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Tremonti e la sinistra che non c'è

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Con le sue ultime dichiarazioni, il ministro dell’Economia Giulio Tremonti ha sorprendentemente attaccato  uno dei pilastri della politica liberista e della riorganizzazione del processo produttivo in senso globale che da oltre un quarto secolo persegue l’obiettivo di ridurre il costo della forza lavoro, disponendone con il criterio del just in time. Con il risultato di aver messo in concorrenza tra loro nuovi lavoratori “flessibili” e vecchi lavoratori e ridotto così ad entrambi diritti e salari (v. ad esempio il bel volume di Luciano Gallino “Il lavoro non è una merce”, edito da Laterza nel 2007).

Ora non si può che laicamente auspicare che il ministro voglia essere consequenziale e alle sue parole seguano fatti concreti. Sarebbe ora lecito attendersi, tanto per dire, che Giulio Tremonti avviasse un percorso di  revisione della legge 30 del 2003, impropriamente nota come legge Biagi.

 

Questa legge, varata dal secondo governo Berlusconi con il contributo di due esponenti del centrodestra di allora e di oggi (Maroni e Sacconi), ha introdotto una considerevole quantità di nuovi istituti contrattuali “flessibili”: il contratto di lavoro occasionale, accessorio, intermittente, ripartito, a progetto, a chiamata e via di questo passo. Contratti “atipici”, diversi per forma e per durata, ma egualmente riconducibili all’obiettivo di creare posti di lavoro e lavoratori precari.

Occorre ricordare che, quando il presidente della Camera Gianfranco Fini ha ritenuto di rendere pubblica la propria opinione sulla necessità di rivedere - in  senso meno restrittivo - le norme attuali sull’immigrazione, alcuni parlamentari a lui vicino si sono fatti carico di avanzare, coerentemente, nuove proposte legislative. Possiamo attenderci che lo schema si ripeta con Giulio Tremonti e le sue esternazioni in fatto di precariato e flessibilità. Pur nutrendo consistenti dubbi sulla reale portata delle parole del ministro visto il fuoco di sbarramento della Confindustria e di altri autorevoli esponenti della maggioranza, ce lo auguriamo sinceramente, nell’interesse dei tanti lavoratori precari e dello stesso più armonico sviluppo della società italiana.

Fini, prima, e Tremonti poi hanno sollevato questioni e proposto idee che sono largamente sentite e accolte dalla sinistra italiana. Non importa se, come qualcuno sostiene, dietro vi sia puro calcolo elettorale in vista delle prossime elezioni regionali; il fatto è che la sinistra, quella ufficiale in Parlamento, non se ne è neppure fatta carico.

Lo aveva fatto, certo ben prima di Fini e di Tremonti, la sinistra senza voce, quella esclusa dal Parlamento e dalle istituzioni. Non saranno perciò, possiamo starne ben certi, Fini e Tremonti a indicarci che “un altro mondo è possibile”.

 

Ultimo aggiornamento Mercoledì 21 Ottobre 2009 21:34  

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