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Di programmi televisivi e società civile

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Devo premettere che ho staccato la spina della televisione quasi 3 anni fa, principalmente perché ritenevo che fosse un grosso pericolo per mia figlia che all’epoca aveva 12 anni ed era fortemente impressionabile.

Non mi sono affatto pentita e le cose che mi interessano riesco a vederle in Internet il giorno dopo.

Pur non facendo parte della “comunità televisiva” una cosa mi stupisce e mi sta portando  a riflettere come forse siamo scesi ancora più in basso sulla china della delega che ci stiamo abituando a dare  della nostra azione di società civile a programmi televisivi  che ci “rappresentano”.

 

 

Vi ricordate il programma di Celentano RockPolitick del 2005 che sembrò incarnare il desiderio degli italiani di ribellarsi a quel terzo “mandato”  di Esso, come a un certo punto diventarono di uso quotidiano frasi come, “….. è rock”  e “…. non è rock”? Sul grande schermo Moretti ci regalò “Il Caimano” e quello divenne un modo di dire che ormai si è integrato nel lessico quotidiano.  Quella incarnazione del governo B cadde, ma si trattò di un fenomeno passeggero,  e venne pure a diradarsi l’usanza della locuzione  “è rock”. Seguì il governo Prodi al quale seguì sapete chi.

 

E rieccoci cinque anni dopo oggi a “rappresentare” in televisione, attraverso intellettuali ed artisti, divi della sinistra, la nostra ribellione al “quarto mandato”. Premetto che penso che le cose che dicono sono valide e applaudo lo spirito battagliero di chi fa televisione contro. Ma per quanto riguarda noi, della società civile, ci metteremo adesso a compilare liste, seguendo la tecnica degli intellettuali che emaniamo sullo schermo? Dopo un po’ passerà anche la moda delle liste e ci dovremo equipaggiare di nuovo per dare battaglia, attraverso i nostri intellettuali telegenici,  in un altro contesto televisivo?

Sembrerebbe quasi una cura omeopatica, Esso ci ha ipnotizzato l’anima con la televisione e noi lo esorcizziamo con le nostre litanie. Ma sempre sullo schermo…

Cosa succederebbe se quei nove milioni di “telespettatori” decidessero invece di fare cataste di quegli apparecchi (per rimpiazzare  i quali tra l’altro verranno spesi  fior di quattrini per il privilegio di poter ancora ricevere le “onde” malefiche)  e insieme, nel mondo reale e non delegando a intellettuali ed artisti nell’etere si aprisse uno spazio pubblico di espressione della società civile, forse meno eloquente e meno impomatata ma pur sempre reale?

Potrebbe essere bello se qui allo Sbavaglio, che è un laboratorio di idee,  ci esercitassimo con la fantasia a vedere qualche altra possibilità.

Dato che sto lanciando questa proposta, forse posso chiedervi un parere. Negli Stati Uniti, paese in cui la società civile è anch’essa abbastanza relegata a sporadiche apparizioni si destra e di sinistra in momenti di crisi, una delle cose che si facevano, per esempio nella campagne per l’iniziativa di riforma sanitaria Single Payer erano gli “home meetings”, cioè riunioni con fino a 40 persone in casa, dove dopo una breve presentazione si passava poi a discutere e a pianificare modi e per portare avanti la campagna. So che qui in Italia la casa è un po’ un posto sacro, ma forse il suo uso permetterebbe di scavalcare i luoghi deputati della politica che poi condizionano il discorso e le iniziative che ne sortiscono e ci riportano all’immobilismo. Non concepisco  questa ricostruzione del tessuto della società civile come in opposizione anche all’appoggio nella politica ad alternative valide, ma lo vedo come un passo in concomitanza. Lo so che esiste la piazza come possibile luogo per poterci ricostituire, ma ormai come negli USA anche qui in Italia sono state scavalcate dai centri commerciali, inoltre per l’occupazione del “suolo pubblico” almeno qui in Emilia Romagna  bisogna fare percorsi burocratici pazzeschi.

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