Lo Sbavaglio

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L'autista dell'autobus

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Il nostro direttore mi chiede un pezzo, presumibilmente tecnico dal punto di vista internettiano, sulla sentenza del tribunale di Milano contro Google, sul caso del video di vessazioni contro un ragazzo disabile apparso su Youtube. Le motivazioni del nostro direttore sono ovvie: trovandosi a governare una banda di matti (che so, vedi il sottoscritto, Morfeo, C/Gangemi etc.) scarsamente controllabili con i suoi pur efficaci e talvolta rozzi metodi di moral suasion, si scanta che su Lo Sbavaglio non gli scappi qualche pezzo sulla statura di Brunetta o l’immacolata onestà di colui-che-preferiamo-non-nominare, o la foto della targa della macchina di Borghezio parcheggiata in zona pedonale e in contromano in via Piol, con tanto di nome, cognome e indirizzo . E ha ragione, perché la tentazione è forte.Linguaccia

Però forse il punto è proprio questo: la differenza tra la libertà di espressione e l’abiezione di certi comportamenti; che succederebbe se su Youtube apparisse un video di pedopornografia? Io penso che al potere gli scappi di usare il secondo argomento – di cui magari gliene può fregare di meno – per colpire il primo, alla moda, diciamo, cinese o iraniana. Non a caso sono ricorrenti i tentativi di ingabbiamento dei vari sbavagli in rete con proposte relative a direttori responsabili, ordini dei giornalisti e altre paccottiglie del genere, avanzate da qualche politico in vena  di meglio leccare il culo al maximo conductator. Ora, per la prima volta nella storia dell’umanità ogni individuo ha in tasca un potere enorme contenuto nei chip del suo telefonino, con i quali può documentare quello che vuole e sbattere il tutto in faccia ai potenti. In qualche paese magari a rischio della propria vita. E va di culo ai potenti che in media il cittadino non ne è consapevole. Ma lo stesso telefonino può anche diventare strumento di vessazioni  - nella logica del branco – contro i più deboli e indifesi.

Ho detto per la prima volta nella storia dell’umanità: come tutte le prime volte, immagino che nascano tutta una serie di problemi che la cultura della società non ha ancora imparato a metabolizzare e ad affrontare: tanto più in un paese dove la cultura della comunicazione di massa si riassume nella somministrazione serale di pillole informative preconfezionate nella cucina di colui-che-preferiamo-non-nominare ad una platea in posizione divanata la cui unica attività cerebrale, se misurata,  si rivelerebbe essere quella del lobo del telecomando (come noto molto vicina a quelle che presiede alla visione delle tette e dei culi). Per cui il tema mi sembra più attinente all’area del diritto che non a quello degli indirizzi IP. Infatti il caso viene citato stamane da Studio Celentano, un quotidiano on-line di informazione su diritto, Internet e nuove tecnologie. Dato che tra i chiarissimi collaboratori del nostro sbavaglio compaiono luminari del foro e studenti di giurisprudenza, passerei a loro in parte la palla, onde avviare nello spazio dei commenti un dibattito che diventi riferimento futuro.

In parte, perché vorrei tornare al tema tecnico, dato che su quello politico credo che non valga la pena di spendere troppe parole sulla indipendenza (e sulla neutralità, che è tutta un’altra storia) della rete e del diritto di ognuno di usarla per esprimere il proprio pensiero. Allora, dal punto di vista tecnico chi si collega alla rete lo fa grazie ad una specie di identificativo che gli è proprio, e che in gergo si chiama IP Address (indirizzo del protocollo internet). I computer hanno una memoria pazzesca, e registrano tutto. Quindi a fronte di notizia di un reato, su iniziativa credo della Magistratura, la Polizia Postale è in grado di arrivare, se il reo non è  un superesperto terrorista, al presento colpevole. Escludendo che il coglione che ha pubblicato il video in questione sia un superesperto terrorista (i superesperti terroristi di solito hanno altro a cui pensare), non si vede perché questa semplice prassi indagatoria non sia stata seguita. Cosa centra Google? E’ come se, in un autobus affollato, uno toccasse il culo ad una ragazza, e il giudice condannasse l’autista dell’autobus o la società che gestisce i trasporti. Al massimo l’autista è colpevole di non essersi accorto del casino. Che minchia ci trase con la toccatina? In realtà le colpe di Google riguardano quelle dello stadio finale dell’evoluzione del capitalismo, quello che, secondo le teorizzazioni di un certo Carletto il cui cognome comincia con M e finisce con X, parla di monopolio. Magari sull’argomento vale la pena di leggersi questo. E magari vale la pena di cominciare a pensarci un po’ su.

Ultimo aggiornamento Giovedì 25 Febbraio 2010 10:00  

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