranti di Patchoulli le altre, proponendo slogan per il corteo di un eterno domani al di sopra di mucchi di verdi eskimi gettati su tavoli da piola tra bicchierini di imbevibili grappe e portaceneri ripieni di impestatissimi mozziconi di toscani).

 

 

E quindi eccomi qui, mosso dalla speranza di riportare il contendere a quella sua naturale dimensione analitica che ormai sfugge totalmente ai due suddetti cavalieri della parola inutile. Comincio dalla sempre presente wikipedia, non potendo più accedere per la solita italica trascuratezza ad una illuminante presentazione a cui ho assistito al recente convegno su e-government del centro Nexa su Internet e Società del Politecnico di Torino, presentazione dell’avv. Marco Ciurnina – di tale centro fellow – e collaboratore con il Partito dei Pirati Italiani circa gli aspetti giuridici e statutari di tale partito: noi li si credeva – i pirati - romantiche ed incaute figure aggirantensi vagando nelle jungle della tecnologia e degli statuti partitici, ed invece, oplà, frequentano ambienti tecnologici avanzati, essi,  e curano con metodo gli aspetti legali del loro essere politici. Ma guarda un po’, non c’è piu morale, Contessa (Paolo Pietrangeli)!

Ho cercato, dicevo, “Democrazia Partecipativa” su Wikipedia, ma non ho trovato nulla. Sono proposte invece dall’oracolo del web le seguenti pagine: democrazia diretta e democrazia rappresentativa. Da una lettura più o meno attenta dei 2 articoli, io credo di poter affermare di aver capito quanto segue:

La democrazia diretta (nel seguito DD) è più o meno quella di Atene del V secolo a.c., della Comune di Parigi, di certi momenti del ‘68, delle comuni hippie etc. A me sembra che abbia avuto casi di successo, ma in collettività piccole, fortemente motivate e  magari che lottavano per la sopravvivenza sotto la pressione di eventi esterni a loro ostili. Incauta parmi dunque l’affermazione di P. che afferma apoditticamente essa non essere di alcuno suo interesse in quanto più dannosa che altro: attribuisco questa sua granitica certezza alla foga del contendere, altrimenti gli andrebbe ricordato quanto più cauto sarebbe l’esprimersi qualificando il contesto: ha avuto successo lì e là perché così e cosà, mentre è fallita in quel posto a causa di questo e quest’altro.

La democrazia rappresentativa (nel seguito DR) è più o meno la nostra, si basa sul concetto di delega, che viene espressa attraverso un voto il quale attraverso un complicato meccanismo implementativo noto come “legge elettorale” manda al potere un certo numero di individui per un rassicurante (per loro) ed inquietante (per noi) numero di anni, durante i quali essi, in assenza di forti stimoli esterni ostili che minaccino la sicurezza fisica ed economica della comunità che li ha espressi, se ne battono i cabasisi della suddetta comunità facendosi alla grandissima i cazzi loro, e passano il tempo formulando affermazioni in un linguaggio proprio della loro setta che in pochi capiscono che nessuno può controllare perché sempre espresse (le affermazioni) in modo ambiguo e  in tal modo da non poter mai ottenere risultati misurabili nella comparazione con quanto promesso. Gran parte del tempo viene impiegato da questi signori nell’assicurarsi la rielezione alla prossima tornata o farsi le scarpe l’un l’altro per conquistare la posizione di maschio o femmina alfa, senza che la comunità possa far gran che per deligittimarli, essendo la rivolta armata proibita ed essendo le forze dell’ordine da loro controllate. Di tanto in tanto in oscuri rituali le loro bande si incontrano e mediano i rispettivi interessi in distillate forme di alleanza, le cui finalità ovviamente nulla hanno più a che fare con quanto essi hanno proposto nei contenuti della delega, che rimane intoccabile e non revocabile. Quando superano ogni decenza, allora si prova a revocar loro la delega per via giudiziaria, tra infinite polemiche che nulla hanno più a che fare con i bisogni degli elettori. Ammetto che gran parte di quanto sopra scritto non è contenuta nella pagina di wikipedia, ma frutto di una mia estremizzazione (forse) che uso per farmi capire bene ed apprezzare le differenze: ipotizzando che il popolo sia in grado di autodeterminarsi (se no di che minchia stiamo parlando? Di sicuro non di democrazia), nella DD (quando funziona nei suoi particolari contesti) appena uno fa il furbo egli viene immediatamente inchiappettato (almeno in linea di principio), in quella rappresentativa invece dar la delega ha più meno il significato del matrimonio auspicato dalla chiesa cattolica (CC nel seguito): per sempre, e non rompere i coglioni!.

Tutto ciò comunque, nella DR viene chiamata l’arte della politica e sembra che a molti piaccia: capisco che piaccia a lor signori, ma non ho capito perché piaccia ad infine legioni di persone oneste e per bene che volontariamente si sacrificano a far da piattaforma all’ascesa della gerarchia; ritengo sia un fatto molto collegato al DNA dell’umano, al 97% vicino a quello dello scimpanze, oltre ad essere darwinisticamente funzionale alla sopravvivenza della ghenga stessa: infatti quando uno denuda il re e dice loro che la politica – così realizzata, si badi bene – fa schifo, si sente ricordare a giustificazione della cosa l’esistenza di migliaia di persone oneste e per bene. Come dire che la guerre sono giuste perché sono piene di soldati che sono brave persone.

Mi si dirà: che c’entra tutto ciò con gli strumenti elettronici alla base del contendere , in particolare con uno di essi, liquid feedback che tanto va di moda tra pirati, grillini e frange estreme del centro-sinistra?

A me sembra che il punto principale riguardi proprio ancora i concetti di voto e di delega.

Partiamo in particolare da  quello che si definisce “voto elettronico” nelle sue realizzazioni estone e svizzere e che tanto ha fatto discutere i nostri due campioni della polemica. Ma vorrei prenderla alla lontana: com’è noto, errare umano est, ma per incasinare veramente le cose ci vuole un computer. Mi riferisco ai primi tempi dell’automazione, ossia della pratica relativa all’introduzione dei computer con interventi “ad isola” nei processi organizzativi e produttivi tradizionali. Si è presto scoperto che inefficienze di processo giustificate dalla mancanza di tecnologia venivano valorizzate – ma in quanto inefficienze – dai computer. Che so, la produzione di un modulo da presentare da parte della gente ad uno sportello per fare una domanda per un certificato, veniva di molto facilitata dall’automazione, ma non serviva a niente o saturava gli uffici di moduli da controllare ed approvare. Si è capito che meglio era riprogettare l’intero processo, abolendo i moduli, e gli sportelli, e magari anche i certificati, che non sarebbe più serviti in un ottica di intelligente integrazione delle risorse di elaborazione.

E così, sempre secondo me, è per il voto elettronico; non sarebbe meglio pensare se gli stessi concetti di voto, come strumento di formulazione di delega, e di delega, come strumento alla base della rappresentatività, non possano essere rivisti in termini organizzativi di processo in un contesto caratterizzato da una grande capacità elaborativa, una grande possibilità di comunicazione e una forte diminuzione dei vincoli tradizionali quali territorio e tempo, invece di sostituire semplicemente seggi e cabine elettorali con computer e reti, come, per quel poco che posso capire io, è successo in Isvizzera ed Estonia? Del resto, come osserva C., amabile sostenitrice delle forme di partecipazione diretta, magari in Estonia si voleva solo ovviare alle distese di tundra (?) che separano gli elettori dal più vicino centro abitato, senza alcun’altra pretesa di cambiare alcunche!

Ora a me sembra che Liquid Feedback sia un primo – sottolineo, per carità, primo – passo in questa direzione (del cambiamento dei processi). E perché? Perché, sempre secondo me, ci sono in LF un certo numero di caratteristiche interessanti che portano ad un certo onorevole compromesso tra le due forma di democrazia: la DD e la DR, producendo un forma intermedia che cerca di massimizzare i vantaggi dell’una e dell’altra: partecipazione diretta e verifica continua la DD, principio di delega la DR. Chiamiamo dunque questa terza forma Democrazia Partecipativa (DP), a soddisfare le ansie di P. e riempire (si fa per dire) i vuoti di wikipedia!

Vediamo dunque quali siano, di LF, queste caratteristiche, in nuce così interessanti:

Chiunque ha diritto di proporre una tesi o una controtesi. Al momento sorvoliamo su chi sia questo “chiunque”: c’è un dibattito ampio su questo punto (ma anche sugli altri, lo dico una volta per tutte) fatto da gente tecnicamente e giuridicamente molto più competente di me: aspettiamo che traggano delle conclusioni: deleghiamoli!

Chiunque ha diritto di commentare.

Chiunque ha diritto di votare: il voto si basa su un algoritmo pubblico e considerato ragionevole da una ricca comunità di esperti: se non ci credete, andatevelo a vedere, diventate esperti o fate quello che volete, ma non mi rompete più i cabasisi su questo aspetto; come tutte le leggi elettorali presenta probabilmente pro e contro, ma universalmente si tende a pensare che i pro siano di più dei contro.

Chiunque ha diritto a delegare (questo aspetto sembra non sia accettato dai sostenitori duri e puri della DD, guarda caso certe frange del M5S che probabilmente celebrano oscure religioni basate sul culto della personalità).

Ma, soprattutto, OGNUNO PUO’ RITIRARE LA DELEGA QUANDO GLI PARE, con un click. La delega diventa fluida, liquida, e il delegato deve stare in campana, sempre e comunque (si possono mediare questi aspetti, discussione in corso, ma la sostanza non cambia).

Da un punto di vista più generale direi che si potrebbe assistere, in prospettiva, sulla base di una progressiva affermazione di LF o di sue versioni più evolute, ad un ridimensionamento (downsizing) dello stesso concetto di voto. Come accadde con la riforma protestante quando messe, sacramenti, altari, tiare, flabelli, ori ed incensi finirono tutti nel cesso per dar luogo in cattedrali trasformate in assemblee della borghesia emergente a forme direttte di democrazia riguardanti business e religione, dando vita al capitalismo, allo stesso modo rituali a scadenze fisse come il voto politico e strutture di potere come i partiti, nate per implementare il concetto di delega, potrebbero risultare superati – in qual misura non so – da una molto meno spettacolare nelle sue forme ma molto più efficace forma di democrazia basata sulla focalizzazione sui problemi (tesi) invece che sui grandi e strombazzati ideali politici (il che non esclude l’etica e la giustizia, che rientrano nella loro dimensione più propriamente culturale) e sulla delega liquida. In quale conteso (cultura, dimensioni, territorio etc) tale cosa funzioni, non lo so e credo che non lo sappia nessuno, per il semplice fatto che il tutto va empiricamente e umilmente provato onde derivarne euristica competenza. L’unica cosa che a me appare veramente incomprensibile è proprio il rifiuto alla sperimentazione: ragazzi, è tutta roba gratis e culturalmente e socialmente stimolante! Coraggio,almeno proviamoci, se non altro potremo discuterne con maggior competenza!

Infine , esattamente come è successo con la riforma protestante, è probabile che le forme di sopraffazione dovute alle deleghe a lungo termine siano, nella DP, ridimensionate: tanto per citar qualcosa: traffico delle indulgenze nella CC, traffico dei voti nella DR.

E per concludere (era ora, direte voi) mi sembra che questo parallelo tra CC e DR sia più pregnante di quanto non appaia a prima vista: sembrerebbe che la DR al momento funzioni meglio laddove la rifoma ha trionfato, e meno dove la CC (e altre religioni monoteiste) impera. Sarà un caso?

Ultimo aggiornamento Sabato 24 Novembre 2012 18:30  

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