Lo Sbavaglio

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Lo Stato sono gli altri – seconda parte

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 Il titolo è uguale a quello del precedente articolo ma invito il Direttorissimo a modificarlo come ritiene opportuno, utilizzando espressioni più originali, fantasiose ed intelligenti, a suo insindacabile giudizio. Temo, infatti, che il passare degli anni abbia definitivamente corrotto quel minimo di capacità intellettuale che un tempo mi sembrava, presuntuosamente, di possedere. Ho l’impressione – ma dipende certamente dai miei limiti – che ci si stia “avvoltolando” in troppe questioni diverse, magari collegate fra loro, ma che richiederebbero analisi ed approfondimenti specifici. A volte succede che le “relazioni” prevalgano e lascino sullo sfondo gli argomenti su cui, invece, sarebbe opportuno mantenere la messa a fuoco. Plagiando Crosstalk, direi che la discussione da “lineare” si è trasformata in “caotica”. Il caos, scusatemi, non è il contesto che preferisco, nonostante io ci sguazzi quotidianamente dentro senza neppure accorgermene. Quando, in ormai sempre più rare occasioni, mi accorgo di pensare lo faccio in maniera apparentemente lineare, nel tentativo di capirmi e di farmi capire. Mi diventa pertanto INACCETTABILE disquisire su tutt’altro rispetto a quello che avevo, originariamente, proposto. Puntualizziamo, allora; o, almeno, proviamoci …

Da quando, in lingua italiana, CORRESPONSABILITÀ è diventato sinonimo di CORREITÀ?

 

Chi ha mai paragonato ATTI DI CATTIVA EDUCAZIONE  AI CRIMINI PEGGIORI?

A chi ci si riferisce, sostenendo: “…che assurdità è dire: “sì va bene, la mafia, il malgoverno, gli speculatori … però è colpa loro (o almeno se lo meritano) perché sono dei maleducati che buttano a terra le cicche!”.? Da chi l’ha sentito dire? Dove l’ha letto? Su “La Padania”, forse, non di certo su “Lo Sbavaglio.

E dov’è scritto che “… chi non fosse contento dello stato di cose dovrebbe esercitare atti di rivolta … per cui  chi non esercita atti di rivolta sta bene o comunque “gli va bene” …?”. Esisterà pure qualcosa che si ponga in mezzo tra l’assoluta passività dei “sudditi” e la ribellione armata degli stessi?

 

Manca, ormai, una condivisione del lessico apparentemente più semplice e comprensibile. E questo causa “utili” equivoci per chi vuole sostenere la propria tesi e distorce all’inverosimile le affermazioni di coloro che, magari, la pensano diversamente. Tutti possono rileggere cosa finora è stato scritto e da chi (“verba volant, scripta manent”, fortunatamente) per verificare, direttamente, le opinioni di ognuno.

 

Mi sento come uno dei partecipanti a quegli insopportabili talk show televisivi, nei quali ciò che importa non sono i contenuti ed il confronto sugli stessi ma il “darsi sulla voce”, gridare più forte degli altri, offendere chi la pensa diversamente, deviare il discorso ricorrendo a “precedenti” attribuibili al “nemico” e rispondere a domande quali: «Come ti chiami?» rincorrendo i massimi sistemi per poter concludere: «La tua trisavola fu donna di facili costumi!».

La semplice questione iniziale era e rimane: “Cosa rappresenta lo Stato, oggi, nei regimi democratici?”. Io insisto nel sostenere la BANALITÀ che lo Stato siamo tutti noi, rifacendomi sicuramente ai testi di Educazione Civica che, una volta, si studiavano alle Scuole Medie. Da ciò evinco, BANALMENTE, che DEVO assumermi di persona una quota di responsabilità riguardo a tutti i malfunzionamenti e le nefandezze che allo Stato si possono ricondurre. A partire da quest’assunto iniziale, faccio di tutto per cambiare il tanto (troppo) che non mi piace, che non condivido, che ci sta portando verso un’inevitabile catastrofe. E intendo farlo, per quanto mi riguarda, “dal basso”, nei miei comportamenti di ogni giorno, nelle  relazioni con i miei simili, operando in modo che  prevalgano interessi ed obiettivi comuni rispetto a quelli individuali. Che poi io ne sia davvero capace e non appartenga alla sempre più numerosa categoria dei “buoni predicatori e pessimi razzolatori”  è una valutazione che lascio ad altri ed alla mia coscienza.

 

Chi non concorda dovrebbe, PER CORTESIA, spiegarmi quale sia l’alternativa: lo Stato sono gli altri o è ”altro” rispetto a noi? Si tratta, forse, di un’entità occulta che ci condiziona e ci domina? Dobbiamo disconoscerlo e combatterlo, magari con le armi, riprendendo il folle e sanguinario progetto delle BR? Riteniamo invece necessario chiamarci fuori dallo Stato, scegliendo l’indifferenza, l’apatia, il ritiro nei nostri  personali egoismi? Vogliamo, solo per un momento, attingere al “… pensiero marxiano per riconoscere facilmente che lo Stato è l’espressione, in ogni tempo, del dominio di una classe sociale sulle altre ...”? E, in tal caso, con cosa la sostituiamo, questa malefica struttura? Magari con qualcosa che rappresenti un’alternativa in termini economici, geografici e  politici, esattamente come sta facendo la Lega Nord?

 

Il paradosso più divertente risiede nel fatto che io, dichiarandomi comunque “dentro lo Stato”, appaio come un fervente statalista, mentre chi  sostiene che “la colpa è dello Stato” o lo rifiuta, in quanto causa prima delle peggiori infamie, appare come un rivoluzionario anti-statalista, nonostante si avvicini, molto più di me, a quella “sinistra sinistra, veramente di sinistra!” che invoca l’intervento dello Stato, in economia, ad ogni piè sospinto (caso FIAT docet, per fare un esempio), rifiuta le privatizzazioni e aborre lo slogan liberista “meno Stato, più mercato”!

 

Prima di cimentarci nell’arduo compito di affrontare ulteriori, interessantissimi quesiti antropologici o metafisici, sarebbe troppo richiedere una qualche risposta che dimostri un minimo di attinenza con quanto sopra riportato? Sarei molto contento se “restassimo sul pezzo”, evitando curiosi riferimenti all’alfabeto della  Magna Grecia, alla scrittura cuneiforme o ai geroglifici egiziani.

La seconda questione che ponevo era e rimane: “se i meridionali si considerano ancora sudditi piuttosto che cittadini, sarà davvero e soltanto “colpa dello Stato”?

 

Proviamo, onde evitare gratuite accuse di razzismo e xenofobia, a sostituire la parola “meridionali” con la generalizzazione “italiani”. Questi ultimi, sono o non sono responsabili della situazione in cui si trova, oggi, il nostro Paese? Presentano un qualche difetto culturale, una qualche peculiarità negativa, che  hanno contribuito e contribuiscono alla catastrofe passata e corrente? Oppure è sufficiente sostenere che “è colpa dello Stato” chiudendo definitivamente la questione?

 

Siamo ai primi posti in innumerevoli classifiche di demerito e agli ultimi in altrettanto innumerevoli classifiche di merito. Criminalità, propensione alla corruzione, alla concussione  ed alla collusione, furbizia, personalismi, poca cura del territorio e dell’ambiente, evasione fiscale, burocrazia esasperante, irrilevante attenzione alla cultura ed al relativo, immenso patrimonio del Paese, libertà di stampa ai minimi storici, uso spregiudicato del corpo delle donne, percentuali bassissime di donne lavoratrici ed ancora più scandalose se riferite alla VERA gestione del potere economico e politico … ecc. ecc.

Se, come ritengo di avere dimostrato in altra sede, l’Italia  NON è un Paese per la sinistra, oltre alle indiscutibili colpe degli ostrogoti, un minimo di responsabilità vogliamo attribuirla anche agli indigeni? Se la DC o, più in generale, il centro destra ha governato (e governa)  quasi ininterrottamente da più di 65 anni, oltre alle scontate colpe degli unni, un minimo di responsabilità vogliamo attribuirla anche a noi stessi? Se nasce e prospera un Partito come la Lega Nord, oltre alle evidenti colpe dei burgundi,  un minimo di responsabilità vogliamo attribuirla anche al 10% degli italiani (compresi non pochi meridionali) che la votano? Se nascono e prosperano, sempre più numerosi, gli “scilipoti”, i voltagabbana, oltre alle incontestabile colpe dei  visigoti, un minimo di responsabilità vogliamo attribuirla anche agli abitanti del Bel Paese? Se i comportamenti e gli scandali di ESSO non hanno significativamente intaccato il consenso di cui continua a godere, oltre alle incontrovertibili colpe dei vandali, un minimo di responsabilità vogliamo attribuirla anche agli italioti che lo hanno votato, scelto e riscelto come premier di questo Paese?

 

Mi fermo qui, ma si potrebbe continuare all’infinito. Ciò non determina, automaticamente, la conseguenza che gli svizzeri siano migliori di noi ma, almeno, possiamo concordare sul fatto che siano “diversi”, nell’accezione più generale del termine? Cosa ci sarebbe di scandaloso nel sostenere, allo stesso modo, che i meridionali sono diversi dai settentrionali? Questa distinzione non la faccio io; saccheggio, ancora una volta e spudoratamente, da “Terroni”, il libro di Pino Aprile (*) che riporta, senza troppe remore, un lungo elenco di “minorità” presenti nel Sud. E aggiunge la  fatidica domanda: PERCHÉ? Ho intuito che pinoippp condivide le ragioni suggerite dall’autore del libro: i malanni del Meridione sono conseguenza del suo sottosviluppo economico, iniziato in coincidenza con l’Unità d’Italia e proseguito per i successivi 150 anni. DEVO, però, annoiarvi con qualche citazione, presente nel libro di cui sopra:

 

“… E ci si abitua a considerare l’arretratezza come un’opportunità da cui trarre vantaggi … apparenti e di breve respiro … Fa comodo a tutti, perché, così il Sud può rivendicare, magari per sprecare; e Il Nord accusare e continuare a non dare, per via degli sprechi …”

 

“… Ma Di Palma, (un magistrato) napoletano ormai calabresizzato all’osso, suggerisce una concausa che ha a che fare con il carattere di questa terra, «espresso dalla storiella della pecora che, immagino, lei conosca» …   «Signore!» pregava un tale, in Aspromonte «il mio vicino ha una pecora perfetta, bellissima». E il giorno dopo: «Signore, la pecora del mio vicino dà tanta lana» e l’indomani «E quanto latte produce!»; e poi, ancora: «Hai visto che buon formaggio ne viene?». Alla fine il Signore non ne può più: «Va bene, do una pecora così pure a te, ma falla finita!». «Non hai capito» replica quello: «Mi ‘nci mori (falla morire)!».

 “…, «Questa povertà» dice Boemi parlando delle costa ionica «è una scelta». Intende: altrui. E, forse, non solo. Alla lunga, persino alla vittima viene più comodo restarlo: è il ruolo che conosce meglio; quello a cui è stato, e si è, educato, fra minorità e nullità, fino a farlo proprio …”.

Di mio ci aggiungo solo due particolari. Nelle elezioni politiche del 2008, il Centro Destra, fedele alleato della Lega Nord, ha vinto in tutte le regioni meridionali, ad eccezione della Basilicata. Le percentuali variano dal minimo dell’Abruzzo (43,6%) fino ad un imbarazzante massimo della Sicilia (54,7%). Saranno stati tutti “voti di scambio”?

Forse potremmo chiederci come mai Mary Star Gelmini, uno dei migliori Ministri della Pubblica Distruzione degli ultimi 150 anni, laureata fuori corso a Brescia, abbia deciso di sostenere nel 2002 l'esame di Stato per la professione di avvocato presso la Corte d'Appello di Reggio Calabria. Non solo lei, naturalmente, ma molti, moltissimi altri. In questi casi, per ignote ragioni, l’emigrazione cambia verso e si dirige, numerosa, dal Nord al Sud.

 

Nel capitolo intitolato “Educazione alla minorità”, Aprile sostiene con forza che le cause di tale minorità sono TUTTE “esogene”, provengono TUTTE dall’esterno. Io non sono per nulla d’accordo perché ritengo che la  cultura di un popolo non sia determinata SOLO dall’ambiente e dal contesto socio-economico, ma anche dal comportamento delle singole persone che hanno la possibilità di scegliere, di non adeguarsi, di pensare e di agire seguendo le proprie idee. Le conseguenze, però, dipendono dai numeri. Durante il fascismo ci furono gli antifascisti: pochi, il regime non sarebbe mai caduto per causa loro; troppi, dopo il 25 aprile 1945. Il nazismo, ancora peggio, conobbe rarissimi dissidenti ed una Nazione intera, a mio parere e sia pure con i dovuti distinguo, si rese colpevole  di un crimine inimmaginabile. Io, per il poco che conta, NON sollevo il popolo tedesco dalla responsabilità dell’olocausto, solo perché fu educato alla superiorità della razza ariana. L’accettò, la condivise, partecipò con entusiasmo e, poi, NON VOLLE SAPERE O SI TAPPÒ BOCCA, ORECCHIE E NASO. Alla stessa maniera, io, per il nulla che vale, NON assolvo NOI MERIDIONALI dalla RESPONSABILITÀ che abbiamo rispetto alle condizioni in cui si trova, ancora oggi, il Sud dell’Italia.

Aprile, nel finale del libro, non si sottrae al difficile compito di suggerire o di riportare alcune possibili soluzioni. Le riassumo, per quanto possibile.

  • Emigrati di ritorno: idee, denaro, relazioni, mezzi …
  • I soldi: il più deve confluire nel meno. Le stesse cose, uguali per tutti (Gaetano Salvemini) ferrovie, autostrade, università …
  • La soluzione del problema meridionale non potrà avvenire se non sul terreno dell’autonomismo (Guido Dorso) o addirittura, secondo Aprile, nel separatismo …
  • Non saranno mai gli altri i risolutori dei problemi del Sud (Domenico Ficarra)
  • Come in una cura psicanalitica, guarisci quando smetti di nascondere il tuo male, lo porti alla luce, lo riconosci (Piero Bocchiaro)
  • Se non saremo capaci di stare insieme alla pari, il Sud potrà andarsene da solo per recuperare dignità; mentre il Nord già pensa di farlo per salvare i soldi. … è meno disastroso andarsene che farsi cacciare … il Sud, da solo, sprofonderebbe subito in una in una situazione terribile. Rischierebbe di annegare, ma anche di imparare a nuotare …

 

E conclude: “… Se la cosa fosse facile, ne sarei certo: non ce la faremo. Il fatto che sia quasi impossibile dà fiducia: siamo quello strano Paese che riesce solo se gli dicono che non si può …”.

 

Io non condivido affatto l’ottimismo di Aprile. Non credo che qualcuno, in Italia, sia disposto a risarcire il “furto” perpetrato ai danni del Meridione (un calcolo approssimativo, per l’intero periodo degli ultimi 150 anni, lo stima in  circa 1.500 miliardi di euro!). Non mi pare che le iniziative autonomistiche espresse da nuovi partiti e partitini mirino al riscatto del Sud ma solo a gestire, in proprio e come sempre, i soldi dell’elemosina che arriva da Roma. Faccio mio, però, il pensiero di Norberto Bobbio, secondo cui: «il problema meridionale è il problema dei meridionali».

Allo stesso modo, ritengo estremamente emblematica la favola di Gianni Rodari – riportata in “Terroni” – dell’uomo che sprecò la vita per cercare il Paese senza difetti, mentre l’avrebbe resa utile se avesse fatto la sua parte per eliminarne uno, in un posto qualsiasi.

E se tutti cominciassimo, semplicemente, utilizzando i portacenere ed i cestini dell’immondizia?

(*) Il libro in questione espone delle tesi radicali che, personalmente, non condivido del tutto. Ma andrebbe comunque letto dal maggior numero possibile di persone, meridionali e, soprattutto, settentrionali. Contiene il racconto di fatti spesso misconosciuti ai più, che possono stupire ed essere contestati. Ma è una fonte preziosa per riflettere e ragionare in un’ottica diversa da quella a cui siamo abituati.

Ultimo aggiornamento Martedì 20 Settembre 2011 11:34  

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