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Per una democrazia cognitiva

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(dall'Appendice al volume 6° del “METODO”, “L’ETICA”, di E. Morin) 

Le nostre società sono messe a confronto con il problema nato dallo sviluppo di questa enorme macchina in cui scienza e tecnica sono intimamente associate, in quella che ormai chiamiamo “tecno-scienza”. Questa enorme macchina non produce solo conoscenza ed delucidazione, ma anche ignoranza e accecamento. Gli sviluppi disciplinari delle scienze non hanno portato solo i vantaggi della “divisione del lavoro” (manuale e intellettuale, NdE), ma anche gli inconvenienti della super-specializzazione, della compartimentazione, e della parcellizzazione del sapere.

Quest’ultimo è divenuto sempre più esoterico (accessibile ai soli specialisti) anonimo (concentrato nelle banche dati) e utilizzato da istanze anonime, in primo luogo lo Stato.

Inoltre la conoscenza tecnica è riservata agli esperti la cui competenza in un campo chiuso si accompagna a una incompetenza quanto questo campo è parassitato da influenze esterne o modificato da un evento nuovo. In queste condizioni il cittadino perde il diritto alla conoscenza.

Ha il diritto di acquisire un sapere specializzato compiendo studi ad hoc, ma in quanto cittadino è spossessato da ogni punto di vista inglobante e pertinente. ….

L’arma atomica ha totalmente spossessato il cittadino della possibilità di pensarla e di controllarla. La sua utilizzazione è lasciata alla decisione personale del solo capo di Stato, senza la consultazione di una regolare istanza democratica. Più la politica diventa tecnica, più la competenza democratica regredisce. Il problema non si pone solo per la crisi o per la guerra. E’ un problema di vita quotidiana. Ogni mente colta poteva, fino al diciottesimo secolo, riflettere su Dio, sul mondo, sulla natura, sulla vita, sulla società, e intraprendere così l’interrogazione filosofica che, contrariamente a quello che i filosofi di professione credono, è un bisogno di ogni individuo, almeno fino a quando gli obblighi della società adulta l’adulterano. Oggi si domanda a ciascuno di credere che la sua ignoranza è buona, necessaria, e tuttalpiù gli si offrono trasmissioni televisive nelle quali eminenti specialisti gli impartiscono qualche amena lezione.

Lo spossessamento del sapere, molto mal compensato dalla volgarizzazione mediatica, pone il problema storico chiave della democrazia cognitiva. La continuazione del processo tecnico-scientifico attuale, processo del resto cieco, che sfugge alla coscienza e alla volontà degli stessi scienziati, porta ad una forte regressione della democrazia. Non esiste perciò una politica immediata da mettere in opera. C’è la necessità di una presa di coscienza politica dell’urgenza a operare per una democrazia cognitiva.

E’ in effetti impossibile democratizzare un sapere compartimentato ed esoterizzato per natura. Ma è sempre più possibile pensare ad una “riforma del pensiero” che permetterebbe di affrontare la formidabile sfida che ci chiude nella seguente alternativa: o subire il bombardamento delle innumerevoli informazioni che ci giungono quotidianamente a pioggia con i giornali, le radio e le televisioni; o affidarci a sistemi di pensiero che raccolgono solo le informazioni che li confermano o sono loro intellegibili, rifiutando come errore o illusione tutto ciò che li smentisce o è loro incomprensibile. Questo problema si pone non solo per la conoscenza del mondo giorno per giorno, ma anche per la conoscenza di tutte le cose sociali e per la stessa conoscenza scientifica….

Ora, il problema cruciale dei nostri tempi è la necessità di un pensiero adatto a raccogliere la sfida della complessità del reale, cioè di cogliere i legami, le interazioni e le implicazioni reciproche, i fenomeni multidimensionali, le realtà che sono allo stesso tempo solidali e conflittuali (come la stessa democrazia, che è il sistema che si alimenta di antagonismi mentre li regola)…..

E in effetti tutte le scienze avanzate come le scienze della Terra, l’ecologia, la cosmologia, ecc…sono scienze che spezzano il vecchio dogma riduzionistico di spiegazione attraverso il monocausale e l’elementare: queste scienze considerano i sistemi complessi nei quali le parti e il tutto si producono e si organizzano a vicenda. Inoltre si sono già formati dei principi di intellegibilità atti a concepire l’autonomia, la nozione di soggetto, ecc..; nello stesso tempo è iniziato l’esame della pertinenza dei nostri principi tradizionali di intellegibilità: la razionalità e la scientificità chiedono di essere ridefinite e complessificate, e ciò non riguarda solo gli intellettuali.

Riguarda la nostra civiltà: tutto ciò che è stato realizzato in nome della razionalizzazione e che ha condotto all’alienazione del lavoro, alle città dormitorio,  ai viaggi dei pendolari casa-lavoro, al divertimento in serie, all’inquinamento industriale, al degrado della biosfera, all’onnipotenza degli Stati-nazione  dotati di armi di annientamento, tutto ciò è veramente razionale? Non è forse urgente reinterrogare una ragione che ha prodotto al suo interno il suo peggior nemico, la razionalizzazione?

La necessità di una “riforma del pensiero” è ancora più importante da delineare ora che il problema dell’educazione  e quello della ricerca sono ridotti in termini quantitativi (se non bancari e finanziari, tipo: debiti e crediti formativi, portfolio delle competenze, ecc…NdE).

Si maschera attraverso ciò la difficoltà chiave che rivela la sconfitta di tutte le successive “riforme dell’insegnamento”: non possiamo riformare l’istituzione (scuola) senza aver preventivamente riformato le menti, ma non possiamo riformare le menti se non abbiamo preventivamente riformato le istituzioni. Ritroviamo l’antico problema posto da Marx nella terza tesi su Feuerbach: chi educherà gli educatori?

Non ci sono risposte propriamente logiche a questa contraddizione, ma la vita è sempre capace di trovare soluzioni a problemi logicamente insolubili. Qui, ancora, non possiamo programmare e neanche prevedere, ma possiamo vedere e promuovere. La stessa idea della Riforma  radunerà delle menti disperse, rianimerà delle menti rassegnate, susciterà delle proposte. Infine, come ci sono delle buone volontà latenti per la solidarietà, c’è una vocazione missionaria latente nel corpo insegnante; molti aspirano a trovare l’equivalente attuale della vocazione missionaria (in chiave esclusivamente laica…NdE). Certo, non dobbiamo più opporre del Lumi apparentemente razionali a un oscurantismo  giudicato fondamentalmente religioso…Dobbiamo opporci all’intelligenza cieca che si è impossessata di quasi tutti i posti di comando e dobbiamo riapprendere a pensare: compito di “salute pubblica” che inizia da noi stessi.

Certo, ci vorranno molto tempo, dibattiti, battaglie, sforzi perché prenda forma la “rivoluzione del pensiero” che si delinea qui e là nel disordine. Potremmo quindi credere che non ci sia nessuna relazione tra questo problema e la politica del governo. Ma la “sfida della complessità” del mondo contemporaneo è un problema chiave del pensiero, dell’etica e dell’azione politica.

Ultimo aggiornamento Lunedì 21 Settembre 2009 21:05  

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