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Africani in rivolta a Rosarno

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L’evento risalente alla scorsa notte, non ancora rientrato in queste ore, rievoca in modo particolare le sollevazioni violente che, più o meno periodicamente, avvengono negli Stati Uniti.

Anche il movente ha in comune con le esperienze passate un’ingiustizia violenta contro un nero.

Da qui la ribellione, come si trattasse di reminiscenze della condizione di schiavitù.  

In effetti, anche a sentire le cronache dei giornali, è dai primi anni ‘90 che gli africani vivono a Rosarno in condizioni pietose, quasi all’aperto, senz’acqua, né luce elettrica, e, da allora, sono diventati più di 1500.

Lavorano per 20 euro al giorno circa dall’alba al tramonto, raccogliendo arance e, nei casi più estremi, si è sentito che si siano nutriti solo di queste e che non sempre siano pagati.

Quanto è accaduto riassume tragicamente, a mio avviso, tutte le condizioni sociali ed economiche di questo posto, con forti analogie con i fatti di Casal di Principe, quando la camorra sparò e uccise alcuni extracomunitari.

Rosarno è un comune commissariato per mafia e le implicazioni della criminalità con il lavoro irregolare degli africani, praticamente tollerato dalle autorità, ci sono tutte.

La rivolta degli africani sconvolge l’essenza stessa della società rosarnese e calabrese in generale. Essi hanno ripetuto, questa volta in forma violenta, una protesta che qualche anno fa hanno osato rivolgere all’oppressione mafiosa, direttamente, senza filtri, non all’insegna di indistinte unanimità istituzionali, come spesso avviene, creando un evidente forte imbarazzo ai vertici ministeriali.     

Le stesse dichiarazioni rilasciate dai ministri Maroni e Gasparri la dicono tutta: il problema risiede nella immigrazione clandestina, non già nella cronica presenza della criminalità organizzata, non una parola sulle cause della rivolta degli extracomunitari che hanno subito l’aggressione secondo i canoni dell’esecuzione mafiosa.

In situazioni come questa, la mia personale impressione è che il principio del rifiuto della violenza diventi pura discettazione filosofica, perché c’è il rischio che venga condannata solo quando appare evidente, ad opera di chi la subisce in continuazione.

Ultimo aggiornamento Venerdì 08 Gennaio 2010 22:18  

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