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Stare insieme

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Lo stare insieme pone dei problemi che debbono essere risolti, a cominciare da quelli materiali. Ma come questi non sono puramente tali, ma fanno parte della relazione sociale e come tali debbono essere impostati e risolti, così tutti i problemi che nascono dalla compresenza non possono evitare il vaglio del giudizio e della scelta, poiché questo è il modo umano di rapportarsi alle cose. Un modo riflesso, mediato dall’intelligenza e dalla volontà, e non direttamente guidato dall’istinto che è la versione animale dell’attrazione naturale fra le cose.

 

 

Questa mediazione richiede una cura che è appunto l’attività culturale. Essa è ‘naturale’ per l’uomo, è una sorta di istinto immediato che sorge dall’esperienza elementare della percezione di sé come essere razionale; di modo che il giudizio e la scelta non sono un lusso privilegiato di quegli uomini, pochi o tanti, che si sono riscattati dalla propria animalità, ma sono il modo stesso specifico dell’animalità che è la condizione dell’uomo. Per questo il rapporto tra gli uomini passa attraverso una comunicazione che si avvale certamente di mezzi di ben più ampia portata delle misure della singola corporeità: ma queste protesi debbono pur sempre fare riferimento a quel corpo che ne percepisce la ‘proprietà’, l’appartenenza che ne fa strumenti dell’attività umana, e non mondo talmente oggettivo ed auto-organizzato da risolversi nella propria autoreferenzialità. Nei confronti di un mondo siffatto gli uomini sono essi piuttosto strumenti di realizzazione, e si capisce come essa possa richiedere il sacrificio di corpi ed anime, ridotti a ‘strumenti vocali’ come il buon Catone chiamava gli schiavi. Vocali certamente poiché tutto quel mondo ha origine nella parola creativa dell’uomo; ma si tratta di una voce che ha ben poco a che fare con il diritto di parlare nel capitolo.
Quello che importa è il concerto, dove fiati, archi e percussioni non possono più essere percepiti nella loro singolarità isolata, anzi non debbono, pena lo stridore e il disequilibrio del tutto, la sua disarmonia. Ma la particolare riscoperta moderna del valore dell’individualità non nega il valore del concerto come opera collettiva, ma sottolinea il raggiungimento di questo risultato attraverso l’attività di concertazione (altra parola a rischio!) che permette poi di cogliere il contributo personale di ogni singolo componente dell’orchestra, personalizzando l’insieme grazie alla composizione delle caratteristiche di ciascuno. E’ anche vero che il mondo moderno ha inventato l’attribuzione all’umanità come virtuale realtà collettiva, e quindi simbolicamente ma in verità apparentemente, delle opere che qualche grande, qualche persona eccezionale, eroe, scienziato, creatore di nuove realtà compie (ecco che cosa sa fare l’uomo!): e questo permette una mitizzazione alienante grazie a cui, identificandosi con l’esemplare, il singolo ‘normale’ si spoglia della sua vera, modesta o meno, personalità e si investe, per trasposizione, una sorta di transfert, di quella del suo eroe. Così si forma l’uomo massa, lo spettatore, il fan, il supporter, il sostenitore appunto anche fanatico. Ma proprio per questo si tratta, con ogni evidenza, di liberare l’individuo da tali suggestioni, restituendogli autonomia di giudizio e di scelta, che sono le condizioni autentiche della sua realtà di uomo. Bisogna rivedere dunque il rapporto fra tre concetti: umanità come idea che definisce la condizione strutturale di ciascun uomo e lo fa appartenere all’umanità, che è appunto l’insieme degli uomini, e infine l’umanità come ideale che rappresenta l’ambito dinamico dello sviluppo dell’uomo, l’utopia che fa camminare ciascuno nella direzione del proprio perfezionamento.
E’ a questo livello di discussione e perciò di elaborazione dialogica, che la partecipazione oggi si deve qualificare, producendo una serie di convinzioni forti, a cominciare da quella del proprio valore come condizione attiva del proprio rapporto tra individualità e relazionalità di ciascun uomo, convinzioni capaci di espungere come contraddittorie tutte le versioni aggressive (la guerra infinita) di quei valori (la giustizia infinita!) che richiedono invece, per realizzarsi universalmente, una osmosi paziente, rispettosa e aperta ad ogni interpretazione dialogicamente compatibile. Questa contraddizione è patente nella pretesa di tutte le guerre di essere difensive e dunque nella ricerca attiva previa di un nemico, tanto più utile se inventato e quindi con i colori estremi di ogni invenzione. Altro è la resistenza, che discrimina però le proprie azioni secondo i gradi di effettiva incolloquiabilità dell’aggressore. Aggressione e resistenza si distinguono proprio per l’indiscriminatezza delle azioni aggressive, che oggi sono sempre più tali per l’enorme sviluppo dei mezzi di distruzione, appunto detti di massa perché non permettono di distinguere ‘nel mucchio’.

Ultimo aggiornamento Martedì 30 Novembre 2010 09:06  

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