Lo Sbavaglio

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Google: il peggiore dei futuri possibili?

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Prima di esserne sollecitato dal tirannico direttore dello sbavaglio, vorrei pubblicare un articolo su quella che oggi sarà, con ogni probabilità, la notizia più importante di Internet (già prevista dal calendario Maia): Google lascia la Cina (spegnendo i server e dirottando il traffico su Hong Kong). Vorrei però anche cogliere l’occasione per parlarvi di un possibile futuro terrificante, potenziale conseguenza finale degli tsunami che stanno attraversando l'universo dell'informazione: per cui, state in linea e continuate a leggere!

 

Google lascia la Cina: detto così sembra quasi come quando uno lascia Rivoli per andarsene per qualche giorno, che so, a Palmi (RC); quindi penso che qualche numero servirGoogle in Cinaà a qualificare meglio la cosa: Google (che tra l’altro come termine denomina il numero 1 seguito da 100 zeri) gestisce il 68% del mercato mondiale della ricerca on-line, con 87,7 miliardi di interrogazioni all’anno, a cui risponde in pochi millisecondi con una batteria di 450.000 server (per la questura non più di 20, 30mila), distaccando di gran lunga gli altri concorrenti. Quasi in fondo alla classifica cresce a ritmo molto elevato (70% all’anno) Bing, il nuovo motore di ricerca di Microsoft. Un po’ in mezzo c’è Baidu, il motore di ricerca cinese. La Cina vale in questo momento il 10% del mercato delle ricerche mondiali (contro il 17% degli USA dove Google domina con circa l’80% del mercato), e Google domina tra il 25% e il 30% (secondo altri fino al 36%) del mercato cinese. Quindi un appetitoso 40%-50% ancora da conquistare! Un bel sacrificio quindi per Google andarsene, tenendo presente che il traffico su Hong Kong può essere facilmente bloccato dalle autorità cinesi. Invece – secondo Google Maps, i km tra Rivoli e Palmi sono 1.340 (se uno fa la A1 e la A3), per un totale di 13h e 16 min di guida, A3 permettendo. Anche qui un notevole sacrificio, a causa però della A3.

Ma torniamo sullo scenario mondiale abbandonando la suggestiva analogia calabra, così caldamente cantata dai poeti dello sbavaglio. Google se ne va dalla Cina come fece Annibale dall’Italia, dopo una cyber-guerra a livello planetario (di Google, non di Annibale), durante la quale Google (ignorando i suggerimenti del governo italiano che puntava il dito contro le toghe rosse e la stampa di sinistra) ha indicato alcune università cinesi (ispirate da loro stesso governo) come responsabili di attacchi hacker contro il servizio di posta elettronica Gmail, scardinandolo e accedendo ai dati personali degli utenti, sputtanando quindi pubblicamente la stessa Google e i suoi criteri di sicurezza, con relativi riflessi in borsa e tutto. La risposta di Google non si è fatta attendere, con l'abolizione dei filtri alla navigazione già concordati con il governo cinese. Infatti, secondo le malelingue di wikipedia, Google poté prosperare nel vergine mercato del celeste impero solo autocensurando i risultati delle ricerche, in particolare filtrando i risultati che parlavano di “Dalai Lama” “Falun Gong” “libertà” “democrazia” etc. attraverso l’uso surrettizio del filtro Safesearch, un meccanismo nato per proteggere i minori dal materiale pornografico; inoltre alcune testate giornalistiche non apparivano visibili da chi si fosse connesso dal territorio cinese (non abbiamo modo di verificare se questo è vero anche per Lo Sbavaglio dato che non è ancora previsto che il ponte sullo stretto arrivi fino in Cina). Il primo concorrente di Google, il motore di ricerca Yahoo! è stato invece di accusato da osservatori indipendenti di aver passato direttamente e più pragmaticamente al governo cinese i  nomi dei dissidenti che utilizzavano i suoi servizi, senza tante sofisticherie e giri di software. Questo tanto per far capire quanto i paladini della libertà di espressione siano pronti a vendere fette del loro dorato posteriore in nome delle quote di mercato e conseguente valore delle loro azioni di borsa nell’ottica della prossima grande bolla finanziaria.

Ora evidentemente qualcosa si è rotto nella magia dorata dell’armoniosa convergenza di interesse capital-comunista: dopo gli hackeraggi e l'abolizione della censura, il governo cinese dichiara di non poter accettare che la navigazione dei cinesi  sia gestita da una società capitalista senza alcun controllo popolare - ovviamente esercitato dal governo - , accusando Google della peggior azione di colonialismo dai tempi della Compagnia delle Indie, in pratica degli ultimi 150 anni. Ora Google lascia, e noi rimaniamo in attesa delle contromosse cinesi, già annunciate dal rumor di tuono di minacciose dichiarazioni pubbliche. Sul caso, che è in realtà una mossa di una partita a scacchi più complessa che comprende tra l'altro temi come l'embargo delle armi all'Iran, la rivalutazione dello Yuan, lo spionaggio via rete della tecnologia USA, varie contromosse occidentali che non ci è dato conoscere etc, si sono mossi Obama, Clinton e si sono esercitati i migliori opinionisti del pianeta, con l’eccezione di quelli italiani impigliati tra le lenzuola di seta di Palazzo Grazioli. Si è notata in particolare l’assenza sul palcoscenico mondiale di colui-che-preferiamo-non-nominare che non si è ancora accorto della differenza tra uno schermo TV e il monitor del PC. Sullo sfondo di tutto ciò, sta anche assumendo sempre più importanza il predominio culturale e tecnologico delle università cinesi che ormai vantano il maggior numero al mondo di pubblicazioni scientifiche e tecniche, e che quindi sono in grado di assicurare al loro paese una autarchia del sapere che lo può mettere al riparo nel prossimo futuro dai ricatti e dal colonialismo tecnologico di marca occidentale. Insomma, la stessa illuminata politica delle nostra Gelmini.

Al di là comunque degli italici confini, corale e generale è stato lo stracciarsi le vesti e il cospargersi le chiome e le pelate di cenere,  in nome della libertà di espressione.

E di questa, alla fine, vorrei parlare.

Internet nasce neutrale e neutrale è rimasta, malgrado i recenti attacchi delle major cinematografiche e TV, che avrebbero voluto cammini più veloci – lungo la rete – per i servizi a pagamento, tipo Sky o Mediaset premium. Chi avesse pagato avrebbe visto le pagine e i filmati del fornitore premium (premium per chi poi…) fluire molto più velocemente verso il proprio schermo di chi al contrario si fosse limitato a leggere articoli come questo sullo sbavaglio, che notoriamente funziona a costo zero sulla base dello spirito collaborativo dei suoi autori. Dopo una ribellione generale – passata ovviamente ad altissima quota sopra la testa dei nostri cittadini TV-dipendenti – il concetto di neutralità della rete è rimasto in piedi, almeno fino al prossimo attacco. Infatti Lo Sbavaglio è apparso sul vostro schermo spero con una ragionevole efficienza e rapidità: se era per la Warner e la Disney potevate aspettare l'apparire della prima pagina fino alla morte termica dell’universo. Di straforo Bondi l’untuoso è riuscito comunque a far passare una gabella sulle memorie di massa a beneficio delle major, ma questa è un’altra storia. Si tratta infatti di Beni Culturali…

In rete però bisogna ragionare a livelli: è come se, parlando del cervello umano noi si dicesse che la rete dei neuroni è neutrale: questo però non impedisce al proprietario del cervello stesso – ad un livello superiore – di essere un benefattore o un serial killer; o un tifoso del Genoa Cricket and Football Club che aborrisce la Sampdoria. Insomma, le affermazioni fatte per un certo livello sono buone solo per quel livello e non per altri. Tornando a noi: la rete sarà pure neutrale, ma, sul livello superiore – delle applicazioni software – Google di sicuro non lo è, dato che ha in mano il 68% degli accessi ai dati mondiali!

Ora vengo e vi spiego come funziona un motore di ricerca: abbiate un po’ di pazienza; lo so che siete donne e uomini di cultura, ma non fate quello che Richard Dawkins nel suo ultimo splendido libro “Il più grande spettacolo della terra” dice che abbia detto un suo amico: in sintesi che per colpa della scuola esiste una popolazione (umana) la cui cultura supera di gran lunga la sua capacità di cimentarsi del pensiero analitico. Seguitemi dunque, è importante capire i dettagli per vedere le conseguenze, che, sono sicuro, vi interesseranno: un motore di ricerca non ha altro scopo che quello di tenere in piedi un mega indice analitico, un po’ come quello che c’è in versione umana in fondo ai testi scientifici o divulgativi. Uno entra con una “voce” ed esce con la pagina che parla di quel tema. Questo “indicione” è alimentato incessantemente da programmi all’uopo predisposti che leggono pagine su pagine di internet, seguendo tutti i link che trovano, e ne estraggono voci da “indicizzare” sulla base del testo e dei tag. Tag in inglese vuol dire etichetta, e sono quelle cose che l’utente appiccica alle immagini o ad altri oggetti non testuali per descriverle: gli adolescenti su Facebook “taggano” un casino, in particolare le foto che "postano": “la proffia di latino”, “Valentina il mio amore”, “Matteo sei figo”, “il mio gatto” etc. Quando uno fa una interrogazione, il motore cerca nell’indice le voci che più ci acchiappano, e  poi presenta all’utente la lista delle pagine corrispondenti, che possono essere benissimo un putiferio.

E qui sta il punto: in che ordine le fa vedere il motore, e quali risultati tiene per buoni, e quali butta via, perché non convenienti (come i porno per i minori e i membri del clero), o perché ambigui, o duplicati o perché semplicemente pensa che non siano di interesse per chi interroga?

Circa l’ordine (ranking), non sfuggirà a nessuno l’importanza economica e politica di apparire nella prima pagina di risultati, come ognuno capirà come spiacevole sia essere filtrati (filtering) e non apparire per nulla. Bene: questi 2 delicati e fruttiferi meccanismi – nel caso di Google - sono segretissimi, gelosamente conservati nella mani di Sergej Brin e Larry Page, i geniali fondatori (il nome dell’algoritmo di ordinamento infatti è PageRank, nel doppio significato di ordinamento all’interno della pagina dei risultati – “page” in inglese - e di ordinamento di Mr. Page, il sig. Larry, appunto! Ah, ah!). I meccanismi di ranking e di filtering sono piuttosto sofisticati: analizzano le abitudini di navigazione dell’utente ricordandosi la storia delle sue domande e delle risposte scelte, e, nelle sue forme più avanzate, vagando tra blog e social network -  Facebook, Youtube, Last.Fm etc. - per analizzare le sue opinioni e frequentazioni, anche se, ad onor del vero, solo se dall’utente stesso formalmente autorizzati. Inoltre possono analizzare agende, rubriche, mail mandate e ricevute e documenti vari. In questo modo il motore costruisce un profilo dell’utente che gli permette di “contestualizzare” le riposte in base alle sue supposte preferenze.

Ad esempio, supponiamo che uno sia un frequentatore di Last.Fm (come sono io): Last.Fm è una social network dedicata alla musica; su questa io mi sono fabbricato una piccola libreria personale di musica rock degli anni ’70 e ’80 del secolo scorso, che ascolto lavorando o scrivendo articoli come questo. Ora, se io interrogassi un motore, in grado di profilarmi perché autorizzato a sbirciare nelle mie preferenze musicali, su fatti, autori o strumenti musicali, come credete che il motore mi “ranki” e filtri i risultati? Non crediate di trovare ai primi posti Bach, Beethoven o il clavicembalo ben temperato!

Il tutto è finalizzato ovviamente a far soldi, in particolare (ma non solo) tramite la pubblicità profilata: che sarebbe quel meccanismo che se sono in giro per Roma e chiedo a Google Maps dove sta mia zia, e Google sa che a me piace il salmone norvegese perché lo ha capito da una social network sulla cucina nordica, troverò indicati sullo schermo del mio cellulare, nell'itinerario che Google Maps suggerisce dalla stazione a casa di mia zia, molti ristoranti di pesce e poche pizzerie.

Tutto ciò potrebbe anche andar bene: ma la cosa grave è che il vero controllo di quello che succede rimane nelle mani di Brin e Page, che potrebbero benissimo vendersi anche la suocera, oltre che mia zia, in nome dei propri personali interessi. Ad esempio, la cyber-guerra Cina-Google potrebbe anche finire 1 a 1 con la Cina che dà un po' di soldi (o petrolio, o noccioline, o quello che volete voi) ai suddetti Brin e Page, in cambio dei sopracitati misteriosi algoritmi da inserire, guarda caso, in Baidu: di nuovo regnerebbe una celeste armonia, con Google che strilla alla libertà di espressione e Baidu che massacra i dissidenti (ai quali di sicuro non si chiederebbe educatamente l’autorizzazione a mettere il naso nelle social network da loro frequentate e nelle loro mail). Un conflitto di interessi che fa sembrare colui-preferiamo-non-nominare un poppante. Sempre che i cinesi non facciano da soli con le loro università.

Il fatto è che Google, insieme agli altri motori, potrebbero esser presto in grado di condizionare la visione collettiva del mondo, e di silenziare i pesci d’acqua dolce che, sempre come dice Dawkins, la pensano in maniera diversa e originale, ritenendo, al contrario dei più, che i laghi in cui vivono siano isole. E questo attraverso algoritmi non pubblici e non verificabili nelle mani di pochi privati: un incubo di fronte al quale il rozzo controllo sui media che il nostro povero presidente del consiglio cerca di esercitare (tra l’altro con l’affanno di ormoni ormai declinanti, malgrado il viagra passato dai pusher di don Verzè) sembrerà un giochino da ragazzini. La guerra tra la Cina e Google non è altro che una battaglia locale di una guerra forse già in corso per il controllo del pianeta.

Tra la Cina e Google! Ma ci pensate? Una volta, nei film di James Bond, c’era la Spectre: ora c’è Google!

Gli esperti prevedono che Bing e Google in breve avranno il controllo mondiale dell’informazione: le strategie di entrambi sono chiare: c’è una strategia verticale e una orizzontale (che però è diversa da quella italiana basata su escort e trans).

Nella strategia verticale Google scende dall’alto (dalla rete, dove domina) verso il basso, cercando di regalarvi (e regalarvi non a caso) i propri ambienti software per PC e cellulari (rispettivamente noti come Chrome OS e Android), mentre Microsoft sale dal basso (i PC e i cellulari dove spadroneggia con Windows) verso l’alto proponendo Bing: il tentativo di entrambi è di costruire un tubo diretto dai vostri PC e cellulari ai loro motori per potervi vampirizzare anche l’anima. Tra l’altro coloro che hanno tra di noi l’animo più sensibile hanno già notato come Microsoft recentemente sembri più rilassata sul tema pirateria, dimostrando di mirare a ben altro, e anzi, facendo capire di favorire la più grande diffusione di Windows 7 anche chiudendo uno o più occhi delle sua testa di Idra sul tema licenze, pur di ostacolare Chrome e Android. Giochino già fatto con successo agli albori della diffusione dei PC con Windows 3.11, allegramente piratato da tutti con conseguente finale monopolio di Microsoft nel campo dei PC.

Nella strategia orizzontale invece entrambi cercano di fare o acquisire social network e altri servizi aggiuntivi (Youtube, Windows Live etc.) in cui invischiare gli utenti come insetti che impollinino stami con le loro informazioni, in modo da generare fioriti utili. Le altre social network (Facebook etc.) stanno alla finestra ad aspettare che il prezzo salga. “Servizi aggiuntivi” significa agende, calendari, mail, rubriche, possibilità di scrivere documenti gratis, o di archiviare foto etc. come un polpo dagli 8 tentacoli. Da piccolo ero un accanito cacciatore di polpi (poi mi sono pentito dopo aver scoperto quanto fossero intelligenti, e ora poi non ammazzerei manco una formica): i polpi, quando si beccano un granchio, lo polipizzano (appunto) con i loro tentacoli, poi gli bucano la coccia con il becco che hanno per bocca e ne succhiano avidamente la polpa: fate finta di essere voi il granchio, e immaginate al posto del polpo Google o Bing, che vi tiene stretti con i tentacoli dei loro servizi aggiuntivi gentilmente offerti gratis: la polpa sono i vostri dati. Come esercizio sarebbe utile una volta tanto leggere le condizioni che sottoscrivete quando accettate di farvi polipizzare: leggetele e considerate anche di quale nazionalità è la legge che governa il tutto, e che regola i diritti residui dei ex-vostri dati.

Quando uno è nella sua casa, la sera, di fronte al computer, è convinto di essere solo e al sicuro. Gli adolescenti poi sono convinti di essere davanti al loro diario, e raccontano tutto, veramente di tutto, tanto che le loro mamme, che lo hanno capito, si iscrivono a Facebook apposta per sapere cosa fanno. Bisognerebbe invece spiegare ai ragazzi, ma credo anche un po’ a tutti, che quando sei davanti ad un computer in realtà sei davanti ad una vetrina esposta al mondo, un po’ come quegli specchi monodirezionali che si vedono negli interrogatori dei gialli americani. Tu non te ne rendi conto, ma sei al centro dell’attenzione come un batterio sotto ad un microscopio. Ogni informazione che molli in rete sarà sfruttata economicamente a tua insaputa (i diritti? ah, ah!), ma presto potrebbe anche essere usata direttamente contro di te. Stai in campana!

E ora il domandone: qual è la nostra risposta politica a tutto ciò? Mentre ci pensate, leggetevi la lettera aperta dei netizen (cittadini di Internet) cinesi al loro governo e a Google: cara Google, cara Cina.

Ultimo aggiornamento Martedì 23 Marzo 2010 22:58  

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