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Morte di Osama

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L’America è in festa. La notizia da festeggiare è venuta direttamente dal presidente USA alle 23 locali di ieri 2 maggio 2011. “Giustizia è fatta” ha detto Obama annunciando l’omicidio di Osama Bin Laden avvenuto poche ore prima nei pressi della capitale pakistana, Islamabad. Dopo aver ascoltato in tv il proprio presidente, a migliaia i cittadini del più ricco e potente stato al mondo si sono riversati in strada per manifestare la propria esultanza; a migliaia, avvolti nelle bandiere a stelle e strisce, hanno riempito le piazze principali del paese più avanzato del pianeta per urlare di gioia e scandire iu-es-ei.

 

Attualmente si stima (fonte Wikipedia) che la popolazione statunitense sia composta per oltre l’80% da cristiani e quasi un quarto di questi sia anche di fede cattolica. Forse è per questo che il Vaticano ha fatto sapere, nelle ore successive all’annuncio dell’omicidio di Bin Laden e all’avvio dei festeggiamenti, che «di fronte alla morte di un uomo un cristiano non festeggia». Probabilmente non ancora informato della nota vaticana, Silvio Berlusconi, dal canto suo, ha commentato l’assassinio del numero uno di Al Qaeda come di «un grande risultato nella lotta contro il male» e i grandi risultati, ca va san dire, vanno festeggiati.

Io penso, invece, che non ci sia proprio nulla da festeggiare. E questo almeno per tre buoni motivi, uno ideale, uno giuridico, uno pratico.

Quello ideale. Non occorre essere cristiani, come pretende il Vaticano, per sottrarsi ai festeggiamenti. A me lo impone una morale laica che chiede pietà e rispetto di fronte ad ogni morte. Semmai dalla Chiesa ci si sarebbe potuti aspettare di più, in ossequio al quinto di quei comandamenti, pilastro della catechesi cattolica, che condanna senza appello l’omicidio.

Quello giuridico. Bin Laden è stato senza dubbio un efferato terrorista, un criminale che concepì e organizzò, così vuole la versione sin qui accertata dei fatti, l’attentato alle torri gemelle di New York, probabilmente il più devastante e sanguinoso evento terrorista della storia moderna. E tuttavia continuo a pensare che la pena di morte, quand’anche fosse stata ordinata da un tribunale ma non è neppure quel che nella circostanza è avvenuto, sia un fatto deprecabile per la civiltà giuridica per le molte ragioni già insegnate al mondo intero dal Beccaria. Perciò non vi è nulla da esultare per l’omicidio di stato che esegue una condanna che nessun tribunale ha emesso.

Quello pratico. Nelle ore immediatamente successive all’annuncio dell’omicidio, insieme ai festeggiamenti, hanno cominciato a prendere corpo anche le preoccupazioni per le possibili reazioni del terrorismo di matrice islamista. Qualche analista si è spinto a considerare, ah che mente!, che il terrorismo non morirà con Bin Laden. Già perché spesso dimentichiamo che il successo di Al Qaeda è in linea con la frustrazione e con la rabbia delle popolazioni arabe che hanno subito la colonizzazione occidentale e sono tutt’oggi assai spesso spogliate delle loro ricchezze naturali. Anche per questa ragione non riesco a trovare motivi di particolare gioia nell’annuncio di Obama.

Gli americani si sarebbero potuti accontentare del commento positivo per l’arresto (nel senso etimologico più vasto e più variamente interpretabile che deriva dal latino ad restum, fermare o impedire nuove azioni) di un sanguinario capo terrorista.

 

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