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Sul Nord Africa

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Cari amici e amiche,
continuando nella serie delle lettere, vi mando due nuovi scritti uno della mia amica Patricia Quezada e uno mio, entrambe riflessioni sull’ultima puntata di Annozero. Visti i limiti di stampa e telegiornali, per tenersi aggiornati sugli sviluppi in Nord Africa, se non li avete già vi incollo l’indirizzo di Global Voices Italia,  una rete internazionale di blogger che informano, traducono, e sostengono i citizen media e i blog di ogni parte del mondo it.globalvoicesonline.org e anche quello del sito di Africa news www.africanews.it .
 
abrazos
 
pina

Ologramma Italia: benvenuti ragazzi libici ad Annozero!

 

Questa è una lettera di scuse a voi  Ali, Tareg e Bilab,

3 ragazzi libici senza cognome, intervistati da Giulia Innocenzi , che credendo di poter in qualche modo invogliare gli italiani ad agire per mettere fine al massacro che si sta consumando nel  vostro paese a opera di Gheddafi e dei suoi mercenari siete andati da Santoro, ad Annozero, trasmissione di  risaputo impegno, certamente convinti che avrebbe fatto di tutto per darvi la parola, nonostante i vari limiti imposti dalla RAI.

Anche se i nostri colossei  e i nostri teatri l’impero romano li ha esportati in tutte le terre lambite dal mediterraneo, compresa la vostra, pensavate che fossero passati i tempi degli intrattenimenti circensi, dei gladiatori, e che i media democratici potessero accogliere con serietà le istanze di un popolo che lotta per liberarsi di una dittatura, come hanno fatto nelle settimane scorse alcuni paesi limitrofi. Vi illudevate cioè che, avendovi invitato e utilizzato nell’anteprima i filmati delle vostre manifestazioni davanti all’Ambasciata libica a Roma, magari poteste essere invitati come reali interlocutori, con pari dignità degli altri.

 Per la verità non avendo televisore non avevo seguito il programma giovedì, ma stamattina una mia amica argentina, che proviene da un paese un tantino più ancorato al reale, forse per le esperienze più recenti di lotta contro la dittatura, mi ha chiamato esortandomi a riguardare la puntata  di questa settimana, perché era rimasta indignata per la poca considerazione data a voi ragazzi libici, da come quello che si poteva supporre essere una programma dedicato a voi si era invece arrivati alla marginalizzazione del vostro discorso. Così, prima di scrivere ho dato uno sguardo in Internet per vedere se qualcun altro avesse sollevato delle obiezioni  a come si era svolta quella serata e ho trovato diversi post in diverse pagine di Facebook in cui si esprimeva disappunto per il fatto che ai ragazzi libici non era stato dato tempo per esprimersi (su un programma di 2 ore 5 minuti scarsi). Si diceva che era stata una “brutta” puntata.

Nel corso della puntata,  a più riprese, tutti e tre ci avete rimproverato “Dov’è la vostra umanità?, Perché tutti parlate di petrolio e di economia, ma non del sangue che scorre nelle strade di Tripoli?” Per arrivare a una risposta bisognerebbe un discorso molto ampio, che riguarda non solo gli assetti economici e istituzionali, ma anche che cosa è successo ai media, pure di “sinistra”, e più profondamente capire chi viene riconosciuto come esperto, che tipo di conoscenza viene accettata come legittima. Bisognerebbe anche richiamare l’amnesia storica, per cui il fatto che la Libia sia stata colonizzata dall’Italia, che vi sia stata una valente resistenza del popolo libico contro l’occupazione non fa più parte della coscienza dell’italiano medio.  Forse è per tutti questi motivi che  le sollevazioni del Nord Africa e Medio Oriente hanno colto l”Occidente” di sorpresa, non solo gli osservatori conservatori, ma persino i progressisti che facevano parte del World Social Forum, insomma gli esperti come categoria non le avevano messe in conto, si occupavano di altro. Forse una riflessione su questo avrebbe dovuto sollecitare Santoro e gli altri ad assegnare un peso diverso ai suoi “informers”, magari invece di 5 minuti riservare almeno metà della trasmissione a questa generazione di giovani del Nord Africa che sono i protagonisti di queste sollevazioni.  Invece ci è toccato sorbirci,come al solito, La Russa, Casini, Fini, Rampini e Lutwak, con il loro linguaggio denso di eurocentrismo, che non è stato adeguatamente contrastato da Santoro o da altri.

Forse vale la pena ricostruire un po’ la puntata per capire meglio le dinamiche. Per chi non è abituato  a seguire Annozero, la suddivisione dei luoghi deputati è abbastanza chiara; in uno studio televisivo circolare,  iper tecnologico e postmoderno (intonato alle caratteristiche della nostra repubblica), la fossa dei leoni si trova naturalmente in basso dove siedono gi ospiti d’onore,  assisi  su strane, scomode sedili che sembrano oscillare tra proiezioni astrali, poltrone di una navicella spaziale e appunto quelle specie di sgabelli su cui siedono i leoni del circo in procinto di essere domati. Sono  disposti in due settori, destra e sinistra, a mo’ di parlamentino ottocentesco, e in mezzo lui, Santoro, con piglio severo da domatore d leoni, che dà la parola, manda avanti i filmati, guida il nostro sguardo di telespettatori verso una specie di grande tavolo-schermo orizzontale su cui vengono proiettate le immagini. Sopra questa fossa si trova una specie di ringhiera circolare (si potrebbe pensare per proteggere gli astanti dalle belve feroci che si aggirano di sotto) e attorno a questa specie di barriera si collocano gli interlocutori di secondo piano, spesso  giovani e spesso sotto la tutela di giovani giornaliste… Dietro di loro il pubblico e sopra il pubblico uno schermo circolare su cui vengono proiettate continuamente immagini ( a volte inquietanti, come lo sguardo di Berlusconi riprodotto ad infinitum).

La dislocazione delle forze nella puntata intitolata “Non disturbare” era la seguente: a destra l’assiduo ospite dalla maschia presenza, cioè il  ministro della difesa italiana Ignazio La Russa,  nello stesso settore, ma più defilata, quasi ad attutire l’impatto  della quantità di feromoni  maschili in circolo,  la giornalista Ilaria d’Amico (per l’intera serata ogni tanto la telecamera con modalità tipiche da cameraman italiano  dava una sbirciatina  all’immagine femminile, abbigliata rigorosamente di nero con tacchi a spillo, con pettinatura  un po’ futurista),  in mezzo Santoro, il Giornalista, indagatore cinico ma dotato anche di senso di umorismo, alla sua sinistra Marco Travaglio en pendant alla sua collega d’Amico anche lui un po’ defilato, emerge solo per leggere il suo pezzo sulla nuova Costituzione italiana di Berlusconi) e poi Pierferdinando Casini (che non si capisce bene cosa c’entri con la crisi di cui si discute). Appoggiati alla ringhiera di sopra, tre giovani libici, presentati con i nomi Ali, Tareg e Bilab residenti in Italia (con regolare permesso di soggiorno si intuisce) che hanno partecipato alle manifestazioni di Roma davanti all’ambasciata libica (la “baruffa” come viene definita da Santoro). Il loro disagio, il loro essere poco avvezzi a ceroni e studi televisivi, è palese come pure  chiara è la loro frenesia, la loro ansia di comunicare al pubblico italiano l’urgenza di fermare i massacri nonostante le difficoltà causate dall’emozione e da una non perfetta conoscenza dell’italiano.  Sul tavolo- schermo orizzontale si susseguivano le riprese con gli esperti, giornalisti e politici cioè Fini, Rampini e Lutwak.  Eccezione a questa galleria di vecchi, l’intervista a pieno titolo, con traduzione simultanea,  di Eva Giovannini  che dialoga con Hassan Al Djhami, blogger libico fuoriuscito che abita in Svizzera e che attraverso la sua pagina di  facebook ha notevolmente contribuito alla mobilitazione della giornata della collera. Ma forse ci sta perché lo considerano una persona dei media, in pratica un loro collega. Riprendendo la metafora futurista proposta dal design dello studio, nella suddivisione spaziale tra alto e basso si potrebbe azzardare una dicotomia: giù nella fossa, gli ologrammi italiani, dall’apparenza reale ma in verità intangibili, proiezioni di un vecchio ordine mondiale che si basa sul niente. Se, pure guidato dalle migliori intenzioni,  fatica  a capire il nuovo che avanza, di sopra invece la presenza corporea  poco televisibile ma reale (i fiumi di sangue che scorrono) dei 3 ragazzi, i cambiamenti che stanno avvenendo nel mondo e che sfuggono al controllo del vecchio ordine. Che questa metafora possano averla intuita anche i produttori dello spettacolo lo si  capisce quando spesso sullo schermo circolare in alto appaiono le immagini di giovani che avanzano (con iconografia che nell’immaginario suggerisce un Volpedo da Pelizza postmoderno ). La cosa potrebbe essere ancora più promettente, e c’è da augurarselo, quando si congiungeranno le immagini di giovani africani, mediorientali ed europei, e speriamo cinesi, che avanzano insieme.

Ritornando alla sostanza, nei quattro minuti e mezzo dell’intervista ai giovani libici il tema ricorrente è un rimprovero agli italiani, che avrebbero perso il senso di umanità e che invece di gridare se ne stanno zitti. Invece di parlare di economia e di petrolio questi giovani libici pretenderebbero che gli italiani parlassero di vite umane.  Santoro sembra prendere atto di questa loro richiesta, ma poi in realtà il programma segue la deriva verso la questione securitaria, le responsabilità dell’alleanza con Gheddafi, se è da attribuire a destra o a sinistra, la necessità o meno dell’intervento dell’Unione Europea, la capacità dell’attuale governo di gestire la crisi (con il divertente intervento dello statista  Casini che sottolinea come nonostante la poca attendibilità del capo del governo, il sistema italiano sia “incardinato nell’Occidente” quindi  tout court affidabile, seguito dall’ancora più divertente affermazione di Lutwak, che tutto è  a posto perché il ministro degli esteri americano parla a quello italiano,  il segretario di stato americano  parla al ministro degli interni e sono tutte persone degne).  A questo punto, da intellettuale illuminato, Santoro si chiede se l’Italia possa svolgere un ruolo di “ponte democratico” per queste popolazioni poco avvezze alla democrazia. Oh ,come avrei voluto che nello studio a testimoniare sulla bontà di tale proposta invece di Casini ci fosse stata Igiaba Scego, giovane e accorta scrittrice  e giornalista italiana di origini somale. Questa rappresentante della  “next generation”  è nata appunto da una famiglia somala, in cui il padre da giovane era stato mandato dal  governo del suo stato, che aveva appena ottenuto l’indipendenza ed era  ancora sotto protezione fiduciaria dell’Italia, a svolgere un apprendistato di democrazia in Italia nei primi anni 60 (immaginarsi le lezioni di democrazia ricevute dalla democrazia cristiana del dopo legge-truffa). Il padre era poi rientrato in Somalia per praticare “la democrazia” e dopo alcuni anni di applicazione di tali lezioni si vide costretto  a fuggire durante il periodo di Siad Barre. Visti i maestri, e vista la pagella storica, sembrerebbe che con questi esperimenti bisognerebbe andarci un po’ cauti. Di parere diverso, comunque i vari politici interpellati.  Poi, quasi seguendo la scia della discutibile affidabilità dello stato italiano si arriva alla domanda clou, cioè “E dopo?”  Chiamati a intervenire, a questo punto i ragazzi si difendono come possono, si sentono le parole “siamo gente civile, rispettabili, la nostra non è una guerra civile ma tra Gheddafi e il popolo”.  Qui ci sarebbe voluto l’intervento dell’interprete per poter riportare in maniera eloquente le loro argomentazioni,  altrimenti l’inferiorità nella padronanza degli strumenti linguistici italiani viene interpretata come inferiorità di pensiero, specialmente in un paese abituato ad usare la lingua a mo’ di randello. Se il pubblico italiano fosse stato messo nelle condizioni di ascoltare le parole d’ordine che risuonano nelle piazze del Nord Africa e del Medio Oriente, lungi dal gongolare su una sua presunta superiore capacità di governo democratico (su cui oggi più che mai bisognerebbe stendere un velo pietoso) potrebbe essere costretto a riflettere su stesso.

Ritornando alla mia lettera di scuse a voi, ragazzi libici, avrei voluto che vi fosse stato dato spazio per illustrare alcuni concetti emersi nelle settimane di questo inverno di piazze. Nel suo saggio, La Dignità Araba, ripreso ampiamente nella stampa ed in internet, il sociologo Adel Jabbar individua le seguenti parole d’ordine come quelle che esprimono le aspirazioni di gran parte del movimento che va dalla Mauritania allo Yemen, ognuno con accezioni un po’diverse, coniugate alla realtà di ciascun paese: libertà, dignità,  democrazia, no al dispotismo (Istibdad),  no alla corruzione (Fasad), protesta (al-tadhahurat) insurrezione (al-wathba), sollevazione (intifada), rivoluzione (al-thawra) ,primavera di rinascimento (nahdha), volontà di riscatto oltre che  di rinnovamento (tajdid), nuovo e necessario risveglio (sahawa). La puntata di Annozero avrebbe preso una piega decisamente diversa e sicuramente più poetica se si fosse data la possibilità a queste parole e concetti di emergere. Oltre a valutare se appoggiare o meno queste sollevazioni, voi ragazzi forse ci avreste spronati a riflettere sull’opportunità o meno di cominciare ad espandere la nostra conoscenza dell’arabo e magari adoperare quelle parole d’ordine nelle nostre manifestazioni. Non a caso, nel mondo del liberismo globalizzato in crisi, anche le nostre rivendicazioni in Italia  si imperniano su temi comuni, come testimoniato dal messaggio di solidarietà inviato dal sindacalista egiziano Kamal Abbas, coordinatore generale dei sindacati indipendenti  CTUWS, ai sindacati del Wisconsin attualmente sotto duro attacco da parte del governatore e che si può trovare nel sito di Michael Moore  www.michaelmoore.com/words/must-read/statement-kamal-abbas .

Speriamo, ragazzi che nel corso delle varie svolte e dei vari stadi di cambiamento che il vostro paese indubbiamente attraverserà, anche i media italiani, stimolati dal pubblico e dietro loro richiesta,  riusciranno a dimostrare una maggiore maturità e disponibilità ad ascoltare le voci dalle piazze, in diretta, senza il megafono degli esperti e dei politici,semplicemente  perché hanno un valore in sé, non solo in funzione di una presunta “sicurezza” italiana.

 

Pina Piccolo, 27 febbraio 2011

 

 

Cosa succederebbe se?

 

Il nord-Africa trema, la collera dei popoli abbatte muri, statue e dittatori. Non è più tempo dei re. Qualcuno dice, gli inizi di secolo sono stati caratterizzati da cruente guerre. Possiamo dire che la grande massa di giovani che si riversarono sulle strade e travolsero le piazze, lo fecero perché non sopportavano l'idea di vivere un intero secolo nelle stesse condizioni d'oppressione e sottomissione dei loro genitori.

 Attraverso gli interstizi di quella logora struttura di rancore, odio, paure, fondamentalismi, ignoranza e corruzione che avevano pazientemente tessuto i tiranni si è intrufolato con forza inaudita la conoscenza, la tecnologia, il sapere che porta alla consapevolezza di sé, del proprio essere individuale, legittimo diritto a una vita degna e libera. Una vita per la quale vale la pena morire. E così fecero. I “rivoltosi” decisero che non c'era un'altra scelta, il giorno della furia doveva compiersi.

 Un paese dopo l'altro, in un lasso di tempo incredibilmente corto, si alzarono in piedi e scesero in piazza pacificamente con la compattezza e la compostezza d'un popolo con un’unica volontà.

C'era una situazione che però loro non avevano considerato e si presenta adesso, dopo le cadute di Ben Ali e di Mubarak, in simultanea con le rivolte nello Yemen, in Marocco, in Iran, nel bel mezzo del bagno di sangue della Libia. Non avevano considerato le conseguenze delle loro coraggiose rivolte, conseguenze che vanno più in là delle spiagge seminate di morti, dei bambini decapitati, dei morti nel deserto o nel fondo del mare, della furia pazza dei tiranni che chiamano “ratti” i sudditi e pianificano con gioia il loro annientamento. La peggiore delle conseguenze è la inappellabile accettazione che, malgrado le ipocrite dichiarazioni internazionali nei confronti del conflitto e di “come affrontare il dopo”, i nord-africani dovranno accettare come dato di fatto che sia loro sia tanti altri popoli in “via di sviluppo”, sono meno umani, o forse dotati di una percentuale minore di umanità che altri popoli. Umanità indiscussa invece per i fortunati individui che sono cittadini dei paesi che contano. Può sembrare sconvolgente questa affermazione ma come tutti potete vedere è questa l'unica spiegazione plausibile ai tanti atteggiamenti ambigui che hanno caratterizzato durante questi giorni le posizioni dei governi e delle persone del resto del mondo di fronte alla violenta risposta di Gheddafi alle manifestazioni pacifiche ma decise del popolo libico. Il “forse che sì, forse che no” che tappezza il salone dei cavalli, del castello del Duca di Mantova, si ripete negli attuali potenti, in bilico  nel momento di prendere una decisione nella quale c'entrano gli interessi economici e i principi umanitari. Davanti un'opinione pubblica assuefatta e pusillanime non è difficile immaginare la scelta. Il valore della vita umana è molto relativo, lo sanno bene le Compagnie Assicurative. Se non fosse così, come si spiega che non si sia alzata, come un solo uomo, la comunità internazionale a condannare con orrore la carneficina che si sta compiendo adesso in Libia. Ormai tristemente sappiamo della inconcepibile crudeltà del comportamento umano, ma continuiamo a ripeterci che siamo una società “civile”, e  una società “civile” dà  lo stesso valore a ogni vita umana, non potremmo mica tornare indietro alla seconda guerra mondiale, quando i tedeschi uccidevano dieci italiani per ogni tedesco morto, e i russi facevano lo stesso nei confronti dei polacchi, vero? Sarebbe mostruoso. É ovvio che gli essere umani si rivoltano davanti al massacro di altri esseri umani. Ma se al posto di diecimila libici fossero morti diecimila italiani in una settimana? O diecimila tedeschi o americani? Cosa sarebbe successo? Cosa succederebbe se fosse Parigi la città sotto assedio? Cosa succederebbe se al posto delle sdraio sulle spiagge di Rimini e Riccione, oggi ci  fossero file interminabili di tombe fresche di muratura, ogni una che accoglie il cadavere d'un giovane italiano che sognava la libertà. Cosa succederebbe?.

 

  Patricia Viviana Quezada,  Bologna, 27 di Febbraio 2011                                            

Ultimo aggiornamento Giovedì 10 Marzo 2011 09:06  

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