Lo Sbavaglio

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Visita guidata ad Auschwitz

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Breve prefazione

Lo scritto dal titolo “Blocco 11” (tra poco ne svelerò il significato) risale al 2005.

Ad agosto di 5 anni fa partimmo per la Germania, in occasione della GMG che si celebrava a Colonia (Giornata Mondiale della Gioventù). Da Roma a Cracovia viaggiammo in aereo. La decisione di passare qualche giorno in Polonia prima di giungere a Colonia, ci permise di visitare questa nobile e meravigliosa terra. Ebbi modo di costatare la vera tempra dei polacchi di Polonia, ben diversi dagli stereotipi che circolavano qui in Italia.  Si parlava di loro come di gente di poca dignità, che si vendeva per quattro lire, morti di fame insomma. Subito mi resi conto che non era così. Vidi nelle Chiese in Polonia – meravigliose tra l’altro – noi italiani che davamo esempio del nostro poco rispetto anche per le cose sacre. Nelle cattedrali si entrava a fotografare e chiacchierare tranquillamente. I polacchi nelle stesse chiese, vicino a noi, erano quasi sempre in ginocchio. In un rispetto ossequioso per gli altari e i simboli che avevano di fronte. Il loro simboli. Ma a parte ciò, vidi qualcosa che mi colpì molto in questa terra. La tempra, dicevo, il carattere della sua gente. Il mio metro di valutazione naturalmente fu quasi soltanto visivo. Io non conoscevo la loro lingua. Ma vedevo nei loro occhi, nei loro sguardi ed atteggiamenti una fierezza, una grande dignità, pur nella massima compostezza. Atteggiamenti forse derivanti dal passato, dalla storia di una Nazione di grande cultura, di grande coraggio, ma di enormi tribolazioni. Ricordo che andai a scoprire un po’ la loro storia di prima del XX secolo, e mi resi conto di avere di fronte persone che sempre e tenacemente difesero le loro tradizioni, la loro identità. Cultura, storia, fede.  Molti i tentativi violenti di conquista, di dominazione. Più o meno intorno all’anno 1000, la Polonia addirittura smette di esistere come nazione autonoma, ed è spartita tra le potenze confinanti. Passano più di 2 secoli (o anche più, non ricordo bene) ed i polacchi ricostruiscono il paese. La Polonia risorge. A livello amministrativo e politico. Perché invece la cultura non era mai scomparsa. Mai aveva cessato di vivere. I polacchi, anche segretamente, continuano a parlare la loro lingua, celebrare il loro culto religioso, mai si sentono germanici, oppure svedesi o altro. Una cosa molto simile, accade durante il tentativo sovietico di “schiacciare” culturalmente – oltre che militarmente – i paesi dell’est europeo. La Polonia mai rinnegò, andando in quel caso contro la legge della dittatura, rischiando la vita, la fede religiosa, la propria cultura, l’identità. I minatori continuavano ad ascoltare la Messa nel ventre delle montagne nelle quali lavoravano. Per non parlare delle conseguenze benefiche, in termini di libertà dai regimi comunisti, che ebbe l’attività di Solidarnosc, il famigerato sindacato dei lavoratori polacchi che contribuì in qualche misura al declino del blocco sovietico. Affiancato da Karol Wojtila. Anche i nazisti avevano cercato con le stesse maniere di estirpare da questa gente la cultura, la lingua, le tradizioni, l’anima della Polonia. I polacchi non cedono perché capiscono che cultura, lingua, fede, costituiscono la vita di un popolo.

 

Nei pressi di Cracovia c’è Auschwitz. Decidiamo, col nostro pulman polacco, di andare a visitare il campo di sterminio nazista. Lì dentro ho subito delle sensazioni insolite. Nuove. A livello intimo, interiore. Anche l’aria è torbida, pare risenta ancora dopo decine di anni, di ciò che in questo luogo è accaduto. Tu entri e subito ti assale un senso di claustrofobia. Tanto è brutto quel posto che vorresti andartene immediatamente. Sensazione che si moltiplica non appena accediamo ai cosiddetti “blocchi”. Le prigioni nella prigione dove rinchiudevano i detenuti colpevoli di reati gravi. Non solo ebrei. I nemici del regime nazista ad esempio. Nel senso politico del termine. I dissidenti. Artisti, giornalisti, politici. Il più inumano, il più punitivo era il blocco 11. Una specie di loculo verticale. A misura d’uomo. Un metro e mezzo di larghezza, due metri di altezza. Il tutto delimitato da quattro mura. L’entrata era in basso. Si entrava ficcandosi in un buco ai piedi di questo “cubo” un po’ allungato verso l’alto. In alto, lateralmente niente aria. Niente. Solo quell’ingresso era previsto nel blocco 11. Mi sentii quasi svenire, solo al pensiero, quando la guida ci disse che lì dentro era previsto che si stesse in tre, in quattro. Tutti insieme, notte, giorno. In piedi tutti insieme. L’immagine che mi raffigurai mi rimase impressa per tutto il viaggio. Fino al ritorno.

 

Quando volli in qualche modo liberarmene, o meglio, provare ad immedesimarmi in uno di quei prigionieri, violentati in tutto il loro essere, scrissi, cercando di riportare sul foglio tutto il senso di claustrofobia, follia, post-disperazione, senso di abbandono, che uno di quei prigionieri avesse potuto provare lì dentro.  Avventurandomi non per gioco ma per profonda com-partecipazione,  nell’arduo tentativo, quasi irrispettoso, d’immedesimarmi. Ne venne fuori una scrittura per l’appunto “claustrofobica”, asfissiante, fuori da regole grammaticali e sostanziali. Intermittente tra lucidità e follia, certezza e sogno. Un breve flash. Due minuti tra i detenuti del blocco 11.

“BLOCCO 11” (Auschwitz 1944)

Caldo..freddo..duro..sento..niente..luce..buio..qui.

Stanno rubando, stanno cercando la mia anima. Dappertutto.

Sopra..sotto..fuori..dentro.

Nei corridoi deserti, sgomenti di paura, una lacrima s’arrampica ben oltre i tradimenti, ben oltre questo ferro che m’opprime e si concede all’aria nuova, sobria, pura.

Fresca..nuda..

E come fossi anch’io lì fuori ... respiro, sorrido, e non m’ importa se mi sentono, mi scrutano. Sorrido.

NOTTE 3: 45..

Mamma..dove..sei..nascosta..nel mio letto..dove sono..nel silenzio..c’è paura..cosa sento quando mento..quanto vento.

Resto dritto nel trambusto del silenzio, non mi arrendo a questa notte..

Nelle tenebre riprendono vigore e il loro passo è molto svelto, la loro arguzia più sottile, i loro denti aguzzi meno visibili. Sono bestie affamate del mio respiro, della mia triste ombra.

Parlano, camminano, sghignazzano, m’inseguono. Sembrano uomini ma sono tutt’altro. Sono serpenti, sono striscianti, salamandre, barracuda, mangialingua, pelledura. E mi stanno cercando. Ora stanno arrivando ... scappate ...

E’ il giro di ronda!

Mi rifugio per fortuna tra le pieghe della luna.

Quando sale all’orizzonte,

quando l’ombra è bella bruna, mi nasconde.

Basta ch’ io mi ci accovacci,

tanto adesso un patto è stretto tra me e lei.

Il capo delle guardie, anche lui animale satanico in incognito, sempre pronto a stanarmi, mi ha scritto sul muro che domani è il grande giorno. L’ultimo.

Io non gli credo.

Si tratta del solito ricatto: se io faccio l’amore con la notte ... se gli ... senza opporre resistenza, allora mi rilasceranno.

Non m’ammazzeranno. Ma potranno usarla a loro piacimento, dicono.

Spaventeranno i miei figli nel sonno, dicendo loro che l’uomo che avevano in casa si è venduto per un po’ di luce gialla in più. Avviseranno tutti i miei nemici che si può bruciarmi in fretta mescolando paglia e amore. Basta trovare i varchi giusti, quelli più fragili, e mi hanno già costretto a rivelarli quasi tutti.

Mi spiano regolarmente. Ora sono qui. Passeranno davanti alla mia cella “un metro per due”. Eccoli.

Posso vederli, sentirne l’odore sempre uguale, come di zolfo mescolato alla vaniglia bruna zuccherina.

Lascia stare ..quanto male..ecco un nano all’orizzonte..fa paura..menagramo..messaggero di sventura..

 

 GIORNO 5 : 45..

Tanfo di cane e piscio maleodorante intorno a me. Ieri non c’era, deve essere “roba” mia. Dalle feritoie fumo, tanto fumo puzzolente. Come stessero bruciando l’ultimo barlume di speranza che mi tiene, che ci tiene ancora in piedi. Appena fuori dal grosso cono che lo emette di continuo, vola molto in alto e si confonde, si libra e si tramuta in grigi nembi multiformi.

Dentro il vento sibilando si nasconde, se lo fissi passa il verbo, te lo dice, te lo chiede, e nessuno tutto intorno..ora è il mese, giunta è l’ora, “caro amico..questo è il giorno”.

Vengo presto, solo il tempo di vestirmi, se mi è dato. Per la sedia, per la luce dentro i polsi, le caviglie, per il fuoco, per il fumo mi hanno detto..passerò.

Negli uccelli, i grandi falchi, le libellule nell’aria, colibrì, brezza marina. Nella nebbia mattutina, nell’aurora me ne andrò.

 Corro..correvo..sempre..felice..a perdifiato..Padre..padre..perché..mi hai abbandonato..

 

 

Ultimo aggiornamento Giovedì 28 Gennaio 2010 19:00  

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