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Reti e gerarchie fluide

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Sono ancora sotto l’impressione dell’enorme successo della manifestazione di domenica “Se non ora, quando?”, per due buonissimi motivi, tra loro, anche se non sembra, collegati, e che mi consentono di riprendere un tema che già sollevai tempo fa e che, espresso male da parte mia per troppa passione, mi portò a qualche polemica con struttura provinciale di SeL di Torino (sullo sfondo il nostro direttorissimo che si affannava a far da paciere).

Il primo punto riguarda l’ormai evidente predominio delle reti sociali rispetto alle strutture di partito e di sindacato nel promuovere grandi manifestazioni. A livello mondiale, abbiamo come prova le recentissime rivoluzioni tunisina e egiziana. A livello nazionale, in poche settimane le reti sociali e le mailing list sono riuscite a calamitare il consenso di un milione di persone intorno a poche e sentite parole d’ordine, tra le quali quella relativa al concetto di “dignità”. Che partendo dai vizietti di grande capo Culo Flaccido e dalla concezione che egli ha della donna nel soddisfarli, si è estesa, nella manifestazione, ad altri aspetti quali  lavoro, scuola,  famiglia, etica, laicità, diritti personali oltre che, al rapporto tra sessi e diritto all’autorealizzazione sociale e sessuale.

Per sua definizione, una rete sociale è una forma di comunicazione multimediale e in tempo reale tra un gran numero di persone. E’ come avere uno stadio pieno di gente, finalmente in grado di esprimersi in modo ordinato nella formulazione di concetti collettivi che vadano al di là della semplice rappresentazione di “arbitro cornuto” e “viva la Gobba” (la Juventus N.d.A). Non sono sicurissimo che la maggior parte della gente riesca a cogliere fino in fondo le implicazioni di tutto ciò; funziona un po’ come il cervello, dove ogni neurone è capace di pochi ed elementari stati interni, ma dove l’orchestrazione di 100 miliardi di individui elementari (appunto i neuroni) genera il pensiero umano. Una delle caratteristiche infatti delle reti connesse in modo complesso è l’emergere di proprietà inattese, che non possono essere spiegate con i comportamenti elementari dei componenti, ma piuttosto in termini di interazione tra numerosi individui: il tutto è superiore alla semplice somma delle parti. Nel nostro caso, alla fine, è come se un superindividuo fosse nato in poche settimane, e avesse urlato in faccia all’inquilino di Arcore “levati dai piedi, perché ci siamo stufati di te”. Sto ovviamente esagerando un po’, ma sono fermamente convinto che nel prossimo futuro dell’umanità appariranno evoluzioni inattese che al momento non siamo in grado di immaginare (e del resto chi si immaginava Facebook qualche anno fa), grazie a quella Internet  che qualche esperto come Angelo Raffaele Meo del Politecnico di Torino non esita a definire come la più grande invenzione che l’umanità abbia mai fatto.

Una struttura a rete non è ovviamente gerarchica: come ho avuto occasione di scrivere altre volte, le strutture gerarchiche sono funzionali a situazioni in cui la capacità di comunicazione sono limitate, dato che la forma ad albero che è loro propria minimizza il numero di cammini necessari a mettere in comunicazione tutti gli individui del gruppo; la disponibilità attuale di banda di comunicazione la renderebbe quindi inutile; la gerarchia però, come più volte evidenziato nei commenti ai miei articoli su questo tema mirati a moderare i miei entusiasmi, rimane essenziale nei momenti di sintesi e quando si devono prendere rapidamente decisioni.

Credo quindi che la giusta soluzione consista in un armonico  utilizzo dei due tipi di struttura: rete e gerarchia. Mi sembra di poter dire che sono facilmente identificabili, nella dinamica di un gruppo di individui, due momenti: quello della formulazione del consenso, e quello delle azioni concrete conseguenza degli accordi raggiunti su temi comuni. La rete, grazie alla sua impressionante capacità di far dialogare tra loro in modo ordinato milioni di individui, consente la rapida formulazione del consenso tramite la guida di gerarchie coordinanti i temi del dibattito; tutto ciò si manifesta assai bene nelle reti sociali e nei wiki (pensate a Wikipedia), guidati da moderatori, esperti dei vari temi, in grado di far scorrere in modo ordinato il flusso dei contributi. L’azione poi è anch’essa guidata da gerarchie che riversano negli eventi collettivi e politici della vita reale le sintesi raggiunte attraverso il dibattito. Vorrei far notare come l’esistenza della gerarchia sia, nei due casi esposti, funzionale e limitata agli scopi che essa deve raggiungere: formulazione del consenso e conseguente azione politica. Cambiati i temi del consenso, esaurita la necessità dell’azione, la gerarchia può immergersi di nuovo per annullarsi nel caos creativo della rete, da cui, spontaneamente e magari in modo inatteso, per altri temi ed eventi altre gerarchie sorgeranno. Vorrei chiamare questo tipo di gerarchia “fluida”.

Questa è la principale differenza con la forma partito tradizionale: in questa, le gerarchie sono espresse a priori come forma portante del partito; prima nascono – con grande fatica e acerrime lotte interne - le gerarchie, poi, in un certo modo, queste se ne vanno alla ricerca dei problemi da risolvere per giustificare la propria esistenza: il punto è che a noi non interessa che le gerarchie sopravvivano a tutti i costi nel tempo (a meno di farne parte e di ricavarne un vantaggio), ma piuttosto vorremmo che fossero risolti i problemi; in altre parole, le gerarchie devono essere strumenti per risolvere problemi, e non i problemi giustificazione all’esistenza delle gerarchie.  

Forti ora del concetto di gerarchia fluida da me così brillantemente introdotto nelle righe precedenti (scherzo…) veniamo al secondo dei punti preannunciati: le donne; le grandiose manifestazioni di domenica 13 febbraio sono state ideate, coordinate ed eseguite dalle nostre compagne in un modo tale da conquistare per sempre la nostra gratitudine. Per me è come se attraverso la libertà e la dinamicità della rete e delle gerarchie fluide esse fossero finalmente riuscite ad emergere da tutte le pastoie della nostra maschilista società fondata su gerarchie rigide. E lo hanno fatto in modo tale da dar, sempre a parer mio, chiara dimostrazione delle enormi loro potenzialità, tali da far nascere il me più di un sospetto che esse siano – forse a causa della loro missione biologica – ben superiori a noi maschietti; e del resto chi ha esperienza aziendale sa che non c’è nulla di più manageriale, per capacità di prendere decisioni, di organizzare il tempo e le risorse, di condurre più compiti in parallelo, della vita quotidiana delle nostre meravigliose compagne.

 

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