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Cent’anni di gratitudine

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Mio padre venne a Cosenza dalla frazione Fantino, minuscolo lembo del comune di San Giovanni in Fiore, nella Sila cosentina. A 19 anni non trovò altro da fare che il cameriere, dopo un mezzo diploma professionale.  Poi fece il venditore all’ingrosso.  Dopo un paio d’anni conosce mamma e in un certo senso la vita gli cambia. Emotivamente ma non solo. Mio nonno, papà di mamma, è protagonista di questo cambiamento che definirei socio-economico. Nonno Mario, classe 1931, di estrazione popolare, del Rione Spirito Santo della Cosenza più antica raccolta tutta intorno il Castello Svevo-Normanno, si era impiegato in mille attività, tutte lecite che io sappia. E dopo essere entrato nelle grazie di nonna, lei quindicenne, entrò anche in quelle di un assessore al Comune di Cosenza (nel senso che fece amicizia) che lo collocò dapprima come raccoglitore di rifiuti per conto del Municipio, dopo qualche anno come usciere.  L’usciere, per quanto scarso di contenuti tecnici diviene, in una certa ottica, un mestiere, un “posto” che ti consente di conoscere e farti conoscere. Creare relazioni. E nonno Mario era per natura socievole e capace di farsi volere bene.

 

Così nonno  Mario riesce ad inserire il genero nella Pubblica Amministrazione, grazie ad amici, amici degli amici, stima, rispetto. Pietà. Senza concorso. Così mamma e papà hanno di che vivere. Possono farsi un debito. Fare la spesa tutti i mesi. Uscire due sabati al mese per mangiare una pizza oppure sedere in un cinema, perché ogni mese puntuale arriverà uno stipendio.

La storia di Mario e Adua (i nonni) e dei loro figli, dei sacrifici e artifici messi in atto per buoni motivi e con buone intenzioni, quelle di farsi una famiglia partendo da situazioni non agiate ed in prospettiva piene di ostacoli (i nonni a loro volta provenivano da famiglie poverissime) è anche la storia di milioni di altri individui costretti ad accettare un modello socio-culturale, una mentalità appoggiata e/o non ostacolata da politici e istituzioni. Potrei raccontarvene migliaia di queste storie, intervistando vicini di casa e parenti, amici e conoscenti. E credo che pochi avrebbero, raccontando la loro storia, vergogna o ritegno percependo di avere partecipato ad un ingranaggio anormale, irregolare, illegale. Quello appunto della clientela.

(Ho sentito dire che la generazione degli attuali trentenni è la prima a “passarsela peggio” dei propri padri. A livello economico intendo. Io credo, generalizzando un poco, che si possa dire “anche peggio dei propri nonni”. Ovvio che mi viene da dire così pensando nonno Mario ...)

Senza cadere in un approccio moralistico al problema, quello che vedrebbe i singoli individui (come il nonno e la nonna) come parte colpevole rispetto alla creazione e riproduzione delle clientele, mi faccio invece altre domande: io cosa avrei fatto al loro posto? Io cosa farò dovendomi districare nella scelta tra un compromesso e una libertà pesante da difendere?

Questo è il Sud, forse anche il Centro ed il Nord. Nelle elezioni di questi giorni c’è un animale, un essere mostruoso, viscido e forte allo stesso tempo, che si riprodurrà. Si sfamerà e domani avrà ancora fame della nostra libertà. Un sistema fatto di alleanze, paure, fedeltà. Gli uomini che si riusciranno a piazzare, sistemare, collocare, saranno per di più fedeli per anni. Vale a dire che sistemando “un figlio di famiglia” mi garantisco quasi per la vita il voto non solo suo ma di tutta la sua famiglia. Un granitico sistema della gratitudine. Dieci, venti, cento anni di gratitudine.

Finisco. Mi rivolgo a voi. Questa è la situazione. Né più né meno. Ho cercato di descrivere, in sintesi, la realtà. Un aspetto della realtà. Cosa fare? Com’è che si cambia? Com’è che si rompe questa macchina infernale?

Ultimo aggiornamento Mercoledì 18 Maggio 2011 11:33  

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