Lo Sbavaglio

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Lo chiamano "taggare"...

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Ammetto di esserne rimasto affascinato. Con l’abitudine al pubblico che gli deriva dal suo mestiere, con il suo modo di porsi improntato ad un understatement del tutto torinese, il prof. Cristiano Antonelli (Economia dell’Innovazione, Università di Torino) ha puntato il dito verso la Luna, e ce ne ha indicato valli, crateri e mari; a noi che fino a poco prima vedevamo tronchi d’albero perdendo di vista le foreste del pensiero originale. Con piacere quindi come prima cosa  indico il contributo che tanto mi è piaciuto: il video dell’intervento è a questo indirizzo, insieme a quello degli altri relatori (ovviamente cliccate dalle parti di Cristiano Antonelli).

csi logo conferenzaL’occasione è stata la molto subalpina conferenza sull’archivio digitalizzato della Stampa (A Prova di Futuro giornali, libri e archivi 3.0) del primo dicembre[1], durante la quale distinti relatrici e relatori (simil-Fornero, per capirci), ci hanno intrattenuto sui risultati di un enorme lavoro che ha spostato sul web tutto quanto prodotto nel tempo dal locale quotidiano[2], facendoci meditare su i nuovi problemi posti dal web applicato alla conservazione delle grandi moli di dati. Ad esempio, è stato posto, a tradimento e addirittura prima del coffee break!, l’inquietante e inedito quesito: “supponiamo che la signorina tal-dei-tali abbia subito violenza alcuni decenni fa; è giusto che la sua nipotina, oggi, ne venga a conoscenza accedendo, tra una botta di Facebook e una di Twitter, all’archivio digitalizzato della Stampa ove tale notizia appare in un articolo di prima della guerra?”; insomma, esiste un “diritto all’oblio”, una volta garantito dalla normale obsolescenza delle umane menti e dalla ferrea gabbia delle convenzioni sociali, ma ora fieramente minacciato dall’inesorabile memoria del silicio e dal diritto universale di accesso al web? E in effetti già questo è un pensiero, uno tra mille altri, per il quale indubbiamente varrebbe  la pena di considerare la rifondazione di una nuova etica della comunicazione.

Ma torniamo al punto dopo tanto divagare: il prof. parla degli effetti economici dell’innovazione, in particolare di quella con la “I” maiuscola: Internet obviously. E dell’associato paradigma della Società della Conoscenza, che produce un nuovo tipo di impalpabile merce: i servizi (appunto chiamati beni intangibili nei salotti buoni). E infine del da tutti  menzionato PIL (tutto maiuscolo e senza la “u” finale), e del relativo, famoso e famigerato rapporto deficit / PIL che tanto occupa i media di questi giorni e tinge di ansia i nostri pensieri.

Il teatro ove si rappresenta la scena è il mondo globalizzato, scenario in cui la tradizionale produzione manifatturiera delle merci fisiche è ormai monopolio di chi paga i lavoratori un decimo dei nostri (la China è vicina) negando quindi a noi in merito ogni opportunità, ma lasciandoci – ancora per poco -  la risorsa della produzione dell’intangibile, in risposta ad una vigorosa domanda di servizi alimentata dal livello e dalla struttura del reddito delle fasce di popolazione più abbienti.

Dice il prof.: ognuno può ben immaginare come la densità di capitale tipica della società della conoscenza sia di molto inferiore a quella caratterizzante la produzione manifatturiera. Prendiamo la produzione di acciaio, o di petrolio (che so: Taranto, Priolo). Girando in tali siti si incontrano rare presenze umane al servizio di enormi, rumorosi, puzzolenti e costosissimi impianti installati in infernali contesti fatti da sterminati capannoni industriali; dati i costi esagerati di tali putiferi, supponendo che ciascuno di essi produca impiego per un migliaio di persone, si può facilmente arrivare ad un’intensità di capitale (capitale fisso corrispondente all’intera enorme baracca / numero di teste) di  una decina di milioni di euro per posto di lavoro, per produrre salari medi intorno ai 25.000 euro annui. Supponendo che il tasso di contribuzione  del capitale fisso al valore aggiunto associato al singolo lavoratore sia del 10% (un milione), si ha una generazione di valore aggiunto pro-capite quasi totalmente dominata dal capitale fisso: appunto di circa un milione all’anno (dato che i 25.000 risultano marginali). Al costo di enormi quantità di gas serra buttati nell’atmosfera, decine di chilometri di coste devastate, produzione indiscriminata di rifiuti tossici, lavori usuranti , malattie professionali e pessima qualità della vita con stipendi a mala pena sufficienti a garantire i bisogni primari.

Prendiamo ora un lavoratore della società della conoscenza: intanto appartiene ad una classe di persone che vanta un reddito molto più alto di quello medio del manifatturiero: diciamo 100.000 euro annui, invece di 25.000: differenza giustificata da un elevato grado di scolarizzazione e specializzazione, tutta roba difficile da trovare, specie in una Italia convinta di aver realizzato, come massima conquista del secolo, il tunnel pro-neutrini tra Ginevra e il Gran Sasso: e che quindi (il lavoratore della conoscenza, non il Gran Sasso) manda i figli a scuola, va in vacanza, va in palestra, va a teatro e al concerto, gioca a tennis in sofisticati club in collina, magari anche a golf, fa lo spocchioso intellettuale di sinistra, ciondola in via Lagrange[3] a fare shopping e alimenta una vigorosa domanda di intangibile. Insomma questo lavoratore è molto più felice del lavoratore manifatturiero.  Se la gode molto di più.

Ora, per produrre valore il lavoratore della conoscenza usa un tavolino e una sedia, un computer, una stampante multifunzione con relative cartucce di inchiostro, un po’ di banda Internet, un po’ di corrente elettrica e poco altro. E magari lo fa da casa sua. Inquinando pochissimo. Densità di capitale fisso? Diciamo 100.000 euro, che contribuiscono marginalmente al valore aggiunto, forse per 3 o 4 mila euro in tutto. Questa volta dunque il valore aggiunto è rappresentato quasi totalmente dal lavoro: trascurando l’apporto del capitale fisso, risulta molto vicino ai famosi 100.000 del reddito del fortunato lavoratore.

Conclusione? Il valore aggiunto prodotto da un lavoratore della conoscenza è un decimo di quello prodotto da un lavoratore manifatturiero. Ergo, considerando il PIL come sommatoria di tutti i valori aggiunti generati da tutti gli agenti economici, si giunge alla conclusione che, nella società della conoscenza in un mondo globalizzato e in un mercato caratterizzato da una significativa domanda di servizi:

il PIL non può che inevitabilmente crollare

ma la felicità è destinata ad aumentare

quindi il crollo del PIL va annunciato con gioia

A noi questo annuncio suona un po’ come quando da adolescenti leggendo Wihelm Reich abbiamo finalmente capito che tutta la storia del sesso e del peccato era un infernale trappola con cui chiesa, società e parentame vario cercava di tenere sotto controllo noi allora esuberante gioventù avida di sesso, droga e rock and roll (si fa per dire). O come quando, più modestamente, ci siamo ribellati alla mamma rifiutando finalmente punzecchiose magliette alla pelle o lanciandoci in tenebrosi bagni notturni sulle coste delle nostre vacanze alla luce di falò accesi sulla spiaggia: veramente una novella di liberazione, una folgore nel clima bigio e soffocante di questo tristo periodo, dominato dalla dittatura del PIL. Esso PIL  stella polare per politiche economiche, educative e sociali che invece di accelerare, novella Pasqua, il passaggio del mar Rosso verso la terra promessa della società della conoscenza, tentano in ogni modo, disperatamente, di rallentarlo. Combattono, le politiche, battaglie di retroguardia basate su maquillage fiscali tipici del tangibile, epperciò per noi inefficacissime in un contesto mondiale di tipo cinese.

Consideriamo infine il sacro di questi tempi europeo feticcio: il mitico rapporto deficit / PIL, ultima merkelliana diga al crollo dell’euro. Gli è, ahimè, che mentre il denominatore del fottuto rapporto non può che diminuire, come sopra ricordato, compresso della transizione verso la società della conoscenza, il numeratore non può che aumentare  a causa dei costi necessari ad assorbirne e a gestirne gli impatti sociali. Quindi:

il rapporto deficit / PIL in futuro non può che peggiorare

e anche questa è una buona notizia

ovviamente avendo i soldini necessari a finanziare il passaggio verso la società della conoscenza il più rapido possibile, fottendocene del maledetto rapporto. E questo comunque, soldi o non soldi, rappresenta il miglior investimento che oggi si possa fare: investire nell’educazione e nell’innovazione, in politiche ambientali stimolatrici di idee e di nuova tecnologia, in banda e comunicazione; invece sembra che noi si faccia di tutto per favorire e incrementare coste devastate e fumosi distretti industriali, malattie professionali e inquinamento, e il vivere nel dolore e nella fatica, quasi sacerdoti di quella retorica del sacrificio che ci attanaglia dalla fine del paganesimo. Salvando però la rispettabilità borghese dell’apparenza prima di tutto. Il PIL come il borghese salotto buono: le  poltroncine e i divani chippendale protetti da bianchi lenzuoli su lucidi parquet da percorrere rigorosamente con le pattine ai piedi. Riservati per gli incontri importanti: il parroco in benedizione pasquale, la signora del capufficio in visita di cortesia, in cui sfoggiare il proprio mediocre benessere (nel salotto, non nella signora).

Fin qui il prof., il cui pensiero spero di aver riportato fedelmente, anche se condito di qualche svolazzo da parte mia. Io però mi sentirei di aggiungere sommessamente qualche altra mia considerazione: il tempo purtroppo sta scadendo, per la semplice e banale ragione che il cervello  pare essere prerogativa di tutti gli umani  e non dei soli lombardi, per quanto la Lega possa pensare il contrario: la nicchia ecologica della produzione della conoscenza sarà quindi quanto prima darwinianamente occupata da altri, se già non lo è, come sembrerebbe guardando alla Rete in cui la partecipazione italiana appare trascurabile. E allora non ci resterà che quello che altri, più veloci di noi, della società della conoscenza, ci lasceranno: magari un po’ di crowdsourcing (in cui mi sono imbattuto come lavoratore della conoscenza in rapida obsolescenza: date un occhiata al “turco meccanico”!): estremo limite del sottopagato e della parcellizzazione produttiva, con esseri umani schiavi al servizio di computer per compiti che questi ultimi non riescono (ancora) a fare, nell’ambito di attività pomposamente chiamate “human computation”. Il computer non riesce (per adesso) a distinguere bene l’immagine di una pera da quella di una mela nei processi interni dei motori di ricerca dei grandi monopoli informativi? Bene, ci penseranno i nostri figli e nipoti, 16 ore al giorno, incatenati ad una tastiera, geneticamente modificati con la mano destra a forma di mouse e il culo a forma di sedia, a cliccare in continuazione per pochi centesimi di euro su migliaia di immagini: pera, pera, mela, pera, mela, mela, mela, pera……banana! Cavolo! Lo chiamano “taggare”…

 

 

 


[1] L’atmosfera generale malinconicamente permeata dalla consapevolezza di essere ancora una volta i primi a fare qualcosa di furbo (già allora e il cinema e la TV e la lampadina e l’automobile, parla pa’!), qualcosa che poi  verrà inesorabilmente scippato da volgarissimi cugini milanesi e da romani caciaroni: ma noi, si sa, si è troppo signori per preoccuparcene più di tanto!

 

[2] una volta nomato anche “La Tampa” – piemontese per “buca”, “magra” o ancora “gaffe” in senso figurato -  o ancora, ai tempi d’oro del proletariato Fiat e degli scontri di corso Traiano - “la busiarda

[3] via Langrange è un nostro vanto: Torino è diventata città bellissima con il tramonto del manifatturiero – appunto – e via Lagrange, con i tavolini dei bar all’aperto (clima consentendo) che sostituiscono gli sferraglianti tram di una volta recanti alla bollatrice in mattinate nebbiose masse di operai con i loro baracchini, e con le sue boutique di cioccolato popolati da commessi dall’erre moscia che ti guardano male se chiedi gianduiotti al cioccolato fondente alludendo sottilmente a qualche tua inconfessabile forma di perversione, ne è diventata l’emblema. E Chiamparino il suo profeta.

Ultimo aggiornamento Sabato 17 Dicembre 2011 15:18  

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