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La mafia uccide la libertà di tutti

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Conosco Osama da qualche anno. È un giovanissimo marocchino che vive a Torino dove studia con profitto all’istituto tecnico Avogadro.  Lo conosco perché la domenica, tutte le domeniche, viene a Rivoli a tentare di vendere quel  poco di mercanzia che è la cifra del marocchino in Italia: fazzoletti di carta, accendigas, portachiavi.

Viene da un piccolo villaggio della regione di Marrakech dove, mi ha raccontato, manca l’energia elettrica e l’acqua bisogna procurarsela a qualche ora di marcia ma soprattutto è del tutto impensabile una vita migliore come la si può invece ammirare attraverso gli occhi lungimiranti della parabola.

Anche oggi l’ho incontrato all’angolo della via maestra. Avevo sottobraccio il giornale con le terribili notizie dei fatti di Rosarno. L’ho incontrato sorridente e aperto come sempre. L’imbarazzo è  stato tutto mio. Sa che sono calabrese e sa che sono appena rientrato a Rivoli da quei luoghi dove si è consumata, e forse ancora si consuma, la caccia all’africano.

Ci siamo salutati con la consueta calorosa stretta di mano ma non ho saputo ricambiare il suo sorriso e ho balbettato solo qualche frase di circostanza in risposta alle sue domande. Lui mi ha guardato dritto negli occhi e mi ha detto: «Laggiù la mafia uccide la libertà di tutti». L’ho abbracciato e sono corso via a leggere il mio giornale.

 

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