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L’ipocrisia va a fuoco

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Il rogo della baraccopoli di San Ferdinando del 27 gennaio, che è costato la vita ad una migrante nigeriana, Becky Moses, mentre altre due sue compagne di “casa” sono state ricoverate per ustioni a Polistena, non può stupire chi abbia visto con i suoi occhi quell’agglomerato di tetti di plastica issati su cartoni che era da anni la residenza di almeno un migliaio di Africani, braccianti agricoli stagionali.

 

 

 

 

In poche ore, dopo il disastro, il Dipartimento della Protezione Civile regionale ha allestito una tensostruttura e distribuito cinquecentocinquanta brandine da campo, oltre ad una cucina capace di molte centinaia di pasti al giorno. Non lo si poteva fare prima? Non si conosce, né mai presumo si conoscerà, la natura dell’incendio che potrebbe essere colposa o dolosa. In quel territorio, fuori dal controllo dello Stato, vivono a strettissimo contatto tra loro e nelle condizioni più miserabili che si possano immaginare uomini e donne provenienti da diverse parti del continente nero, non sempre fra di loro in rapporto di stretta fratellanza. Nella miseria e nel degrado non sono una novità le lotte per il controllo della prostituzione o per la preminente posizione di caporale nel reclutamento delle braccia necessarie all’economia agricola della Piana. Per non mancare lo sfruttamento di una delle ultime risorse disponibili, gli agrumi, da molti anni, ormai, sfruttiamo il lavoro di disperati che sono disponibili ad una giornata intera di fatica per venti euro, rigorosamente in nero come la loro pelle. È risaputo che l’agrumicoltura in Italia non potrebbe reggere la concorrenza internazionale senza il sussidio pubblico che sino a qualche anno fa veniva erogato dalla Comunità Europea senza troppi controlli, finché non venne alla luce lo scandalo delle “arance di carta”. Dal 2008 il contributo europeo è divenuto forfettario, millecinquecento euro per ettaro di agrumeto, indipendentemente dalla sua produzione. Troppo poco, dicono, ed è perciò cresciuta la richiesta di manodopera da sfruttare perché con quella regolare i conti non tornano più. Preso atto dell’insufficienza del sostegno comunitario, si finge di non vedere e di non sapere che quella moltitudine di disperati lavora e vive in condizioni inaccettabili pur di non spegnere una delle ultime economie del territorio. L’Italia e l’Europa vogliono davvero che l’agrumicoltura calabrese non muoia? È allora necessario che, con il dovuto rigore, siano assicurati quegli incentivi che consentano ai produttori di essere remunerati senza infierire sugli ultimi del pianeta, oppure si decida la fine di questo settore economico. Quel che certo non è più tollerabile è l’ipocrisia con la quale da Bruxelles e da Roma si osservano le vicende di San Ferdinando e della Piana come se si trattasse di un fatto transitorio, per di più di marginalità mediterranea. Una modesta proposta con speranza (assai scarsa) che possa venire raccolta da chi può farla avanzare: gli incentivi non siano più determinati in base alle arance raccolte o agli ettari coltivati ma in base al numero di braccianti agricoli regolarmente assunti. A conti fatti l’incentivo per far emergere dal lavoro nero e dalla miseria qualche migliaio di lavoratori agricoli può ben superare il costo della manodopera assunta, con qualche ulteriore beneficio economico per il datore di lavoro, restando confinato nelle poche decine di milioni di euro l’anno.

(da Azione Metropolitana gennaio 2018)

Ultimo aggiornamento Domenica 25 Febbraio 2018 15:36  

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